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<channel><title><![CDATA[LORENZO SARTINI - Spunti]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti]]></link><description><![CDATA[Spunti]]></description><pubDate>Sun, 03 May 2026 18:45:50 +0200</pubDate><generator>Weebly</generator><item><title><![CDATA[Buongiorno dottore, come sto questa mattina?]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/buongiorno-dottore-come-sto-questa-mattina]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/buongiorno-dottore-come-sto-questa-mattina#comments]]></comments><pubDate>Sun, 22 Sep 2024 14:47:01 GMT</pubDate><category><![CDATA[Armando Bauleo]]></category><category><![CDATA[Bonifazi]]></category><category><![CDATA[Enrique Pichon Rivi&eacute;re]]></category><category><![CDATA[SPDC]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/buongiorno-dottore-come-sto-questa-mattina</guid><description><![CDATA[E&rsquo; recentemente stato pubblicato il nuovo libro di Stefano Bonifazi dal titolo Buongiorno dottore, come sto questa mattina?, nel quale l&rsquo;autore riflette sull&rsquo;esperienza professionale svolta all&rsquo;interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Jesi (AN).Nel testo &egrave; presente anche un mio articolo dal titolo "Dalla Tecnica del Gruppo Operativo alla Concezione Operativa di Gruppo", in cui cerco sinteticamente di descrivere la concezione del gruppo proposta dalla [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<div class="paragraph"><font size="3">E&rsquo; recentemente stato pubblicato il nuovo libro di <strong>Stefano Bonifazi</strong> dal titolo <em>Buongiorno dottore, come sto questa mattina?</em>, nel quale l&rsquo;autore riflette sull&rsquo;esperienza professionale svolta all&rsquo;interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Jesi (AN).<br /><br />Nel testo &egrave; presente anche un mio articolo dal titolo "Dalla Tecnica del Gruppo Operativo alla Concezione Operativa di Gruppo", in cui cerco sinteticamente di descrivere la concezione del gruppo proposta dalla Tecnica del Gruppo Operativo e l'evoluzione di un pensiero che, da tecnica di lavoro con i gruppi, si &egrave; ampliato e trasformato fino a diventare un dispositivo teorico-concettuale per pensare alle dinamiche sociali e alle modalit&agrave; di produzione della soggettivit&agrave;.<br /><br />La Prefazione al testo, che &egrave; possibile leggere di seguito, &egrave; di <strong>Leonardo Montecchi</strong>.</font><br /><br /></div>  <div><div class="wsite-image wsite-image-border-none " style="padding-top:10px;padding-bottom:10px;margin-left:0;margin-right:0;text-align:center"> <a> <img src="http://www.lorenzosartini.com/uploads/1/2/8/3/12833450/bozza-def-copertina-libro-bonifazi-buongiorno-dottore-page-0001_orig.jpg" alt="Foto" style="width:auto;max-width:100%" /> </a> <div style="display:block;font-size:90%"></div> </div></div>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <h2 class="wsite-content-title" style="text-align:center;"><br /><strong><font color="#2a2a2a" size="4">Il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura e l&rsquo;arte del possibile</font><br /><font color="#2a2a2a"><font size="4">(Esperienze nel Diagnosi e Cura di Jesi)</font></font></strong><br></h2>  <div class="paragraph" style="text-align:justify;"><br /><br /><font size="3">Questo lavoro di Stefano Bonifazi condensa anni di pratica clinica nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Si tratta di una riflessione che cerca di estrarre i concetti che hanno guidato l&rsquo;esperienza e quelli che ne sono derivati.</font><br /><br /><font size="3">In particolare, Bonifazi si riferisce ad un acrostico, ECRO, che sta a significare <em>Esquema, Conceptual, Referencial y Operativo</em>, cio&egrave; Schema Concettuale Referenziale e Operativo. Si tratta del nucleo della Concezione Operativa di Gruppo che Enrique Pichon-Rivi&eacute;re&nbsp; ha inaugurato a partire dalla sua esperienza nell&rsquo;Ospedale Psichiatrico di Buenos Aires di cui era direttore.</font><br /><br /><font size="3">Infatti, a met&agrave; degli anni quaranta,&nbsp;Pichon-Rivi&eacute;re si trov&ograve; in una situazione di emergenza: gli infermieri erano entrati in sciopero ed era necessario gestire tutto l&rsquo;ospedale.</font><br /><font size="3">Dice Pichon:<br /></font><br /><font size="3">&ldquo;Alrededor de 1945, circunstancias particulares crearon la necesidad de transformar a los pacientes de mi servicio en operadores, por haber quedado cesante todo el personal de enfermer&iacute;a. Es decir que ante una situaci&oacute;n concreta hubo que cubrir en pocos d&iacute;as el hecho de no tener enfermeros, el carecer de toda ayuda institucional.&rdquo;<br /></font><br /><font size="3">&ldquo;All&rsquo;incirca nel 1945, circostanze particolari crearono la necessit&agrave; di trasformare i pazienti del mio servizio in operatori, perch&egrave; tutto il personale della infermeria aveva abbandonato il lavoro. Cio&egrave;, di fronte ad una situazione concreta si &egrave; dovuto risolvere in pochi giorni il fatto che non ci fossero infermieri e la mancanza di qualsiasi aiuto istituzionale.&rdquo;<br /></font><br /><font size="3">(&ldquo;Historia de la t&eacute;cnica de los grupos operativos&rdquo;, in Enrique Pichon-Riviere, <em>Obra Completa</em>, Buenos Aires, Paid&oacute;s, 2023)</font><br /><br /><br /><font size="3">Da questa necessit&agrave; nasce l&rsquo;idea di organizzare dei gruppi, che poi vennero chiamati operativi, attorno al compito di gestire, in questo caso autogestire, l&rsquo;ospedale. In quella esperienza&nbsp;Pichon-Rivi&eacute;re si accorse di una serie di ostacoli che defin&igrave; &ldquo;resistenze al cambiamento&rdquo;.</font><br /><font size="3">Le resistenze istituzionali sono sempre presenti in ogni tentativo di cambiamento. Nell&rsquo;esperienza italiana, la chiusura nei manicomi sancita dalla legge 180 si &egrave; accompagnata a forti resistenze sia nella mentalit&agrave; delle comunit&agrave; attraversate dagli stereotipi sulla follia sanciti dalla precedente legge del 1905, che favoriva l&rsquo;identificazione fra folle e pericoloso a s&eacute; e agli altri, con la conseguente necessit&agrave; di reclusione nel &ldquo;manicomio&rdquo; dove il folle doveva essere reso incapace di nuocere a s&eacute; e agli altri. Ma la resistenza non era data solo da questa paura, alimentata da certi media ma anche da resistenze istituzionali. Infatti, gli ospedali psichiatrici si erano istituzionalizzati e cio&egrave; avevano subito un&rsquo;eterogenesi dei fini. Il loro compito non era pi&ugrave; la cura dei malati ma l&rsquo;automantenimento dell&rsquo;istituzione stessa: posti di lavoro, commmesse di ditte che fornivano biancheria, alimentari ecc., ossia tutte le necessit&agrave; per le &ldquo;citt&agrave; dei matti&rdquo;.<br /></font><br /><font size="3">Il collegamento fra l&rsquo;esperienza ed il pensiero di&nbsp;Pichon-Rivi&eacute;re e la trasformazione istituzionale attuata da Franco Basaglia &egrave; costituito da Armando Bauleo. Bauleo fu allievo e collaboratore di&nbsp;Pichon-Rivi&eacute;re, poi fu costretto all&rsquo;esilio nel 1975. Conosceva e stimava Franco Basaglia ed in Italia cominci&ograve; ad intervenire sia nella formazione che nella supervisione istituzionale dei nuovi servizi di salute mentale che erano nati dalla riforma del 1978.</font><br /><font size="3">Cos&igrave; cominci&ograve; a circolare il concetto di ECRO, che caratterizza anche l&rsquo;esperienza di Stefano Bonifazi che si richiama direttamente a Bauleo di cui &egrave; stato allievo.<br /></font><br /><font size="3">Lo schema di riferimento che troverete in queste pagine riguarda l&rsquo;idea di fondo che la malattia non si identifica con il malato e che il paziente, con le sue problematiche &egrave; l&rsquo;emergente di un gruppo famigliare. Questo schema, come si pu&ograve; notare, non sostiene che i sintomi siano da riferirsi esclusivamente ad una qualche alterazione della biochimica o immunologia ma che, per comprenderli, bisogna fare riferimento anche ai vincoli ed al tipo di comunicazione del paziente e del suo gruppo famigliare. Inoltre, &egrave; necessario considerare l&rsquo;ambito istituzionale, che spesso complica ulteriormente il quadro, e quello comunitario, con la carica di stereotipi e con la conseguente produzione di uno stigma che marchia il paziente e il suo gruppo famigliare.<br /></font><br /><font size="3">Lo schema di riferimento che viene applicato soprattutto negli SPDC italiani e non, nonostante la legge 180 e tutte le esperienze e le teorie che lo contraddicono, &egrave; uno schema che sovrappone la sofferenza mentale a quello di una malattia o sindrome della clinica biologica. In questo schema il riferimento, non potendo riferirsi all&rsquo;anatomia patologica, si rivolge alla variazione della neurotrasmissione sinaptica, quasi sempre dedotta in base a sillogismi del tipo:<br /></font><br /><font size="3">Premessa maggiore: In tutte le depressioni notiamo un calo di serotonina.<br /></font><br /><font size="3">Premessa minore: Tizio &egrave; depresso<br /></font><br /><font size="3">Conclusione: Tizio ha poca serotonina.<br /></font><br /><font size="3">Questo sillogismo porta a somministrare un farmaco inibitore della ricaptazione della serotonina ed a pensare che il sintomo sia da riferirsi ad un deficit biologico.</font><br /><font size="3">Questi sillogismi sono divenuti algoritmi e caratterizzano la clinica neo-krepeliniana dominante nella psichiatria contemporanea.</font><br /><font size="3">Per questo schema, la psicoterapia, i gruppi terapeutici, le terapie famigliari, gli interventi educativi e sociali e tutte le forme di terapia sociale e comunitaria sono, se va bene, coadiuvanti della via regia della cura che &egrave; rappresentata dal trattamento farmacologico. Non &egrave; possibile nessun riferimento al vincolo pazienti/equipe curante se non come organizzazione del flusso lavorativo scomposto in protocolli per ottenere un risultato standard, azzerando le differenze soggettive, anzi oggettivizzando tutto, per cos&igrave; dire, in modo che si possa intravvedere la sostituzione dell&rsquo;equipe curante con forme di intelligenza artificiale. Ci&ograve;&nbsp; farebbe&nbsp; scomparire gli effetti emotivi (quelli che, da almeno cento anni, si chiamano transfert e controtransfert) visti come <em>bias</em> dannosi alla corretta terapia.<br /></font><br /><font size="3">Come si intuisce, lo Schema di Riferimento del lavoro di Stefano Bonifazi non &egrave; questo. Naturalmente, non si nega l&rsquo;aspetto biologico e la cura farmacologica, ma la si riporta alla funzione che deve avere in un quadro pi&ugrave; vasto. Che &egrave; rappresentato da un&rsquo;istituzione caratterizzata dal vincolo fra l&rsquo;equipe curante, i gruppi terapeutici dei pazienti e il gruppo multifamigliare.