LORENZO SARTINI
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TRADOTTI

IL CONCETTO DI VINCOLO

(L’articolo riprende una lezione tenuta da Enrique Pichon-Rivière il 27/05/1975 per gli studenti del Primo anno della Primera Escuela Privada de Psicología Social ed è stato tradotto dallo spagnolo da Lorenzo Sartini)

 
Per noi, il concetto di vincolo costituisce lo schema di riferimento fondamentale e basilare della Psicologia Sociale. Vale a dire che la Psicologia Sociale è vincolare, intravincolare. Quando si tratta di relazioni, di vincoli e delle loro varietà, ci troviamo nel campo della Psicologia Sociale. Agli inizi dello sviluppo della sua teoria, Freud aveva fatto alcune formulazioni relative a questa direzione della psicologia, e aveva presentato gli aspetti fondamentali della Psicologia Sociale, dicendo che non esiste una psicologia individuale, ma che tutta la psicologia è sociale poiché integra al proprio interno aspetti molteplici della realtà che interagiscono per formare qualcosa che non è mai arrivato a definire totalmente e che per noi, oggi, è il mondo interno. La formulazione di Freud è stata sul punto di concretizzarsi, ma i suoi seguaci non hanno ripreso questo suo aspetto.
 
Tutta la psicologia è sociale perché integra un mondo interno, che chiamiamo gruppo interno, che è il risultato di un processo interno. Tutto ciò che viene internalizzato entra in interazione nel mondo interno, ciò che poi va a costituire l’insieme delle fantasie del mondo interno, le fantasie inconsce. Ognuno di noi, dentro di sé, è popolato da una serie di esperienze, da elementi di interrelazioni, cioè, che entrano in correlazione, in interrelazione, stabilendo dialoghi che, alla fine dei conti, costituiscono la struttura dei nostri sentimenti. In altre parole, il mondo interno, basato su questo processo, costitusice il nostro pensiero, il nostro modo di pensare. Freud non ha usato la dialettica per organizzare la sua concezione, la sua teoria generale, le sue menzioni sono sporadiche e fondamentalmente basate su una dialettica interna che condiziona l’interazione fra gli oggetti del mondo interno; vale a dire che il trattamento di Freud è dialettico, ma non in modo esplicito, bensì è insinuato, ed è importante segnalare che per lui, il mondo interno è retto da una logica particolare che non è quella formale ma quella dialettica.
 
Per noi, la teoria del vincolo è il fondamento della Psicologia Sociale perché è attorno a questo concetto che ruota tutto. Freud non ha continuato, non ha sviluppato questo concetto che è stato l’oggetto della nostra attrazione. Come apporto e come fondamento della definizione della psicologia come sociale, sosteniamo l’esistenza di un mondo interno in azione e interazione e con regole dialettiche. La nostra concezione della psicologia sociale non coincide con molte altre scuole nel suo approccio e fondamento; per noi, nelle relazioni vincolari esistono processi di rialimentazione e introduciamo o spieghiamo il processo attraverso una serie di regole che governano la dialettica in generale. Seguiamo il modello della dialettica hegeliana, della dialettica di Marx e, forse, quella di Lenin, che è stata la concezione della dialettica più vivace, più concettuale e con la quale si possono gestire perfettamente tutti questi concetti.
 
Ora, tornando a Freud, il suo processo è stato curioso perché ha enunciato questa impostazione della psicologia sociale dicendo francamente che la psicologia individuale non esiste, che la psicologia in un senso ampio è sociale e, tuttavia, si è ritirato da questa situazione e ha iniziato ad impiegare la nozione di “relazioni d’oggetto”. Ossia, la relazione di un oggetto con un altro senza un ritorno della risposta dell’oggetto, non rendendola dialettica, ma formale. In altre parole, la ha cristallizzata, formalizzata; non dice il motivo, ma il trattamento freudiano non ha seguito una traiettoria dialettica, è rimasta formale e molto spesso viene confusa la concezione dinamica con la concezione dialettica del trattamento freudiano.
La nostra posizione su questa problematica, ed è ciò che cerchiamo di portare alla vostra attenzione, si concentra su ciò che abbiamo detto, sulla nozione di gruppo interno. Il concetto psicoanalitico di relazione d’oggetto è sostituito, nel nostro schema, dal concetto di vincolo. Ha caratteristiche particolari, ed elimina la teoria pulsionale. Eliminiamo la teoria pulsionale perché, per noi, le relazioni fra le persone, i vincoli, non sono pulsioni, ma sono già il prodotto di esperienze con oggetti. Queste esperienze determinano aspetti “buoni” o “cattivi”, quindi ci sono vincoli “buoni” o “cattivi”, che possono essere considerati in termini più ortodossi come oggetto cattivo o oggetto buono, ciò che è stato portato da Freud alle sue estreme conseguenze quando parla di “istinto di vita” o “istinto di morte”. Nella sua prima formulazione, l’istinto di morte non era incluso, ma lavorava eventualmente sull’istinto di vita o di conservazione, parole che sono rimaste molto nella concezione dinamica. Poi arriva a definire la bipolarità dell’istinto, perché lavorava sempre con due vettori. Si direbbe che stesse per entrare in una formulazione diversa, così include l’istinto di morte e l’istinto di vita, che secondo lui sono situazioni innate che non derivano da esperienze – come pensiamo noi – ma che esistono già nella costituzione dell’essere umano come costanti, e che non sono frutto di apprendimento, come sosteniamo noi. Nel nostro schema, l’istinto di morte, cioè, l’esperienza cattiva che fa il soggetto, è il risultato di un’esperienza reale e concreta che egli considera cattiva e pericolosa. Noi lo definiamo vincolo cattivo, ma è già il prodotto di un’esperienza specifica, cioè, non impieghiamo la denominazione di “Thanatos”, che è la definizione o la denominazione di Freud, né consideriamo l’istinto di vita.
 
In realtà, Freud, fortemente influenzato dal pensiero romantico, non poteva abbandonare le costanti della letteratura tedesca di quel tempo. Amore e odio erano sempre state due costanti che dovevano essere regolate, dovevano essere collocate, ed erano permanentemente all’opera. Così, Freud chiama l’istinto di morte, Thanatos, che significa morte; e, dall’altro lato, l’istinto di vita, [Eros], che coincide con l’istinto di conservazione. Qui avviene un passaggio con un cambio di nomenclatura ma l’importante è che, per lui, tutto nel mondo avviene nel conflitto fra Thanatos ed Eros, ossia, il sessuale, ciò che è legato alla vita.
 
Questa situazione istintuale bibolare accompagnò Freud per sempre. In ogni patologia creata da Freud esiste o è presente l’idea che sia in atto il confronto fra Thanatos e l’istinto di vita.  Vi è una lotta permanente tra i due che, tuttavia, non riescono a trovare un accordo. La psicoanalisi, attraverso la nozione di masochismo, vincolato all’autodistruzione e alla morte, cerca in qualche modo di arrivare ad un equilibrio fra Eros e Thanatos. Gli avvenimenti depressivi della sua vita hanno influito su questa concezione. Per esempio, ancor prima di creare la denominazione di istinto di morte, o mentre ci stava lavorando, aveva l’immagine di suo figlio sul fronte di guerra. Vale a dire che ha formulato l’esistenza dell’istinto di morte in un momento, durante la guerra del ’14, in cui aveva un figlio in una situazione di pericolo permanente e tutti sanno dell’affetto che Freud aveva per i suoi figli. Con Eros, che è l’istinto di vita, inizia a lavorare sui meccanismi difensivi che Eros mette in moto per annientare o indebolire Thanatos, l’istinto di morte. In alcuni lavori, arriva a mettere a fuoco questa situazione come una situazione sociale generale. C’è un suo lavoro che si basa esclusivamente su questo, sulla relazione fra Eros e Thanatos, sui conflitti che si verificano fra i due e sulle conseguenze e le possibilità di diminuire la loro forza, sia nell’uno che nell’altro. Anche Eros è capace di provocare malattie, ma certamente non della qualità e quantità di quelle che produce Thanatos. Freud prende e analizza la guerra come situazione sociale e fa uno studio minuzioso sulla sruttura di quel tempo. Lo fa in modo molto emotivo, ciò che si vede bene negli scritti di quell’epoca, sui quali influisce la preoccupazione per il figlio che si trovava al fronte e che fu fatto prigioniero (e che alla fine sconfisse Thanatos).
 