<br /></font><br /><font size="3">In particolare, mi voglio soffermare sull&rsquo;esperienza del gruppo terapeutico che &egrave; stata oggetto di analisi e discussione in un gruppo di ricerca della scuola &ldquo;Jos&egrave; Bleger&rdquo;.</font><br /><font size="3">Per quanto riguarda il gruppo terapeutico, la ricerca &egrave; partita da quel &ldquo;fatto sorprendente&rdquo; che Massimo Bonfantini, nei nostri seminari sulla metodologia della ricerca, riferendosi a Charles S. Peirce, ci aveva indicato come il necessario punto di partenza.<br /></font><br /><font size="3">La ricerca riguardava gli effetti di un gruppo operativo in un&rsquo;istituzione totale come un Servizio Psichiatrico Di Diagnosi e Cura (SPDC).</font><br /><font size="3">Dopo una ricognizione negli SPDC delle Marche e della Romagna, ci siamo resi conto che erano pochi i servizi in cui si teneva strutturalmente una qualche forma di gruppo e, l&agrave; dove si teneva, era considerato, come si &egrave; detto, come un coadiuvante della terapia farmacologica.</font><br /><font size="3">Ma l&rsquo;esperienza di Bonifazi nel Servizio di Jesi ci ha sorpreso in primo luogo perch&egrave; aveva notato degli atteggiamenti tipici. La sorpresa &egrave; stata che nonostante la prossimit&agrave;, le interazioni fra i degenti erano scarse. Cos&igrave; Bonifazi descrive queste forme stereotipate:<br /></font><br /><font size="3">&ndash; Le abbiamo chiamate scherzosamente: le solitarie pecore del presepe, il gioco ai quattro cantoni, i pesci nell&rsquo;acquario, il gioco del silenzio.<br /></font><br /><font size="3">&ndash; Il fenomeno delle &ldquo;pecore solitarie&rdquo; perch&eacute; cos&igrave; &egrave; la loro disposizione nei presepi dove, spesso, ognuna sta per conto suo (nei pascoli formano greggi); allo stesso modo, i pazienti se ne andavano sempre da soli quando uscivano, uno ad uno, per recarsi al bar o a prendere una boccata d&rsquo;aria fuori.<br /></font><br /><font size="3">&ndash; Il gioco ai &ldquo;quattro cantoni&rdquo; descriveva la prossemica in sala fumo, uno per angolo, come a stabilire la maggior distanza possibile tra loro, quando di posacenere da pavimento ve ne era uno soltanto.<br /></font><br /><font size="3">&ndash; I &ldquo;pesci nell&rsquo;acquario&rdquo; perch&eacute;, nei momenti inattivi delle attivit&agrave; pomeridiane, i degenti passavano il tempo guardando a lungo gli infermieri nella guardiola, come fossero pesci da ammirare, senza comunicare n&eacute; interagire, senza parlare tra loro; per non confrontarsi n&eacute; conoscersi, occupavano il tempo ammirando i pesci che si lasciavano osservare indifferenti, infastiditi quando qualcuno bussava sul vetro con una scusa o un&rsquo;altra. Questo &egrave; accaduto per anni e tende a ricorrere oggi, dopo la sospensione delle attivit&agrave; gruppali che ha prodotto l&rsquo;implosione della socialit&agrave; tra i ricoverati.<br /></font><br /><font size="3">Queste stereotipie erano colte come forme del gruppo dei ricoverati, non come un atteggiamento del singolo. Se non si ha uno schema di riferimento gruppale, non si vedono: si vede il singolo che sta per conto suo e non &ldquo;le pecore del presepe&rdquo;; si vede un solitario in un angolo, non &ldquo;Il gioco dei quattro cantoni&rdquo;; e, naturalmente, il singolo che guarda il pesce, non &ldquo;i pesci nell&rsquo;acquario&rdquo;, che gi&agrave; denota l&rsquo;aspetto che assume il transfert istituzionale in un SPDC.<br /></font><br /><font size="3">L&rsquo;introduzione del gruppo terapeutico sotto varie forme, compresa la realizzazione di un gruppo multifamigliare con i degenti e i loro famigliari, supervisionato dal professor Alfredo Canevaro, ha prodotto la rottura di questi stereotipi, in primo luogo ha favorito e legittimato una comunicazione orizzontale fra i degenti che prima del gruppo si rivolgevano molto agli operatori con vario tipo di richieste e molto poco fra loro. Il gruppo, anche se praticato per pochi incontri, dato che la degenza media &egrave; breve, meno di 15 giorni, favorisce l&rsquo;identificazione reciproca e diminuisce l&rsquo;ansia; inoltre, ha reso possibile anche la realizzazione di &ldquo;gruppi autogestiti&rdquo; che, come sempre, valorizzano la partecipazione soggettiva al cambiamento.<br /><br /> Complessivamente, il compito che &egrave; emerso come fondante questo gruppo nel SPDC riguarda un primo terntativo di elaborare il motivo della crisi, il cercare un senso al ricovero fra i degenti e con i loro famigliari. Insomma, come dice bene in questo lavoro Bonifazi, un tentativo di passare dal processo primario ad un processo secondario, un provare a dare un significato a ci&ograve; che &egrave; successo e a farlo uscire dalla dimensione di evacuazione emozionale o di agiti senza un apparente senso.</font><br /><font size="3">Insomm,a si tratterebbe di considerare il SPDC come un dispositivo costituito da vari setting che possa essere percepito come un contenitore, un apparato formato da vincoli multipli fra degenti, operatori, famigliari e mondo esterno che riduca l&rsquo;angoscia, il senso di persecuzione, la paura dell&rsquo;abbandono e della dissoluzione nel nulla, e permetta di intravedere una via di uscita da questo labirinto.<br /></font><br /><font size="3">Bonifazi ci mostra tutta la difficolt&agrave; e le resistenze nel condurre questa importante ricerca-azione che non &egrave; ancora conclusa e di cui questo testo non &egrave; solo una testimonianza, ma un manuale per la disseminazione in altri luoghi ed in altri tempi di esperienze simili. Le resistenze riguardano i ruoli, sulla differenza fra coordinatore e conduttore, differenza molto discussa nel gruppo di ricerca della scuola &ldquo;Jos&eacute; Bleger&rdquo;. Il mio punto di vista &egrave; che all&rsquo;interno di un&rsquo;istituzione, e soprattutto un&rsquo;istituzione totale come il SPDC, si &egrave; sempre implicati con l&rsquo;istituzione stessa; si pu&ograve; cercare di ridurre l&rsquo;implicazione, ma disimplicarsi totalmente significa abbandonare l&rsquo;istituzione stessa e negare il proprio ruolo. Io sono convinto che si debba avviare una dinamica fra un aspetto istituito, le leggi, i regolamenti, le consuetudini, la mentalit&agrave; ed il senso comune, comprese le routine quotidiane, e un aspetto istituente: l&rsquo;esigenza di cambiamento, diversi schemi di riferimento, l&rsquo;importanza dei vincoli e del mondo fuori dell&rsquo;istituito, la capacit&agrave;&nbsp; di lasciarsi attraversare da problematiche non strettamente pertinenti il campo di lavoro.<br /></font><br /><font size="3">L&rsquo;istituzione &egrave; il risultato della dinamica fra questi aspetti, &egrave; un processo in continuo divenire. Solo quando l&rsquo;istituito pone se stesso come l&rsquo;ISTITUZIONE e schiaccia ogni pensiero e pratica differente da quella ordinaria marchiandola come antiscientifica, non basata sull&rsquo;evidenza, sentimentale o retrograda, e sclerotizza le proprie pratiche trasformandole in procedure tecniche, allora diventa evidente come il processo istituzionale si sia fermato, e il compito sia mutato dalla cura dei pazienti al mantenimento dell&rsquo;istituito stesso. In questo caso, non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; cura, perch&egrave; non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; l&rsquo;altro, ma l&rsquo;oggetto di varie procedure che mirano tutte all&rsquo;automantenimento dell&rsquo;istituito. Siamo, in questo caso, nell&rsquo;istituzionalizzazione che bisogna distruggere se si vuole ripristinare il processo istituzionale che &egrave; stato soppresso.<br /></font><br /><font size="3">Questo &egrave; quello che &egrave; stato fatto in in Italia con la distruzione dei manicomi e la ripresa della dinamica istituzionale nel campo della salute mentale.</font><br /><font size="3">Tuttavia, l&rsquo;istituzionalizzazione della psichiatria &egrave; sempre all&rsquo;orizzonte, &egrave; dunque necessario tenere aperta la dinamica istituzionale anche in questo campo tenendo come orizzonte la salute mentale globale.<br /></font><br /><font size="3">Il lavoro di Stefano Bonifazi, che sono contento ed onorato di presentare, va in questa direzione. Che possa servire per molteplici esperienze di ricerca e azione.<br /></font><br /><font size="3">Leonardo Montecchi</font><br /><br /><br /></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La lotta contro l'ortodossia]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-lotta-contro-lortodossia]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-lotta-contro-lortodossia#comments]]></comments><pubDate>Sun, 11 Sep 2022 07:49:04 GMT</pubDate><category><![CDATA[Giorgio Parisi]]></category><category><![CDATA[Ortodossia]]></category><category><![CDATA[Scienza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-lotta-contro-lortodossia</guid><description><![CDATA[ di Giorgio ParisiQuando mi fu chiesto di scrivere una presentazione per la ristampa, da tempo attesa, di&nbsp;L&rsquo;Ape e l&rsquo;architetto,&nbsp;pensai tra me e me: &ldquo;Facile: &egrave; un libro che conosco perfettamente e che ho letto molte volte. Basta che gli dia uno sguardo veloce, trovo qualche citazione e so gi&agrave; che cosa dire&rdquo;. Detto fatto: abbastanza velocemente scrissi una prima stesura che cominciava con: &ldquo;Ricordo quando ho letto questo libro la prima volta: e [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<span class='imgPusher' style='float:right;height:28px'></span><span style='display: table;width:332px;position:relative;float:right;max-width:100%;;clear:right;margin-top:20px;*margin-top:40px'><a><img src="http://www.lorenzosartini.com/uploads/1/2/8/3/12833450/editor/giorgio-parisi-premio-nobel.png?1662883570" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 0px; margin-left: 20px; margin-right: 0px; border-width:0; max-width:100%" alt="Foto" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -0px; margin-bottom: 0px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="display:block;"><font size="3">di <strong>Giorgio Parisi</strong></font><br /><br /><font size="3">Quando mi fu chiesto di scrivere una presentazione per la ristampa, da tempo attesa, di&nbsp;<em>L&rsquo;Ape e l&rsquo;architetto,</em>&nbsp;pensai tra me e me: &ldquo;Facile: &egrave; un libro che conosco perfettamente e che ho letto molte volte. Basta che gli dia uno sguardo veloce, trovo qualche citazione e so gi&agrave; che cosa dire&rdquo;. Detto fatto: abbastanza velocemente scrissi una prima stesura che cominciava con: &ldquo;Ricordo quando ho letto questo libro la prima volta: era il 1973 e mi trovavo nel mio ufficio a New York alla Columbia University&hellip;&rdquo;. Tuttavia in un successivo sprazzo di lucidit&agrave; mi venne lo scrupolo di controllare la data di pubblicazione e con mio grande stupore scoprii che&nbsp;<em>L&rsquo;Ape e l&rsquo;architetto</em>&nbsp;era stato stampato per la prima volta nel 1976. Mi domando ancora che cosa avessi letto a New York nel 1973: forse uno dei saggi degli autori che a queltempo circolava come&nbsp;<em>preprint</em>&nbsp;in forma separata. In ogni caso buttai via quello che avevo scritto e rilessi il libro molto attentamente (come se fosse la prima volta), cercando di non sovrapporre i miei ricordi a quello che leggevo, cercando di capire quale fosse adesso il suo messaggio e quale impressione potesse lasciare al lettore.</font><br /></div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <div class="paragraph"><font size="3">Forse la prima sensazione che si ha adesso &egrave; di spaesamento. Quando un libro viene scritto &ndash; e questo &egrave; vero in particolar modo per una serie di saggi &ndash; gli autori hanno molto bene in mente il pubblico con cui cercano di comunicare. Una delle preoccupazioni che risultano molto chiare, specialmente nella prima parte di alcuni dei saggi che compongono&nbsp;<em>L&rsquo;Ape e l&rsquo;architetto</em>, &egrave; dimostrare che le tesi degli autori sono completamente in linea con i testi originali marxiani e ne sono la naturale conseguenza, e che se mostri sacri del marxismo (in un caso anche Lenin) affermano tesi contrarie, sono questi ultimi a uscire dalla corretta strada. L&rsquo;origine di questa preoccupazione si capiva benissimo nel 1976: da molto tempo si era andata costruendo un&rsquo;ortodossia marxista per la quale c&rsquo;erano alcune verit&agrave; indiscutibili; a questa rigidit&agrave; ideologica corrispondevano partiti comunisti che nella loro enorme variet&agrave; di prassi politica, erano spesso caratterizzati da una forte repressione del dissenso interno: gli avversari della linea vincente erano tipicamente accusati di essere devianti (in genere verso destra) dalla linea corretta. Il grande prestigio ottenuto dall&rsquo;Unione Sovietica per il suo contributo decisivo a sconfiggere il nazifascismo, la guerra fredda che divideva il mondo in due parti e la conseguente necessit&agrave; di schierarsi, avevano contribuito moltissimo a questa cristallizzazione. La sinistra in Italia per anni era stata dominata dal PCI e l&rsquo;egemonia culturale del PCI si faceva sentire pesantemente in tutta l&rsquo;area della sinistra progressista.<br /><br />Negli anni &rsquo;60 la situazione incomincia a cambiare. In Italia molti intellettuali incominciano a riflettere al di fuori degli schemi tradizionali e cercano di aprirsi uno spazio a sinistra. Il &rsquo;68 rompe impetuosamente gli argini e nel &rsquo;69 un gruppo d&rsquo;intellettuali e dirigenti politici del partito comunista italiano (tra cui uno degli autori&nbsp;<em>dell&rsquo;Ape e l&rsquo;architetto</em>) fonda una rivista (che poi diventa quotidiano), &ldquo;Il Manifesto&rdquo;, coerente con le loro posizioni politiche: come forse era invitabile, i promotori vengono espulsi dal partito. Ma anche al di fuori del Manifesto, l&rsquo;eterodossia nei confronti della vulgata dilaga; nasce la galassia della sinistra extraparlamentare. Negli anni &rsquo;70 questo processo &egrave; ormai molto avanzato, ma c&rsquo;&egrave; un ambito che la ventata critica ancora non ha sfiorato, protetto da uno statuto &ldquo;super partes&rdquo; unanimemente riconosciuto: la scienza. E potendone parlare con cognizione di causa, conoscendone i meccanismi dall&rsquo;interno<strong>,&nbsp;</strong>i nostri autori, scienziati e fisici di professione, e contemporaneamente marxisti<strong>,</strong>&nbsp;decidono che &egrave; il momento di riconsiderare le posizioni tradizionali sul ruolo della scienza nella societ&agrave;.<br /><br />Riguardo alla scienza, una delle tesi fondamenti dell&rsquo;ortodossia marxista era che &ldquo;l&rsquo;ideale conoscitivo delle scienze cognitive &egrave; sostanzialmente astorico e gode della propriet&agrave; per cui quando viene applicato alla natura serve unicamente al progresso della scienza&rdquo;. Al contrario, gli autori ritenevano che &ldquo;essendo la produzione scientifica un&rsquo;attivit&agrave; umana particolare e specifica, essa non &egrave; comprensibile di per s&eacute;, ma solo quando la si analizzi insieme a tutte le attivit&agrave; umane di un dato periodo storico e la si confronti con attivit&agrave; simili di altri periodi storici. In altre parole, anche la scienza diviene comprensibile solo se riferita alla totalit&agrave; dell&rsquo;operare degli uomini. (&hellip;) La scienza nella sua realt&agrave; concreta non ci &egrave; data immediatamente, ma solo dopo un lungo lavoro di analisi.&rdquo; Nell&rsquo;affermare questo gli autori erano coscienti di essere doppiamente eretici: non solo la maggior parte di loro si collocava in varie posizioni a sinistra del partito comunista, ma erano anche fortemente in contrasto con uno dei punti fondamentali dell&rsquo;ortodossia. Le tesi degli autori non erano politicamente neutre; vista l&rsquo;importanza sempre crescente della scienza e della tecnologia nella societ&agrave; moderna, era tutt&rsquo;altro che marginale il rischio che una visione illusoria della scienza potesse indurre una sbagliata interpretazione dei cambiamenti in corso e delle lotte operaie. Proprio per questo motivo era cruciale per gli autori di questo libro che il loro discorso avesse tutte le giustificazioni ideologiche e l&rsquo;apparato critico necessari per essere politicamente accettabile nella sinistra marxista e potere quindi influire sulla politica della sinistra.<br />Ma perch&eacute; parlavo di spaesamento nella rilettura di questo testo? L&rsquo;ortodossia marxista &egrave; andata via via scomparendo, insieme ai suoi difensori, con il crollo e la mutazione dei partiti comunisti al potere, e quindi adesso non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; la necessit&agrave; di dialogare con loro, anche se in forma spesso polemica, di giustificare le proprie posizioni con un richiamo all&rsquo;origine del pensiero marxiano e alla tradizione marxista prestalinista, come avevano fatto gli autori di questo libro di rottura. Per chi non ha vissuto quel periodo, pu&ograve; apparire incomprensibile concentrare tanto impegno a stabilire quale fosse l&rsquo;originale visione di Marx sull&rsquo;argomento.<br /><br /><strong><em>Il retroterra marxista</em></strong><br />Ma il richiamo al pensiero autentico di Marx non ha solo un ruolo difensivo verso l&rsquo;ortodossia marxista, ma &egrave; per capire la genesi delle posizioni degli autori, che sono estremamente originali. Anche la comunit&agrave; scientifica a quel tempo era fondamentalmente e compattamente convinta dell&rsquo;assoluta oggettivit&agrave; della scienza: secondo l&rsquo;opinione corrente tra gli scienziati certo c&rsquo;erano state influenze della societ&agrave; sulla scienza, ma queste avevano solamente contribuito ad accelerare o a rallentare lo sviluppo scientifico, che di per s&eacute; evolverebbeverso una costruzione finale oggettivamente (e non storicamente) determinata.<br /><br />Mi ricordo che il saggio del libro, che avevo letto per primo, mi aveva lasciato francamente perplesso: era&nbsp;<em>Il satellite della Luna</em>, di Marcello Cini, apparso sul &ldquo;Il Manifesto&rdquo; (rivista), nel settembre del 1969. In quell&rsquo;articolo Cini analizzava il programma Apollo, sottolineando che le ricadute scientifiche dei programmi spaziali erano talmente minuscole rispetto alle cifre spese, da non poter essere assolutamente accettate come motivazioni reali, e che considerazioni simili si potevano fare anche per l&rsquo;utilit&agrave; delle applicazioni e per i risultati indiretti; al contrario gli obiettivi politici e militari delle imprese spaziali erano vistosi e dominanti. Cini poi continuava inserendo queste considerazioni in un discorso pi&ugrave; generale sull&rsquo;uso capitalistico della scienza e sul rapporto tra forze produttive e capitale monopolistico e concludeva dicendo &ldquo;Come negare che oggi saremmo di fronte ad una scienza diversa, come contenuti, metodi, importanza stessa delle diverse discipline se la ricerca negli Stati Uniti non fosse stata negli ultimi vent&rsquo;anni condizionata in larga parte dalle necessit&agrave; economiche, politiche e militari di espansione del capitalismo?&rdquo;. Ovviamente a quel tempo all&rsquo;interno della sinistra bisognava confrontarsi con la posizione dei compagni sovietici che sostenevano candidamente che &ldquo;le motivazioni di fondo della ricerca spaziale erano le necessit&agrave; della scienza e il desiderio di procurare vantaggi futuri all&rsquo;umanit&agrave;&rdquo;; Cini aveva buon gioco nel dimostrare logicamente come queste affermazioni mascherassero in realt&agrave; interessi politici e militari pi&ugrave; profondi, ma nel far questo andava in rotta di collisione con il partito comunista di cui era un dirigente.<br />All&rsquo;epoca avevo ventun anni e, come tanti della mia generazione, avevo letto tanti romanzi di fantascienza su &ldquo;Urania&rdquo;: lo sbarco dell&rsquo;uomo sulla luna ci sembrava l&rsquo;inizio di una nuova fase di esplorazione e colonizzazione prima della luna e poi degli altri pianeti in cui i terrestri cominciavano finalmente a muovere i primi passi nell&rsquo;universo. Le critiche di Cini avevano certamente qualcosa di vero, ma ai nostri occhi implicavano solamente che le grandi potenze facevano per loro motivi miopi e sbagliati qualcosa che dal punto di vista dell&rsquo;evoluzione generale dell&rsquo;umanit&agrave; era comunque non solo sensato e necessario, ma anche assolutamente non rinviabile. Ci pareva che Cini non afferrasse che stavamo di fronte all&rsquo;alba dell&rsquo;era spaziale, e che si concentrasse su particolari contingenti senza coglierne la grande novit&agrave;: il suo ci sembrava un discorso in fondo limitato.