Tutte le sue preoccupazioni erano incentrate sulla guerra, ma c’è un testo importantissimo da leggere che non è una discussione ma una conversazione, una corrispondenza tra Freud, S. Zweig e Einstein, una specie di inchiesta che organismi internazionali hanno svolto nel preiodo prebellico. I testi dei tre sono molto interessanti, ma quello di Freud è molto pessimista. Forse colui che si trovava nella situazione, colui che stava fabbricando indirettamente elementi per la guerra, era Einstein, che tuttavia era il più ottimista di tutti. Si sono verificate situazioni molto particolari nella scoperta e nella costruzione della bomba atomica, dove, da umanista, ha posto molti “ma” alla situazione, però, in ogni caso, la cosa si è messa in moto e ha prodotto i risultati che tutti conoscete e che oggi ci perseguitano un po’ perché è qualcosa che può tornare, che si può ripresentare. È un’arma costante della guerra fredda, per ora, perché provoca un ritiro dalla questione bellica, placa le ostilità con l’idea dell’ostilità dell’altro. Questo è il principio di Freud: quanto più potente è la bomba atomica, tanto meno possibilità ci sono di fare una guerra, ritenendo che ci sia la pssibilità di terrorizzare le comunità sulla base dell’esistenza di dispositivi di sterminio.
 
In questo modo, più o meno, vediamo come prende forma lo schema di Freud. Noi, d’altra parte, definiamo il vincolo come una struttura complessa che include un soggetto, un oggetto, la loro interazione e i processi di comunicazione e apprendimento. Questi concetti, in particolare, costituiscono la base della nostra concezione della psicosociologia, in quanto si riferisce alle relazioni umane, cioè, come struttura complessa che include un soggetto e un oggetto, l’interazione fra i due e un processo di comunicazione e apprendimento. È una struttura nel senso che costituisce un sistema i cui elementi risultano interdipendenti. Parliamo di comunicazione e apprendimento perché in ogni vincolo c’è un mittente e un destinatario e l’interscambio dell’interazione significa una modifica e l’incorporazione di nuovi apprendimenti, di nuovi oggetti di apprendimento, per mezzo di questa comunicazione. L’interazione significa una modificazione reciproca, un feedback che è un apprendimento; cioè, seguendo il principio del vincolo, la teoria dell’apprendimento, che può essere applicata a qualsiasi fine, a qualsiasi tipo di apprendimento, costituisce un’interazione costante sulla base di una rete di comunicazione fra un mittente e un destinatario. Questo interscambio favorisce la possibilità di apprendimento e la possibilità di accumulare e agire in un determinato momento.
 