<br /><br />A distanza di quaranta anni &egrave; del tutto evidente che lui aveva ragione e noi avevamo torto. L&rsquo;era spaziale, la colonizzazione della luna, non &egrave; mai cominciata e, a parte un gran numero di rocce lunari e qualche foto spettacolare, non ci &egrave; rimasto niente in mano di quei viaggi: di fatto &egrave; come se sulla luna non ci fosse andato mai nessuno. La chiusura drastica dei programmi di esplorazione umana della luna, senza nessuno spiraglio per una riapertura, la marginalit&agrave; dei programmi attuali di esplorazione spaziale, la dicono lunga sull&rsquo;importanza decisiva avuta, all&rsquo;epoca dello sbarco sulla luna, da contingenti motivazioni politico-militari. Ma all&rsquo;epoca quasi tutti gli scienziati non vedevano (o non volevano vedere) queste connessioni. Gli autori quindi erano anche eretici nell&rsquo;ambito ristretto della comunit&agrave; scientifica e lo sviluppo delle loro idee sarebbe stato impossibile in un ambiente puramente scientifico. Possiamo comprendere la genesi delle loro posizioni solo considerando l&rsquo;influenza della tradizione marxista. Infatti &egrave; statoMarx ad affermare che &ldquo;il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale politico e spirituale della vita. Non &egrave; la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma &egrave;, al contrario, il loro essere che determina la loro coscienza.&rdquo;. Lukacs da canto suo aveva rincarato la dose affermando che &ldquo;per la borghesia &egrave; una questione vitale apprendere il proprio ordinamento produttivo come se la sua forma fosse determinata da categorie valide al di fuori del tempo, quindi destinate dalle leggi eterne e della natura e della ragione a un&rsquo;eterna permanenza&rdquo; e che &ldquo;solo quando i fatti singoli della vita sociale vengono integrati in una totalit&agrave; come momenti dello sviluppo storico diventa possibile una conoscenza dei fatti come conoscenza della realt&agrave;&rdquo;. In altri termini, l&rsquo;inconsistenza della pretesa del capitalismo di porsi come fine della storia era un punto cruciale della critica marxista. A partire da queste premesse diventava &ldquo;quasi ovvia l&rsquo;indicazione di recuperare la produzione scientifica nelle scienze naturali nell&rsquo;ambito della totalit&agrave; storica&rdquo;, anche se invece lo stesso Lukacs si era arrestato di fronte a questo passo, sostenendo il contrario, ovvero che le sue considerazioni non si applicavano alle leggi naturali .<br /><br />&Egrave; molto interessate osservare la convergenza del pensiero dei nostri autori con quello della delegazione sovietica al congresso di storia della scienza e della tecnologia tenutosi a Londra nel 1931. Bucharin (una personalit&agrave; politica di primo livello, estremamente popolare nell&rsquo;URSS, che fu una delle vittime pi&ugrave; illustri delle purghe staliniane) scriveva che &ldquo;l&rsquo;idea che la scienza sia fine a se stessa &egrave; ingenua: essa confonde le passioni soggettive dello scienziato professionista, che lavora in un sistema di divisione del lavoro assai spinta (&hellip;) con il ruolo sociale oggettivo di questo genere di attivit&agrave;, in quanto attivit&agrave; di importanza pratica. La feticizzazione della scienza (&hellip;) &egrave; un riflesso ideologico falsato di una societ&agrave; in cui la divisione del lavoro ha distrutto la connessione visibile tra le funzione sociali, separandole nella coscienza dei loro agenti come valori sovrani ed assoluti.&rdquo;. Cini al convegno &ldquo;Scienza e Societ&agrave;&rdquo; del 1970 si riallacciava inconsapevolmente a queste parole di Bucharin &ndash; che all&rsquo;epoca non conosceva ancora &ndash; quando affermava che &ldquo;siamo portati a contestare il dogma di neutralit&agrave; della scienza, cos&igrave; profondamente radicato nella mente e nella coscienza di tanti di noi, nella misura in cui diventiamo consapevoli che non &egrave; possibile separare l&rsquo;oggetto del nostro atto di conoscenza dalle ragioni di questo atto, (&hellip;) isolare il meccanismo di soluzione di problemi senza individuare il meccanismo che propone i problemi da risolvere.&rdquo;.<br /><br /><strong><em>La progettualit&agrave; scientifica</em></strong><br />Le lotte di classe di quegli anni nelle fabbriche, le lotte operaie per la salute, per avere migliori condizioni di lavoro hanno certamente influenzato gli autori, come loro stessi riconoscono. Nel momento in cui i metodi di produzione erano presentati dal capitale come oggettivamente necessari e scientificamente deducibili, le discussioni sulla produzione di scienza nella societ&agrave; capitalistica avanzata, sul ruolo dell&rsquo;informazione che stava diventando merce, diventavano questioni di grande importanza politica e gli autori aspiravano a discutere a questo livello. Dal punto di visto teorico non era facile: si voleva rifiutare lo scientismo, senza rifiutare la scienza tout court, senza cadere in un nuovo luddismo. Il metodo seguito in&nbsp;<em>L&rsquo;Ape e l&rsquo;architetto</em>&nbsp;consisteva nel prendere come guida la progettualit&agrave; scientifica e di analizzare la scienza tenendo conto delle sue finalit&agrave; sociali e del suo ruolo sociale obiettivo; in qualche modo si contrapponevano gli scienziati-api che eseguono il loro di lavoro di ricerca senza riflettere al contesto, agli scienziati-architetti le cui azioni e ricerche concrete sono finalizzate ad un progetto che &egrave; precedente alle loro opere. La scienza moderna acquistava un significato chiaro solo se la si considerava all&rsquo;interno dell&rsquo;ascesa della borghesia e lo sviluppo del capitalismo moderno.<br />Bisognava quindi analizzare la funzione sociale della scienza, determinare da un lato gli effetti della scienza sulla societ&agrave; e dall&rsquo;altro come le richieste della societ&agrave; condizionassero la scienza. Ovviamente i due problemi sono fortemente connessi e non &egrave; possibile comprendere a fondo l&rsquo;uno senza analizzare l&rsquo;altro. Tuttavia, anche a rischio di separare ci&ograve; che non &egrave; separabile, preferisco discuterli uno per volta. Infatti le considerazioni di questo libro che riguardano l&rsquo;influsso della societ&agrave; sulla scienza sono quelle che all&rsquo;epoca hanno suscitato il pi&ugrave; gran numero di polemiche e discussioni pubbliche.<br /><br /><strong><em>La non neutralit&agrave; della scienza e le furibonde polemiche sul libro.</em></strong><br />Per capire quale sia l&rsquo;influsso della societ&agrave; nella scienza, sostengono gli autori, &egrave; conveniente esaminare in dettaglio la storia passata, &ldquo;vedere per quali condizioni di fatto gli uomini siano stati spinti alla scienza (&hellip;), bisogna trovare e determinare l&rsquo;origine dei bisogni scientifici: il che lega poi questi ad altri bisogni umani&rdquo;. Questo &egrave; il punto chiave del libro<strong>,&nbsp;</strong>che gli autori affrontano con grande equilibrio, consapevoli del rischio di cadere in due errori contrapposti: quello di negare i fondamenti oggettivi della scienza e quello di credere che la conoscenza oggettiva della natura sia determinata solo da una logica interna alla scienza stessa. Nel procedere su questo crinale gli autori mostrano una grande conoscenza della storia della scienza. Il senso delle loro posizioni si capisce meglio tenendo conto degli esempi da loro studiati. Ne elenco sommariamente qualcuno, cercando di coglierne alcuni punti essenziali.<br />&bull; La scoperta del principio di conservazione dell&rsquo;energia, negli anni che andavano dal 1842 al 1847, fu ferocemente criticata ed osteggiata da molti studiosi che volevano dare dignit&agrave; scientifica solamente alla meccanica, lasciando fuori le nuove discipline: termologia, elettrologia, magnetismo, acustica. Lo scontro fu deciso in favore delle nuove discipline, anche a causa del ruolo cruciale che avevano nella produzione industriale, e della necessit&agrave; di misure di precisione per arrivare ad una standardizzazione dei beni prodotti.<br />&bull; Boltzmann e Planck avevano entrambi studiato il problema della radiazione termica emessa da un corpo nero, tuttavia con atteggiamenti molto diversi: le origini di&nbsp; questa differenza di prospettivadiventavano comprensibili solo dopo una ricostruzione dell&rsquo;ambiente scientifico tedesco e del violento scontro tra le varie tendenze.&nbsp;<br />&bull; Nel Novecento, nel secondo dopoguerra c&rsquo;era stato un forte sviluppo di grandi laboratori, sia nazionali che internazionali, nei quali si concentrava la ricerca; il prototipo era stato il&nbsp;<em>Manhattan Project</em>&nbsp;a Los Alamos durante la guerra, finalizzato alla progettazione e costruzione della bomba atomica. Il successo di questi grandi laboratori era dovuto al loro funzionare come moltiplicatori dell&rsquo;efficienza nel processo di produzione scientifica, anche allo scopo di garantire che lo sviluppo di scienza pura reggesse il passo con la produzione industriale.<br />&bull; L&rsquo;etica professionale degli scienziati si stava modificando sempre di pi&ugrave; verso la morale dell&rsquo;impresa concorrenziale. &ldquo;Una volta se qualcuno pubblicava un risultato di rilievo, gli altri scienziati lo lasciavano lavorare in pace per almeno qualche anno perch&eacute; potesse svilupparlo per suo conto. Oggi i ricercatori pi&ugrave; attivi si precipitano fuori dall&rsquo;aula di un congresso per fare le pi&ugrave; ovvie esperienze che il relatore che ha appena finito di parlare non ha avuto il tempo di fare.&rdquo;.<br />&bull; La prassi scientifica degli Stati Uniti e dell&rsquo;URSS avevano notevoli differenza di tendenze. Per esempio in Unione Sovietica c&rsquo;era un forte sviluppo di analisi non lineare, che poteva essere correlato ai problemi della pianificazione sovietica, mentre &ldquo;la grande ripresa di studi di meccanica classica nell&rsquo;URSS sarebbe difficilmente comprensibile al di fuori di una tradizione culturale materialistico-dialettica.&rdquo;.<br /><br />Sono osservazioni fattuali perfettamente condivisibili. Ma ne veniva fuori un quadro del tutto inedito:&nbsp;la scienza era un&rsquo;attivit&agrave; sociale come un&rsquo;altra (a parte il fatto che, forse, richiedeva una molto maggiore dedizione) e le sue scelte venivano fatte anche per motivi irrazionali, extrascientifici, a volte apertamente socio-politici: non era pi&ugrave; un mostro sacro, obiettivo, neutrale, le cui scelte erano perfettamente razionali e quindi comprensibili solo da una logica interna riservata agli specialisti.&nbsp;Oggi giorno ci pare del tutto naturale, anzi quasi ovvia, la tesi&nbsp;che, pur essendo innegabile l&rsquo;attuale successo della scienza, nel suo processo storico essa sia stata influenzata dalla societ&agrave;, dai suoi bisogni: un&rsquo;altra storia, un&rsquo;altra societ&agrave; avrebbero prodotto un&rsquo;altra scienza, anch&rsquo;essa capace di spiegare i fenomeni ritenuti essenziali da quell&rsquo;altra societ&agrave;.