Quelle che Freud chiamava, all’interno della teoria psicoanalitica, relazioni d’oggetto, avevano la caratteristica di essere una relazione lineare di oggetti con altri. Lineare significa che la relazione era unidirezionale, senza ritorno dell’informazione che poteva fornire all’altro. In realtà, seguirebbe una legge della logica formale. Ma, includendo un principio dialettico, vediamo che è più corretto chiamare vincoli le relazioni d’oggetto, perché spono più complesse di quella semplice relazione di uno con l’altro. Questo viene messo in evidenza molto chiaramente nelle relazioni personali, ad esempio, nelle terapie individuali. Già nelle terapie collettive entra in gioco un fattore molto importante che è la molteplicità dell’interazione fra i membri, si crea un insieme e ciò che si raggiunge è un compito in comune per ottenere un plus all’interno del compito indicato.
Qui il compito, già lo sapete, significa la rielaborazione delle lezioni date. Nella rielaborazione della classe ciascuno si arricchisce a suo modo, poiché prima nessuno ha le stesse informazioni; potremmo ricordare qualsiasi vettore o branca delle scienze, lavorando in gruppo non cesserebbero mai di ricevere contributi dall’insieme. Vale a dire che un insieme è capace di alimentare con elementi nuovi e sconosciuti per gli altri, situazioni dinamiche. Pertanto, il gruppo operativo è fondamentalmente operativo nel senso del plus, poiché opera in un modo particolare già a partire dall’apprendimento, insegna ad apprendere o insegna ad insegnare (queste sono le due variabili) in un modo particolare, dove l’aggiunta dei principi e delle scoperte proprie del gruppo e dei modi di vedere le interazioni fra di essi arricchiscono in modo circolare la situazione che si sta svolgendo.
 
Ciò significa che il gruppo operativo si chiama operativo non per caso, ma perché è il tipo di gruppo che, in un dato contesto, riesce a far sì che ciascuno dei suoi membri si arricchisca con gli altri. È dinamico in tutti i sensi e produttivo, cioè, non è un semplice gruppo di apprendimento. Il gruppo di apprendimento è operativo quando lavora nel senso dell’operazione pianificata. In altri termini, non è un gruppo di apprendimento ordinario; alle persone che partecipano e che fanno la loro esperienza gruppale interessa molto di più perché l’apprendimento è molteplice, si fa sui vettori che vengono presentati, non c’è rigidità nel compito, ed esso diventa gradualmente più flessibile e più dinamico: arricchisce il gruppo nella sua totalità e in una direzione particolare.
 
Stiamo cercando di definire ciò che nella denominazione di Freud e dei suoi discepoli sarebbe la relazione d’oggetto, termine usato per designare interazioni non circolari ma lineari. Si tratterebbe di una relazione lineare del soggetto che si dirige verso un oggetto senza che questa azione abbia un ritorno, come se l’oggetto rimanesse trascendente al fatto. Se analizziamo la situazione creata dal gruppo, vediamo che si trasforma in un gruppo che ha un percorso non lineare, ma che inizia a funzionare una spirale all’interno dell’insieme. La spirale non è contanimanta ma crea situazioni basilari di apprendimento; l’apprendimento non è né strano né difficile se chi insegna, insegna in modo globale.
Abbiamo parlato di vincolo, di interazione, ossia, di una relazione dialettica fra il soggetto e l’oggetto. Fra soggetto ed oggetto si stabilisce un dialogo di simboli e risposte, una modificazione permanente dell’uno e dell’altro; cioè, una rappresentazione grafica del vincolo includerebbe i due termini: soggetto e oggetto.

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Diciamo che il vincolo è una relazione bicorporale e tripersonale. Qualcosa che, più o meno, tutti conoscono o di cui hanno sentito parlare, di un terzo. Diciamo che il vincolo è una relazione di due, tuttavia aggiungiamo che ogni vincolo è bicorporale e tripersonale, vale a dire che fra due persone in relazione vincolare, attraverso le reti di comunicazione c’è un emittente, un trasmettitore, e un ricevente. Parliamo del rumore come terzo, vale a dire che in ogni interazione fra persone esiste la possibilità della presenza del rumore come terzo. L’esempio più comune è quello del telefono; due persone che parlano al telefono e iniziano a sentire dei rumori che sembrano loro strani all’interno della comunicazione, allora nasce la necessità di codici, e sono codici di fondo perché riescono perfettamente a superare quella difficoltà della comunicazione attraverso l’uso di un linguaggio codificato rappresentato da persone, parole, ecc., per questo motivo chiamiamo il vincolo bicorporale e tripersonale; lo stesso avviene nel gruppo. Prendiamo lo schema essenziale dell’analisi individuale, in cui la relazione è bicorporale, anche se è tripersonale perché ciò che si sta cercando di analizzare è la presenza dell’altro, non la presenza fisica ma la presenza nell’intergioco delle relazioni.
 
In altri termini, chi interferisce, nella mente dell’uno o nella mente dell’altro, potrebbe essere direttamente il rumore. Diciamo allora che, in questo modo, la situazione è bicorporale per le due persone, ma tripersonale perché c’è una persona in più a cui viene attribuita, per l’operatività dei due membri in azione, una relazione di pericolo, un’azione di spionaggio, per esempio. Ossia, sta operando o prendendo dati di riferimento o perché se ne sta parlando, emerge più facilmente la presenza, non la presenza reale ma la presenza interna, mentale, di quella persona. Se, in un dato momento, si facesse una statistica di una comunicazione che inizia a vacillare, ad avere difficoltà, e se ognuno desse un nome, è molto probabile che coincidano, che questa comunicazione si stia facendo sulla base della presenza di quel terzo, che stanno parlando di quel terzo, che non sarebbe [presente] in questa situazione.
Vuol dire che la condotta bicorporale e tripersonale, in realtà, è una condotta che viene sperimentata continuamente in qualsiasi situazione, e che significa un’interferenza nel processo di comunicazione, dovuto al fatto che si presentano indizi che possono segnalare la presenza del terzo. Ora, nei gruppi, in realtà, è molto più comune questo processo di interferenza che è la presenza del terzo; che c’è qualcuno di terzo che sente gli altri lavorare e può fare di questo un’informazione qualsiasi, a qualsiasi persona e dando un’opinione su ciò che viene detto; questo perturba notevolmente il lavoro del gruppo perché si crede che ci sia qualcuno che può informare qualcun altro. Possiamo parlare di un terzo positivo e di un terzo negativo, ma non si lavora mai senza il terzo, così cercatene uno buono.
 
In tutti i rapporti umani questa relazione del terzo nel gruppo deriva dalla teoria della comunicazione, in cui viene segnalato dal rumore. Questo è fondamentale, la fonte o il punto di partenza dell’interpretazione del vincolo era il compito individuale. Questo terzo stava operando nella mente del terapeuta e del paziente; se funzionano contemporaneamente e c’è coincidenza di immagine, allora può essere analizzato dal terapeuta e compiere un’operazione efficace colpendo proprio nel punto, non semplicemente per analizzare la presenza del terzo bensì, essendo una presenza temuta, se viene parlata e analizzata si realizza un grande progresso nella terapia, perché tutto ciò che si teme viene messo lì e, in realtà, ogni nevrosi o ogni trattamento è la lotta diretta o indiretta con un terzo che tutti abbiamo; il compito principale è indviduare come agisce, come lavora, come influisce; tutto questo configura i meccanismi di difesa della psicoanalisi, le resistenze che sono realmente spiegate da questo principio. Ora potrei dirvi, come aneddoto, come ho scoperto questa cosa: stavo analizzando una persona che aveva molta paura del divano, una fobia del divano – se esiste – e che era in analisi contro l’opinione del suo gruppo familiare, di suo marito. Quindi, che cosa successe?  C’erano due direzioni nel suo trattamento: quando il suo transfert era positivo e desiderava un chiarimento, saliva sul lettino e si avvicinava a me come una prova di un transfert positivo; ad un certo momento, quando si trovava molto vicino e stava vedendo cose molto interessanti, molto intime, è scoppiato uno pneumatico in strada e si è allontanata da me a velocità supersonica. Dopo, ho cercato di analizzarlo perché in quel momento ha rivissuto qualcosa che gli era accaduto in un altro momento. Avendo sofferto, da piccola, un’aggressione sessuale che non aveva mai denunciato, aveva una serie di cose accumulate fino a scoppiare, e l’impressione che ha avuto è stata quella che lì doveva dire tutto insieme e che fosse una specie di mio trucco la cosa del rumore. Era una strada stretta e un rumore di quella specie poteva scatenare come stimolo la fantasia della punizione, della morte, ecc. Durante l’esperienza c’erano anche elementi di questo tipo.
 