<br /><br />Ma allora non fu affatto cos&igrave;:&nbsp;la reazione di gran parte dell&rsquo;establishment accademico fu furiosa: i pi&ugrave; famosi e i pi&ugrave; autorevoli commentatori italiani (Lucio Colletti, Giorgio Bocca) trovarono la tesi della non neutralit&agrave; della scienza completamente intollerabile e cercarono di smontarla con una serie di banalit&agrave; impressionanti del tipo &ldquo;i corpi cadono nello stesso modo sotto l&rsquo;azione della forza di gravit&agrave; nei paesi socialisti e nei paesi capitalisti&rdquo;, che ovviamente non coglievano assolutamente il punto. Anche se&nbsp;Giuseppe Barletta in &ldquo;Marxismo e teoria della scienza&rdquo; accusava in maniera ridicola e incomprensibile gli autori di essere degli stalinisti (&ldquo;allo zdanovismo riduttivo e sillogistico di Cini e della sua&nbsp;<em>&eacute;quipe</em>, Colletti &egrave; sembrato quasi costretto ad opporre la tesi, non pi&ugrave; sostenuta neppure da alcun avveduto neopositivista della&nbsp;<em>neutralit&agrave;</em>&nbsp;della scienza&rdquo;) l&rsquo;accusa principale era di aver ferito il&nbsp;<em>prestigio</em>&nbsp;della scienza:&nbsp;gli autori furono essere accusati di essere luddisti e Marcello Cini fu messo nella lista dei &ldquo;Cattivi Maestri&rdquo; da Bocca, come responsabile ultimo di nefaste tendenze antiscientifiche e derive irrazionali.<br /><br />In realt&agrave; oggi a tanti anni di distanza sembra vero tutto il contrario: ci sono forti tendenze antiscientifiche nella societ&agrave; attuale, il prestigio della Scienza e la fiducia in essa stanno diminuendo velocemente<strong>,&nbsp;</strong>le pratiche astrologiche, omeopatiche e antiscientifiche si diffondono largamente insieme a un vorace consumismo tecnologico e fideismo nella tecnologia; ma questa sfiducia di massa nella scienza &egrave; dovuta anche al fatto che la scienza insiste a presentarsi come superiore al gioco delle parti e in un certo senso sapienza assoluta, rispetto agli altri saperi opinabili, quando in realt&agrave; non lo &egrave; affatto. Proprio il rifiuto caparbio di non accettare la propria non-neutralit&agrave; indebolisce il prestigio degli scienziati che sbandierano un&rsquo;obiettivit&agrave; che non &egrave; autentica, davanti a un&rsquo;opinione pubblica che in qualche modo ne avverte la parzialit&agrave; di vedute e i limiti. Il rischio dello scientismo, si leggenell&rsquo;<em>Ape e l&rsquo;architetto</em>, &egrave; &ldquo;di aspettarsi troppo dalla scienza, la si concepisce come una superiore stregoneria, e perci&ograve; non si riesce a valutare realisticamente ci&ograve; che di concreto la scienza offre.&rdquo; Il risultato &egrave; che chi scienziato non &egrave; si mette in una posizione irrazionale di fronte a una scienza intesa come magia inaccessibile, destinato ad essere deluso e quindi a preferire altre speranze irrazionali (tema ripreso da Marco d&rsquo;Eramo nel suo&nbsp;<em>Lo Sciamano in Elicottero</em>).<br /><br /><strong>Il ruolo sociale della scienza.</strong><br />Come abbiamo gi&agrave; detto, oltre a considerare l&rsquo;influenza dei rapporti sociali ed economici sull&rsquo;operare scientifico, era necessario inversamente tener conto del ruolo delle scienze nella societ&agrave; e nell&rsquo;economia: bisognava cio&egrave; chiarire i nessi tra scienza e i rapporti sociali di produzione nella societ&agrave; capitalistica avanzata, e anche i rapporti tra scienza pura, scienza applicata e apparato produttivo.&nbsp;<em>L&rsquo;Ape e l&rsquo;architetto&nbsp;</em>affronta in dettaglio questo compito, sottolineando comunque che tutte queste distinzioni, parzialmente convenzionali, rientrano nell&rsquo;ambito di uno stesso processo. La scienza pura, avvertivano gli autori, non solo fornisce alla scienza applicata le conoscenze necessarie per potersi sviluppare (linguaggi, metafore, quadri concettuali), ma ha anche un ruolo pi&ugrave; nascosto e non meno importante. Le attivit&agrave; scientifiche funzionano infatti anche come un gigantesco circuito di collaudo di prodotti tecnologici e di stimolo al consumo di beni ad alta tecnologia avanzata; inoltre i grandi laboratori rappresentano &ldquo;un terreno sperimentale ideale di controllo e gestione di una complessa organizzazione produttiva integrata, che impiega manodopera estremamente specializzata e di altissimo livello tecnico.&rdquo;.<br />Queste osservazioni all&rsquo;epoca facevano scalpore e sembravano ideologiche, di parte, ma attualmente appaiono incontestabili, quasi scontate: basta pensare al gran numero di prodotti che sono stati prima testati nella ricerca avanzata, venduti in questo settore per ammortizzare i costi di ricerca e sviluppo, e poi passati alla produzione e al consumo di massa, (per esempio i sensori per la macchine fotografiche, utilizzati inizialmente dagli astronomi). I grossi centri di ricerca (il CERN di Ginevra al livello mondiale, i Laboratori Nazionali di Frascati al livello italiano) hanno avuto un ruolo decisivo nella creazione di reti di calcolatori, di internet, del linguaggio HTLM che &egrave; alla base del World Wide Web; infatti, come &egrave; stato ripetuto innumerevoli volte sulla stampa, il linguaggio HTLM &egrave; nato al CERN per soddisfare esigenze della comunit&agrave; scientifica.&nbsp;<br /><br />Rileggendo queste pagine a distanza di tempo colpisce il coraggio degli autori che demolendo, fatti alla mano, il pregiudizio della neutralit&agrave; della scienza, si sono trovati a combattere su due fronti con le due correnti pi&ugrave; potenti dell&rsquo;<em>intellighenzia</em>&nbsp;dell&rsquo;epoca, attirandosi l&rsquo;accusa di antiscientismo sia da parte degli antimarxisti, per ovvi motivi, che dei marxisti ortodossi, preoccupati, questi ultimi, di veder messo in discussione, in prospettiva, il preteso carattere &ldquo;scientifico&rdquo; del loro materialismo dogmatico. Ma colpisce anche la capacit&agrave; degli autori di cogliere precocemente alcune tendenze generali che all&rsquo;epoca erano presenti soltanto&nbsp;<em>in nuce</em>: gi&agrave; allora davano infatti un peso importante a un fenomeno che era ancora agli inizi, ma che adesso salta agli occhi: il progressivo trasformarsi dell&rsquo;informazione in merce, anzi nella pi&ugrave; importante delle merci.&nbsp; L&rsquo;informazione, come la conoscenza, &egrave; una merce molto diversa dalle altre: per bloccarne la libera diffusione e aumentarne il valore di scambio vengono istituiti brevetti, licenze e copyright. Il ruolo centrale dell&rsquo;informazione &egrave; talmente rilevante nell&rsquo;economia della societ&agrave; odierna che spesso viene chiamata la societ&agrave; dell&rsquo;informazione (molte pagine del recente libro di Balducci e Cini &ldquo;Lo spettro del capitale&rdquo; sono dedicate ad uno studio che espande e sviluppa questi temi gi&agrave; presenti ne&nbsp;<em>L&rsquo;ape e l&rsquo;architetto)</em>.<br /><br />A distanza di tanti anni dalla sua uscita, dunque,&nbsp;<em>L&rsquo;ape e l&rsquo;architetto</em>&nbsp;risulta un libro che ha aperto una strada, negli studi di filosofia e di storia della scienza, e a cui la storia ha dato per molti versi ragione, tanto che molte delle osservazioni dirompenti di allora sono entrate nel senso comune. E come tutti i libri che hanno fatto epoca, permette di ritrovare, anche nelle sue parti pi&ugrave; datate, che oggi non ci sarebbe bisogno di scrivere, ma allora erano cruciali, il sapore preciso di un periodo del passato e delle sue tensioni intellettuali. Da questo punto di vista &egrave; diventato un classico, che per essere inteso pienamente ha bisogno di essere contestualizzato e ricollocato nel suo tempo.<br />D&rsquo;altra parte questo libro ancora oggi ci apre una serie di scoperte: le citazioni di Marx e di autori marxisti ormai non hanno pi&ugrave; la funzione di smentire una corporazione di custodi dell&rsquo;ortodossia in favore del marxismo autentico, ma hanno l&rsquo;effetto di far conoscere ai lettori pagine dimenticate di sorprendente apertura, modernit&agrave; e lucidit&agrave; di un pensiero oggi emarginato e ignorato dalla cultura dominante.<br />E soprattutto&nbsp;<em>L&rsquo;Ape e l&rsquo;Architetto</em>&nbsp;comunica &ndash; e anche questa &egrave; una scoperta &ndash; l&rsquo;attualit&agrave; e la tenuta di un metodo critico &ndash; in questo caso di critica della scienza &ndash; che nella sua determinazione ad attenersi a un&rsquo;analisi rigorosa dei fatti sa essere insieme scientifico e marxiano, nel senso migliore di entrambi i termini: fedele al metodo scientifico per quanto &egrave; possibile nelle scienze umane, dove i fenomeni da osservare non sono matematizzabili, e marxiano nell&rsquo;attenzione alla base sociale ed economica di ogni agire umano, e nella consapevolezza che nessuna costruzione umana, scienza compresa, pu&ograve; essere sottratta alla storia.<br />&Egrave; un metodo che ha tuttora molto da insegnare a chi, oggi come allora, da scienziato o da storico, o l&rsquo;uno e l&rsquo;altro insieme, lavora con gli strumenti dell&rsquo;analisi critica a comprendere la propria epoca e a demolire i pregiudizi che di volta in volta ne ostacolano l&rsquo;intelligenza.</font><br /><br /><br />(ripreso da<a href="https://fisicamente.blog/" target="_blank"> https://fisicamente.blog</a>)<br /></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Formazione, trasformazioni e campo analitico]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/formazione-trasformazioni-e-campo-analitico]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/formazione-trasformazioni-e-campo-analitico#comments]]></comments><pubDate>Sat, 09 Jan 2021 14:56:09 GMT</pubDate><category><![CDATA[Campo]]></category><category><![CDATA[Paolo Magatti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/formazione-trasformazioni-e-campo-analitico</guid><description><![CDATA[ di Paolo Magatti1. Incontro e il paradigma della terziet&agrave; Ogni formatore sa quanto sia importante per il successo di un&rsquo;iniziativa formativa che nel gruppo si generi un clima positivo e collaborativo. Ossia che avvenga un incontro produttivo tra il formatore, i partecipanti e l&rsquo;oggetto di lavoro e di apprendimento. Incontro al quale ci si pu&ograve; preparare in maniera meticolosa, programmando la scaletta in modo che vi sia un filo logico, modulando attivit&agrave; frontali  [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<span class='imgPusher' style='float:right;height:103px'></span><span style='display: table;width:auto;position:relative;float:right;max-width:100%;;clear:right;margin-top:20px;*margin-top:40px'><a><img src="http://www.lorenzosartini.com/uploads/1/2/8/3/12833450/editor/magatti3.jpg?1610215480" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 0px; margin-left: 20px; margin-right: 0px; border-width:0; max-width:100%" alt="Foto" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -0px; margin-bottom: 0px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="display:block;"><font size="3"><span>di <strong>Paolo Magatti</strong></span><br /><br /><br /><span><strong>1.