Quindi, noi due eravamo lì, era bicorporale e tripersonale, il tripersonale che appariva, il terzo, era il rumore. Cioè, un elemento fisico che perturbava straordinariamente il corso dell’analisi di questa signora, che credeva si sarebbe ripetuto continuamente. Se fosse una mia strategia, io la userei sempre ma, purtroppo, il rumore non era mio, e neppure l’automobile. Ma lei era in attesa e ha trascorso un lungo periodo con un tipo di ansia, diciamo l’ansia dell’attesa, di chi è perennemente in attesa di un evento insolito. Potremmo definirla la malattia dell’insolito, in cui il suo trattamento si è trasformato nel trattamento di una nevrosi insolita, dove si procedeva per tentativi per vedere se avrebbe cambiato analista o no. Ma, poiché ci era già passata, si sentiva più preparata, vale a dire che aveva l’oggetto insolito, il terzo, permanentemente nella sua mente, e ne parlava già in modo familiare. Era persino riuscita a familiarizzare con l’esistenza permanente dei suoi pensieri, e in me, di terzi.
 
In un gruppo può essere ancora più intenso, il terzo è lì, è presente; la conoscenza che ciascuno ha dell’altro è scarsa, ma la cosa più curiosa è che uno pensa di aver paura che lo possano dire a qualcun altro. Questi timori sono legati a immagini profonde vincolate al passato, con avvenimenti non vissuti, che non sono accaduti realmente in quel modo ma che sono stati di natura catastrofica, che sono stati vissuti come catastrofe per la morale e per il modo di essere di quelle persone, e hanno risvegliato specifici timori e stimoli.
 
Bene, e nato così il terzo, per cui nella relazione appare un terzo, che può essere una persona, un oggetto, può essere una funzione organica che non funziona, o una rappresentazione simbolica di una persona. Cioè, i terzi possono essere molteplici come identità; ci sono esempi, tra questi rumori, che escono da questa drammaticità e arrivano ad essere scherzosi. Prendiamo come esempio la terapia individuale, una relazione a due, terapeuta e analizzando, e in questo vincolo compaiono successivamente vari terzi, siano essi la fidanzata, la madre, il padre, ecc. Tutto il conflitto si svolgerà in questo ambito del terzo, in qualche modo. Succede anche a chi vede certe persone ovunque, ma il fatto è che il problema è universale. In realtà, non si è mai da soli, per quanto un soggetto si senta solo, c’è un altro che lo aiuta o lo spaventa, o che lo provoca in una certa situazione.
 
Vale a dire che il nostro schema di comunicazione è molto più complesso del semplice insieme di situazioni psicologiche o fisiche esistenti, e vincolate a situazioni nevrotiche come può essere la fobia o altro. Nel gruppo operativo c’è una relazione fra voi, una relazione con il compito, siete tutti voi con il coordinatore e gli osservatori, o con un’équipe di co-coordinazione, ma lì c’è una cosa che appartiene o sta per appartenere o potrà appartenere all’intero gruppo, per cui si costituisce una situazione particolare in cui il compito, in ultima analisi, è la scoperta del terzo, cioè, il timore comune di un certo apprendimento, in un determinato cerchio. C’è qualcosa che ostacola la situazione, per questo ogni vincolo che si stabilisce nei gruppi porta anche, diciamo, il suo piccolo terzo; si può collocare nell’ambito del gruppo, ma c’è sempre un ostacolo nell’apprendimento, che possiamo chiamare ostacolo epistemologico, ostacolo dell’apprendere, della conoscenza.
 