</strong></span><strong> <span>Incontro e il paradigma della terziet&agrave; </span></strong><br /><br /><span>Ogni formatore sa quanto sia importante per il successo di un&rsquo;iniziativa formativa che </span><span>nel gruppo si generi un clima positivo e collaborativo. Ossia che avvenga un </span><em><span>incontro</span><span> </span></em><span>produttivo tra il formatore, i partecipanti e l&rsquo;oggetto di lavoro e di apprendimento. Incon</span><span>tro al quale ci si pu&ograve; preparare in maniera meticolosa, programmando la scaletta in modo </span><span>che vi sia un filo logico, modulando attivit&agrave; frontali e sessioni esercitative, prestando </span><span>attenzione alla fase di avvio (patto formativo e costruzione del gruppo) e a quella con</span><span>clusiva (bilancio dell&rsquo;esperienza). </span><br /><span><em>Ci si incontra</em></span><span> e in ogni incontro succede qualcosa che </span><span>sfugge alla &ldquo;presa&rdquo; della progettazione: qualche partecipante ritarda, le autopresentazioni </span><span>prendono pi&ugrave; tempo del previsto, una domanda accende un conflitto, un&rsquo;esercitazione </span><span>prevista viene annullata e sostituita con un momento di riflessione individuale, e cos&igrave; via, </span><span>l&rsquo;elenco potrebbe continuare. Potremmo considerare questi fatti come determinati da ca</span><span>renze di progettazione oppure come incidenti &ldquo;normali&rdquo; a cui non prestare particolare </span><span>attenzione. Personalmente preferisco pensarli come &ldquo;sporgenze&rdquo; o &ldquo;pieghe&rdquo; che rom</span><span>pono l&rsquo;ordine razionale degli eventi, l&rsquo;ordine del discorso, e che segnalano qualche cosa </span><span>di importante per il processo di apprendimento che si sta svolgendo. Sporgenze, o pieghe, </span><span>che mi inducono a porre una domanda banale nella sua essenzialit&agrave;: </span><em><span>chi</span></em><span> si incontra in </span><span>un&rsquo;aula di formazione? O, volendo estendere il discorso &ldquo;oltre l&rsquo;aula&rdquo;, </span><em><span>chi</span></em><span> si incontra in </span><span>un setting formativo? Qui entrano in gioco i nostri modelli di riferimento, le nostre vi</span><span>sioni filosofiche, i nostri paradigmi. </span><em><span>Chi</span></em><span> si incontra, quindi? Potremmo dire che si incon</span><span>trano delle &ldquo;menti&rdquo;, ossia non delle sostanze individuali ma delle strutture di per s&eacute; rela</span><span>zionali e processuali. Si incontrano delle menti e si attivano diversi livelli di comunica</span><span>zione, in uno spettro che copre gradualmente dimensioni consce e inconsce, emotive e </span><span>razionali. Si pu&ograve; ipotizzare, seguendo Bleger, che oltre a questo strato interattivo agisca </span><span>sempre anche un livello sincretico, di&nbsp; </span><em><span>partecipazione</span></em><span> pre-relazionale o a-relazionale, che </span><span>rimanda ad aree indiscriminate della nostra psiche (socialit&agrave; sincretica).</span></font><br /></div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <div class="paragraph"><font size="3"><span>Ogni formatore ha esperienza del fatto che la replica di un medesimo progetto - pensiamo </span><span>per esempio a un seminario ripetuto pi&ugrave; volte con gruppi diversi - genera, nell&rsquo;incontro, </span><span>ogni volta un &ldquo;qualcosa&rdquo; di inedito e di imprevisto, che sappiamo rappresentare e descri-</span><span>vere verbalmente ma che ha anche a che fare con un insieme di sensazioni, quasi corpo</span><span>ree, che sfuggono ad una completa rappresentazione. Un &ldquo;qualcosa&rdquo; che ci indica uno </span><span>spazio &ldquo;terzo&rdquo;, un&rsquo;area sfuggente che proviamo a definire come clima, atmosfera e che </span><span>non ci sembra riducibile alla sola interazione con e tra i partecipanti. Un&rsquo;area che po</span><span>tremmo caratterizzare come 1) </span><em><span>transindividuale</span></em><span> in quanto non riguarda solo il formatore </span><span>o solo i partecipanti e neppure le loro inter-azioni), 2) </span><em><span>intermedia</span></em><span>, ossia qualcosa che si colloca nella barriera di contatto &ldquo;tra&rdquo; il conscio e l&rsquo;inconscio, il manifesto e il latente, </span><span>l&rsquo;interno e l&rsquo;esterno, il visibile e l&rsquo;invisibile. </span><span>La psicoanalisi, nella sua evoluzione storica, ha esplorato questa area &ldquo;terza&rdquo;, tanto che </span><span>&egrave; possibile sostenere che l&rsquo;intermediet&agrave; costituisca un vero e proprio paradigma episte</span><span>mologico della psicoanalisi: </span><br /><br /><span><font size="2">La storia della psicoanalisi, da Freud in poi, &egrave; la storia dell&rsquo;esplorazione dello spazio </font></span><font size="2"><span>intermedio. Per limitarci agli autori principali: dopo Freud, per il quale abbiamo visto, </span><span>lo Zwischenreich &egrave; innanzitutto il regno di mezzo del transfert e poi della fantasia e </span><span>dell&rsquo;arte; con la Klein &egrave; l&rsquo;area del gioco; con Lacan lo stadio dello specchio e dell&rsquo;alie</span><span>nazione primitiva che fonda il soggetto per come &egrave; riflesso dallo sguardo dell&rsquo;altro; con </span><span>Winnicott lo spazio potenziale/transizionale; con Bion &ldquo;O&rdquo; ossia &ldquo;qualcosa&rdquo; tra paziente </span><span>e analista che &egrave; l&rsquo;oggetto dell&rsquo;analisi; con Green il &ldquo;terzo&rdquo; in analisi; con Ogden il &ldquo;terzo </span><span>intersoggettivo&rdquo;</span><span> [1]</span><span>. </span></font><br /><br /><span>Spostando lo sguardo sui processi di gruppo, potremmo forse aggiungere a questo elenco </span><span>il nome di </span><span>Pichon-Rivi&egrave;re</span><span>. Il concetto di ECRO gruppale, ossia di uno schema concet</span><span>tuale, relazionale e operativo, nel quale i diversi partecipanti di un gruppo si riconoscono, </span><span>avendo condiviso un processo di lavoro e di apprendimento intorno a un compito &egrave; sicu</span><span>ramente una nozione che rimanda alla dimensione della terziet&agrave;. L&rsquo;ECRO &egrave; la struttura </span><span>risultante dalla messa a confronto &ldquo;conflittuale&rdquo; degli ECRO individuali. Ha pertanto </span><span>anch&rsquo;esso un carattere di </span><em><span>transindividualit&agrave;</span></em><span>, tra costruzione gruppale e processi di sog</span><span>gettivazione, e di </span><em><span>intermediet&agrave;</span></em><span>, essendo costituito dall&rsquo;insieme dei legami reali </span><em><span>e</span></em><span> fanta</span><span>smatici con l&rsquo;oggetto di apprendimento [</span><span>2]</span><span>. La nozione di ECRO, come altri nodi concet</span><span>tuali della concezione operativa, per esempio la &ldquo;spirale dialettica&rdquo; che descrive il pro</span><span>cesso del gruppo, rimanda ad un modo di intendere la terziet&agrave; influenzato, oltre che dalla </span><span>psicoanalisi, anche dalla grande tradizione del pensiero dialettico hegeliano e marxiano. </span><span>L&rsquo;ECRO gruppale infatti &egrave; un momento di sintesi parziale, che include, superandoli, gli </span><span>ECRO individuali, dove il conflitto-contraddizione assume la funzione primaria di mo-tore dell&rsquo;apprendimento/cambiamento.<br /><br />Il concetto contemporaneo di campo analitico, collocato all&rsquo;interno di coordinate cultu-</span><span>rali post-moderne, costituisce la declinazione pi&ugrave; &ldquo;radicale&rdquo; del paradigma della terziet&agrave;. </span><span>Esula dal nostro contributo inquadrare dal punto di vista filosofico il concetto attuale di </span><span>campo. Ci limitiamo tuttavia a sottolineare come esso, a differenza della concezione </span><span>&ldquo;operativa&rdquo;, sia connesso, oltre che ad uno sviluppo della pratica clinica, ad un orizzonte </span><span>teorico influenzato dall&rsquo;ermeneutica, dal decostruzionismo e dalla narratologia. Volendo </span><span>un po&rsquo; forzare la mano, potremmo dire che l&rsquo;</span><span>ECRO</span><span> sta alla </span><em><span>dialettica</span></em><span> come il </span><em><span>campo</span></em><span> sta </span><span>alla </span><span><em>differenza [</em></span><span>3]</span><span>. Nei prossimi paragrafi descriveremo le caratteristiche pi&ugrave; salienti della </span><span>concezione attuale del campo analitico e cercheremo di individuare la portata teorica e </span><span>pratica per le prassi formative. </span><br /><br /><br /><strong><span>2.</span> </strong><span><strong>Formazione e psicoanalisi. Breve inquadrame</strong><span><strong>nto</strong> </span></span><br /><br /><span>Come &egrave; noto, la psicosocioanalisi &egrave; una disciplina teorico-pratica che ha come fulcro </span><span>centrale concetti e metodi di derivazione psicoanalitica. Un compito fondamentale cui &egrave; </span><span>chiamato oggi il formatore psicosocioanalista &egrave; quello di confrontarsi con i recenti svi</span><span>luppi della psicoanalisi e di operare una &ldquo;traduzione&rdquo; delle principali innovazioni teori</span><span>che e tecniche dall&rsquo;ambito clinico-terapeutico a quello della formazione degli adulti. </span><span>Non &egrave; negli scopi di questo contributo indagare in modo approfondito i nessi tra psicoa</span><span>nalisi e formazione. Ci interessa in questo contesto sottolineare come sia il mondo della </span><span>formazione sia quello psicoanalitico negli ultimi decenni siano stati oggetto di notevoli </span><span>cambiamenti, che hanno portato a trasformazioni profonde, di natura paradigmatica, do</span><span>vute sia a fattori esterni, di natura socio-economica, sia interni alle discipline e alle co</span><span>munit&agrave; stesse [</span><span>4].<br /><br />Per quanto riguarda il mondo della formazione, specie quello connesso alle organizza-</span><span>zioni di lavoro, le trasformazioni collegate ai processi di globalizzazione e all&rsquo;imporsi </span><span>della narrazione neoliberale, hanno determinato una perdita di centralit&agrave; del concetto il</span><span>luministico di&nbsp; </span><em><span>Bildung</span></em><span>, come spazio auto-diretto di costruzione della soggettivit&agrave; indivi</span><span>duale e collettiva, a favore di un&rsquo;idea di messa a valore complessiva della vita nelle sue </span><span>componenti affettive e cognitive, ossia nell&rsquo;insieme del </span><em><span>bios</span></em><span>, funzionale a rendere i si</span><span>stemi pi&ugrave; performanti (efficaci ed efficienti) e capaci di meglio competere sul mercato </span><span>globale. Come suggerisce F. Carmagnola, ci si trova oggi &ndash; drammaticamente &ndash; di fronte </span><span>all&rsquo;alternativa tra una formazione efficace perch&eacute; &ldquo;fattuale&rdquo; e una formazione di ampie </span><span>vedute che ha come finalit&agrave; quella di interrogarsi sul valore e il senso dell&rsquo;agire, ma che </span><span>tendenzialmente non serve e quindi &ldquo;provoca problemi in un ambiente dove la competi</span><span>zione si afferma come valore in s&eacute;, e la partecipazione alla competizione come l&rsquo;in-s&eacute; </span><span>del valore&rdquo; [</span><span>5]</span><span>.</span><br /><br /><span>Il formatore che, per ragioni filosofiche e politiche, non voglia abdicare a svolgere una </span><span>funzione critica, di co-costruzione, insieme ai suoi formandi, di spazi di soggettivazione </span><span>autonoma e molteplice (non solo piegata alle esigenze della produzione e del mercato </span><span>globale), &egrave; chiamato pertanto a ricercare, scavando nell&rsquo;ambiguit&agrave; strutturale delle realt&agrave; </span><span>organizzative, quelle strategie e quei modelli formativi che siano in grado di salvaguar-</span><span>dare l&rsquo;aspetto di &ldquo;sporgenza&rdquo;, o di piega, rispetto all&rsquo;imperativo categorico dell&rsquo;efficacia </span><span>e dell&rsquo;efficienza [</span><span>6]</span><span>. </span><span>Si pu&ograve; ipotizzare che una formazione a indirizzo psicodinamico, proprio in quanto mantiene l&rsquo;attenzione sul doppio livello conscio/inconscio e sui meccanismi non lineari che disorientano e sfuggono alla presa della razionalit&agrave; strumentale (spostamento, condensa</span><span>zione, metaforizzazione ecc.) sia strutturalmente e geneticamente pi&ugrave; attrezzata a salva</span><span>guardare tale aspetto. Porre la nozione di inconscio, come luogo di produzione altro, al </span><span>centro della pratica formativa comporta un effetto di deragliamento e di slittamento ri</span><span>spetto al programma di valorizzazione economica della vita.</span><br /><span>Quindi, tenendo conto del quadro sopra sinteticamente delineato, il compito &egrave; oggi quello </span><span>di aggiornare approcci, strumenti e tecniche formative, alla luce delle innovazioni teori</span><span>che e tecniche offerta dalla psicoanalisi contemporanea.</span><br /><br /><span>La formazione &egrave; una pratica che per sua natura tende ad ibridare e a integrare contributi </span><span>provenienti da discipline e approcci eterogenei, in una sorta di </span><span>bricolage</span><span> intellettuale e </span><span>operativo che si combina in base alla sensibilit&agrave; di ciascun singolo formatore, cos&igrave; come </span><span>in relazione agli specifici contesti e finalit&agrave; formative. Pensiamo ad esempio a come il </span><span>tema della leadership sia trattato generalmente tenendo presenti diversi approcci e di</span><span>verse sensibilit&agrave;, derivanti dai </span><em><span>management studies</span></em><span>, dalla sociologia e dalla psicologia </span><span>dell&rsquo;organizzazione, non necessariamente di matrice psicoanalitica. Questa attitudine ad </span><span>ibridare vale anche se si restringe il campo all&rsquo;utilizzo delle concettualizzazioni pi&ugrave; spe</span><span>cificamente psicoanalitiche. Anche in questo caso, generalmente, il formatore tende a </span><span>servirsi, nel lavoro d&rsquo;aula, di costrutti che rimandano a diversi approcci (freudiani, klei</span><span>niani, psicologia analitica dell&rsquo;Io, bioniani e post-bioniani, ecc.), senza un&rsquo;eccessiva </span><span>preoccupazione di coerenza teorica. Dell&rsquo;ampio ampio e variegato armamentario concet</span><span>tuale, derivato dalla psicoanalisi, ricordiamo alcuni nuclei fondamentali che per decenni </span><span>hanno costituto una sorta di &ldquo;cassetta degli attrezzi&rdquo; per i formatori a orientamento psic</span><span>osocioanalitico: </span><br /><br /><span>&bull; </span><span>La concezione dinamica dell&rsquo;apparato psichico e della relazione tra conflitto-ansie-</span><span>difese. Pensiamo per esempio a come tale modello sia stato utilizzato nella lettura </span><span>delle dinamiche collegate al ruolo organizzativo; in particolare rispetto al conflitto </span><span>interno generato dalla necessit&agrave; di rispondere ad attese tra loro non convergenti da </span><span>parte di uno o pi&ugrave; &ldquo;emittenti di ruolo&rdquo;. Oppure in relazione al modello kleiniano-</span><span>jaquesiano delle ansie di base collegate alle componenti prescrittive (ansia persecu</span><span>toria) e discrezionali (ansia depressiva) del ruolo organizzativo. </span><br /><br /><span>&bull;</span><span> L&rsquo;utilizzo dell&rsquo;esame di realt&agrave; come processo dinamico di presa di consapevolezza </span><span>delle dissonanze tra dichiarato/presunto/effettivo in vista della definizione di un &ldquo;au</span><span>spicato consentito&rdquo;, ossia di una direzione progettuale, che si fondi, in modo reali</span><span>stico (n&eacute; impotente, n&eacute; onnipotente) sulle diverse forze in gioco. </span><br /><br /><span>&bull;</span><span> L&rsquo;attenzione ai processi transferali e controtransferali come vertici da cui leggere le </span><span>dinamiche tra docente e partecipanti; nella consapevolezza 1) di utilizzare tali co</span><span>strutti per una lettura dei movimenti del gruppo in apprendimento, senza tuttavia </span><span>giungere ad una interpretazione da esplicitare al gruppo e 2) di non poter elaborare </span><span>il transfert negativo, anche a causa dei tempi &ldquo;ristretti&rdquo; nei quali generalmente si </span><span>gioca la formazione, specie in contesti organizzativi produttivi. </span><br /><br /><span>&bull; </span><span>La riflessione sul ruolo del formatore come funzione ego-ausiliaria; quindi, da un </span><span>punto di vista dinamico, il formatore assume una funzione di integrazione tra com</span><span>ponenti super-egoiche, pulsionali (desideranti e aggressive) e &ldquo;dati di realt&agrave;&rdquo;, ovvero </span><span>vincoli-risorse-obiettivi. La funzione di Io ausiliario colloca il formatore, sul piano del processo secondario, nel ruolo di co-pensatore, con funzioni di sintesi, memoria, integrazione dei diversi fattori emergenti nel lavoro d&rsquo;aula, sia di natura contenuti-</span><span>stica che di processo. </span><br /><br /><span>&bull;</span><span> L&rsquo;attenzione per le possibili </span><em><span>collusioni</span></em><span> (&ldquo;utilizzare inconsciamente le paure dell&rsquo;al</span><span>tro per difendersi dalle proprie&rdquo;) tra formatore e partecipanti, sempre nel quadro di </span><span>un modello dinamico centrato su conflitto-ansie-difese; ricerca della &ldquo;giusta di</span><span>stanza&rdquo; con il gruppo dei partecipanti, nel tentativo di bilanciare spinte alla fusiona</span><span>lit&agrave; e alla simbiosi o viceversa freddezza, distacco, assenza di empatia. Operativa</span><span>mente ci&ograve; si traduce nel presidio del setting interno ed esterno. </span><br /><br /><span>&bull;</span><span> Il rischio di un atteggiamento super-egoico nei diversi attori implicati nel processo </span><span>formativo (il formatore </span><em><span>in primis</span></em><span>, ma anche il committente e i partecipanti); tema </span><span>affrontato ampiamente da Gino Pagliarani nei suoi scritti dedicati alla formazione [</span><span>7]</span><span>. </span><span>L&rsquo;atteggiamento super-egoico (la carenza di capacit&agrave; negativa e la conseguente pres-</span><span>sione a dire/fare la cosa giusta, evitando di transitare nel dubbio, nell&rsquo;incertezza) &egrave; </span><span>visto da Pagliarani come strutturalmente connesso alla situazione formativa, a sua </span><span>volta collegata all&rsquo;asimmetria tra un polo che sa e che trasferisce le conoscenze e un </span><span>polo &ldquo;mancante&rdquo;, che non sa e che le riceve. Scrive Pagliarani: <em>&ldquo;Si fa qui l&rsquo;ipotesi </em></span><em><span>che la situazione formativa, rappresentando o riproducendo simbolicamente gli ele-</span><span>menti che hanno contribuito a strutturarsi del difetto fondamentale, possa suscitare </span><span>ansia e innescare un tentativo di controllo e riduzione della stessa. In questa dire-</span><span>zione, una via semplice ed a portata di mano potrebbe essere il ricorso a difese su</span><span>peregoiche gi&agrave; presenti o che comunque un intervento di tipo super-egoico trove-</span><span>rebbe la strada aperta in quanto modalit&agrave; precedentemente esperita. Si opererebbe </span><span>allora un processo di compressione dell&rsquo;Io ad opera di un Super-Io potente e scarsa</span></em><span><em>mente riducibile dall&rsquo;Io stesso&rdquo; </em>[</span><span>8]</span><span>. </span><br /><br /><span>&bull; </span><span>Cura del setting: predisposizione dei fattori a-processuali (spazi, tempi, orari, ono-</span><span>rario, ruoli, compito) sui quali si depositano le parte pi&ugrave; primitive della mente grup</span><span>pale (Bleger). Attenzione per il setting interno del formatore, onde evitare o limitare </span><span>processi collusivi. </span><br /><br /><span>&bull; </span><span>Utilizzo della ripartizione bioniana tra gruppo di lavoro/gruppo in assunto di base; </span><span>anche in questo caso il formatore si serve di questo costrutto per cogliere e dare </span><span>senso determinati momenti che si possono determinare nel corso del processo di </span><span>apprendimento, e che possono segnalare dei bisogni profondi, non giunti a rappre-</span><span>sentazione, del gruppo dei partecipanti. In altri termini, seguendo la lezione di Pa</span><span>gliarani, gli assunti di base possono essere intesi non solo come meccanismi regres</span><span>sivi e psicotici, ma anche come segnalatori per richiamare il formatore a modulare </span><span>il suo ruolo e il suo stile di conduzione in funzione dell&rsquo;assunto di base prevalente </span><span>(rispettivamente </span><em><span>affidabile</span></em><span>, </span><em><span>coraggioso</span></em><span>, </span><em><span>creativo</span></em><span> per gli assunti di base di </span><em><span>dipen</span></em><span><em>denza</em>, <em>attacco-fuga</em>, <em>accoppiamento</em>).