Il compito essenziale del gruppo diventa, allora, la scoperta di questo terzo con le sue caratteristiche e il suo modo di operare in un insieme determinato. In altre parole, possiamo scoprire un processo comune in un insieme di persone che lavorano su qualcosa, al fine di renderlo esplicito, visibile, e descriverlo. L’operazione viene poi eseguita e lo stato di ansia dei partecipanti diminuisce considerevolmente perché diventano consapevoli di ciò che viene riconosciuto attraverso gli altri. Ora, questo terzo comune si trova all’interno di tutti noi nel gruppo, ma non è lo stesso, ognuno ha il suo rappresentante del terzo, il suo proprio ostacolo nei campi della conoscenza. Ma ciò che è importante non è quello che appare nel gruppo, ciò che appare nel gruppo è la difficoltà e il timore di scoprire l’esistenza del terzo in un gruppo determinato. Cioè, rende così vivo l’apprendimento, che è come se fosse certo e il compito è quello di definire dove questo elemento è disturbato. L’apprendimento di ciascuno, naturalmente, non è lo stesso di quello degli altri; in un gruppo familiare potrebbe esserci questa uniformità, ma non è un gruppo eterogeneo come quello che costituite voi; se fosse omogeneo sarebbe facile la sua scoperta ma, essendo eterogeneo, richiede un compito maggiore nel lavoro, e ognuno, lì, troverà il fattore che impedisce il proprio compito con un ostacolo epistemologico.
 
Vorrei aggiungere, per completezza, e lo stavo tralasciando, il concetto di situazione triangolare, nella quale nasce questo terzo; questo carattere bicorporale e tripersonale del vincolo ha il suo modello nella situazione triangolare di base. È ciò che Freud ha chiamato il complesso di Edipo, cioè: figlio, madre, padre, con una serie di vettori vincolari che possono essere esaminati successivamente per scoprirne le difficoltà. Abbiamo, qui, il bambino (1), la madre (2) e il padre (3):

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quando parliamo del vincolo familiare, abbiamo il primo vincolo, quello maggiormente trattato dalla nostra cultura, quello del figlio con la madre, il vincolo di 1 e 2. Il bambino ama sua madre e sente che la madre lo ama: qui abbiamo il vincolo tradizionale. Ma è necessario studiare i vincoli per arrivare a strutturare ciò che Freud ha chiamato il complesso di Edipo. Nel primo quadro, in quello che viene chiamato complesso di Edipo positivo, il bambino odia il padre (rivale) e sente che il padre lo odia. Ma se approfondiamo e ne vediamo la complessità, il bambino odia suo padre e sente che da lui è odiato; la cosa soggiacente è che il bambino odia anche la madre e sente di essere da lei odiato. Abbiamo quattro vincoli in ogni direzione. La relazione ambivalente del bambino con suo padre: prima, lo odia, più tardi sente di amare il padre e che il padre lo ama. Qui, nella relazione fra 2 e 3, avviene la stessa cosa: la madre, o sposa, ama il marito e sente che lui la ama, odia il marito e sente che lui la odia.
Tutto questo, quando si pensa in uno schema di gruppo familiare o di quadri di vincoli familiari, è possibile rilevarlo in termini di Edipo; sarebbe un Edipo positivo quando il bambino ama la madre e odia il padre. Potremmo fare schemi in tutte le direzioni, ma sono le direzioni nei diversi vettori che complicano la situazione psicologica. Si è iniziato a parlare del complesso di Edipo ma non è sicuro che Edipo lo avesse, è solo che ha avuto una cattiva sorte, poveretto…




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