<br /><br />&bull;</span><span> L&rsquo;utilizzo della concezione operativa di gruppo elaborata dalla scuola psicoanalitica </span><span>argentina di Pichon-Rivi&egrave;re [</span><span>9];</span><span> l&rsquo;attenzione per una doppia dimensione del compito </span><span>(manifesto e latente), per le diverse funzioni esercitate dai partecipanti e per il livello </span><span>di fissit&agrave; e stereotipia nell&rsquo;esercizio delle stesse, la focalizzazione del formatore-</span><span>coordinatore sugli &ldquo;emergenti&rdquo; e sui &ldquo;passaggi&rdquo; di fase (pre-compito, compito, pro</span><span>getto) del processo gruppale costituiscono degli strumenti di lavoro ordinari &ndash; a pre</span><span>scindere da un utilizzo specifico della tecnica operativa &ndash; del formatore psicosocioa</span><span>nalista.</span><br /><br /><span>Questa rapida e incompleta carrellata di temi e tecniche pu&ograve; essere oggi riesaminata e </span><span>reinquadrata alla luce della rinnovata cornice teorica della psicoanalisi contemporanea. </span><span>Del resto &egrave; normale che la formazione a orientamento psicodinamico sia destinata a se</span><span>guire, a distanza e con un ritmo proprio, le trasformazioni della &ldquo;sorella maggiore&rdquo; dalla </span><span>quale trae modelli e pratiche di intervento. Ci troviamo oggi di fronte ad una sorta di </span><span>&ldquo;nuova ondata&rdquo;; con un fisiologico effetto di ritardo, i formatori sono chiamati a fare i </span><span>conti con i modelli teorici e tecnici, di matrice neo-bioniana, che propongono una visione </span><span>rinnovata della principale scoperta freudiana: l&rsquo;inconscio. Va sottolineato che tale cesura, </span><span>o rottura epistemologica, riguarda una corrente ancora minoritaria nella comunit&agrave; anali-</span><span>tica, ma sempre pi&ugrave; influente, sia a livello italiano che internazionale. Basti citare il ri</span><span>lievo internazionale di analisti come J. S. Grotstein, T. Odgen e dell&rsquo;italiano A. Ferro, </span><span>attuale presidente dell&rsquo;Associazione Psicoanalitica Italiana.</span><br /><br /><span>La tesi che qui sosteniamo &egrave; che la forte scossa che i post-bioniani hanno dato alla psi</span><span>coanalisi [</span><span>10]</span><span> apra, per chi si occupa di formazione nelle organizzazioni, dei territori fecondi </span><span>sia per inquadrare la propria pratica sia per raffinare la propria tecnica di lavoro. Inoltre </span><span>si pu&ograve; supporre che il quadro teorico emergente, in quanto sposta il focus </span><span>dall&rsquo;interpre</span><span>tazione alla narrazione</span><span>, sia addirittura </span><span>maggiormente compatibile</span><span> con gli obiettivi e </span><span>l&rsquo;ambito di applicazione della formazione. Uno dei rischi infatti dell&rsquo;applicazione dei </span><span>modelli fortemente segnati da una postura interpretativa, era, nonostante le precauzioni </span><span>deontologiche e la consapevolezza di non debordare oltre un compito formativo, quello </span><span>di slittare verso un approccio pi&ugrave; o meno surrettiziamente volto a disvelare una presunta </span><span>verit&agrave; nascosta piuttosto che a costruire spazi inediti di pensabilit&agrave; e di azione. </span><span>Come si diceva, il passaggio fondamentale riguarda la mutata concezione dell&rsquo;inconscio </span><span>come concetto cardine della psicoanalisi. Per chiarire questo passaggio riportiamo per </span><span>esteso tre differenti citazioni: </span><br /><br /><font size="2"><span>L&rsquo;inconscio non &egrave; pi&ugrave; la regione dove sono spediti al confino i pensieri che non hanno </span><span>diritto di accedere alla coscienza; esso diventa una funzione della personalit&agrave; deputata </span><span>a digerire la realt&agrave; e a rifornire la mente di cibo. Un cibo che Bion chiama &ldquo;verit&agrave;&rdquo;. Non </span><span>&egrave; pi&ugrave; (solo) il disordine che irrompe come sintomo nella civilt&agrave; del discorso razionale, con i suoi classici effetti lacunosi (con i lapsus, gli atti mancati, i sogni) o di dismisura (con gli acting, i fraintendimenti del transfert, o anche le deviazioni che permettono alla </span><span>pulsione di soddisfarsi per sublimazione). </span><em><span>&Egrave; concepito invece come una struttura che </span><span>serve a simbolizzare: una componente dell&rsquo;organizzazione psichica che aiuta la mente </span><span>a categorizzare, a dimenticarsi delle differenze per trattenere delle somiglianze, per </span></em><span><em>disegnarsi dei modelli delle cose, per &ldquo;sognarle&rdquo;</em>.</span>&nbsp;<span> Per questo &egrave; preferibile riferirsi ai&nbsp; </span><span>processi </span><span>inconsci come a un continuum di attivit&agrave; psichiche di cui troviamo tracce in </span><span>una gamma di funzioni che va dal sogno notturno al calcolo algebrico [</span><span>11].</span><br /><br /><span>&nbsp;</span><span>Il secondo cambiamento riguarda il concetto di inconscio non pi&ugrave; considerato come il </span><span>luogo del rimosso, del &ldquo;celato&rdquo; da indagare e decifrare, dotato di una sua stabilit&agrave;, alla </span><span>stregua delle rovine di uno scavo archeologico e riemergente attraverso la via regia del </span><span>sogno. </span><br /><em><span>L&rsquo;inconscio &egrave; <span>qualcosa che <span>sta a valle <span>della relazione c<span>he si produc<span>e nell&rsquo;incon</span></span></span></span></span></span></em><span><em>tro tra due menti, &egrave; in continuo divenire</em> </span><span>grazie alle operazioni della funzione alfa, della </span><span>barriera di contatto, dell&rsquo;apparato per pensare, sentire e sognare nel suo complesso [</span><span>12].</span><br /><br /><span>In Bion l&rsquo;inconscio perde il suo significato ontico di luogo; &egrave; una funzione della mente, </span><span>non uno spazio per depositare il rimosso. Per Bion non esiste opposizione tra conscio e </span><span>inconscio (quest&rsquo;ultimo come un insieme di contenuti primitivi e arcaici che possono </span><span>essere svelati e compresi) ma relazioni tra oggetti e funzioni. (&hellip;) L&rsquo;accento si &egrave; spostato </span><span>ora dal &ldquo;rimosso&rdquo; al &ldquo;non ancora rappresentato&rdquo;, dallo &ldquo;scoperto&rdquo; al &ldquo;creato&rdquo; (&hellip;) [</span><span>13].</span></font><br /><span>&nbsp;</span><br /><span>Per una disamina articolata degli effetti che questo passaggio ha determinato su aspetti </span><span>fondamentali della teoria e della pratica psicoanalitica (setting, relazione analista-pa</span><span>ziente, interpretazione, modello della mente, ecc.) si rimanda al prezioso lavoro curato </span><span>da A. Ferro, </span><span><em>Psicoanalisi oggi</em>.</span><br /><br /><span>Qui ci limitiamo a elencare quelli che riteniamo essere i principali snodi che possono </span><span>avere un impatto profondo sul modo di fare formazione e sull&rsquo;assetto mentale del forma</span><span>tore, nel suo lavoro in aula. </span><br /><br /><span>&bull; </span><span>L&rsquo;inconscio non &egrave; pi&ugrave; soltanto inteso come il luogo del rimosso ma (anche) come </span><span>una funzione trasformativa, che &egrave; alla <span>base del processo di simbolizzazione, ossia </span></span><span>di trasformazione (messa in forma) di protoemozioni (che sfuggono alla rappresen</span><span>tazione, nel gergo bioniano &ldquo;elementi beta&rdquo;), in immagini, in concatenamenti narra</span><span>tivi di immagini, fino all&rsquo;articolazione in pensieri. </span><br /><br /><span>&bull;</span><span> Come estensione del punto precedente possiamo dire che Bion, a partire dal suo </span><span>lavoro sul pensiero degli schizofrenici, inaugura il passaggio da una psicoanalisi dei </span><span>&ldquo;contenuti&rdquo; ad una psicoanalisi delle &ldquo;funzioni&rdquo; [</span><span>14]. In altri termini, non si tratta pi&ugrave; &ndash; solo &ndash; di ristabilire una verit&agrave; rimossa, recuperando un contenuto inconscio, quanto </span><span>piuttosto di sviluppare le funzioni psichiche che consentono di &ldquo;sognare&rdquo; e &ldquo;pen</span><span>sare&rdquo; l&rsquo;esperienza. Ci&ograve; significa abbandonare la metafora della ricostruzione archeo</span><span>logica, secondo la quale il processo analitico coincide con uno scavo in profondit&agrave; </span><span>per riportare alla luce dei frammenti dimenticati (dimensione verticale, dall&rsquo;alto </span><span>verso il basso), per esplorare, nel qui ed ora della relazione, una molteplicit&agrave; (rizo</span><span>matica?) di direzioni, alla ricerca di un&rsquo;espansione della capacit&agrave; di pensare/sognare. </span><span>Come metteremo a fuoco nel prossimo paragrafo, Pagliarani, lettore di Bion, anti</span><span>cipa almeno parzialmente questo passaggio, mettendo a fuoco il carattere &ldquo;architet</span><span>tonico&rdquo; (costruttivo e pro-gettuale), pi&ugrave; che archeologico (ricostruttivo), della pra</span><span>tica clinica, sia essa terapeutica o formativa. </span><br /><br /><span>&bull;</span><span> Il sogno, la via regia per l&rsquo;inconscio, non &egrave; pi&ugrave; (solo) un&rsquo;attivit&agrave; notturna, custode </span><span>del sonno, da </span><em><span>decifrare</span></em><span> per coglierne il </span><em><span>contenuto</span> <span>latente</span></em><span>; esso &egrave; in primo luogo da </span><span>intendersi come una&nbsp; </span><em><span>funzione</span></em><span>, attiva anche durante la vita diurna, ma resa invisibile </span><span>dalla luminosit&agrave; accecante dei processi consci (di giorno la luna c&rsquo;&egrave; ma non si vede). </span><span>In una formula efficace possiamo dire che si &egrave; passati dal </span><span>sogno</span><span>, con un focus sul </span><span>contenuto, al </span><em><span>sognare</span></em><span>, come funzione di elaborazione delle protoemozioni in pen</span><span>sieri. </span><br /><br /><span>&bull;</span><span> Come i relazionalisti [</span><span>15]</span><span> e gli intersoggettivisti [</span><span>16]</span><span>, anche i neo-bioniani radicalizzano </span><span>la critica ad una psicoanalisi unipersonale, dove l&rsquo;analista specchio mantiene uno </span><span>stato di neutralit&agrave; nei confronti dell&rsquo;analizzando. Tra analista e paziente si genera un </span><span>campo che non &egrave; pi&ugrave; n&eacute; dell&rsquo;uno n&eacute; dell&rsquo;altro, ma della coppia. Avviene quindi un </span><span>passaggio dall&rsquo;unipersonale al transpersonale.</span><br /><br /><span>&bull;</span><span> Dal punto di vista della teoria della tecnica, il passaggio fondamentale riguarda la </span><span>perdita di centralit&agrave; dell&rsquo;interpretazione a favore di un&rsquo;espansione narrativa del </span><span>campo. Compito dell&rsquo;analista &egrave; pertanto quello di contribuire all&rsquo;espansione narra</span><span>tiva del campo, intervenendo a un livello &ldquo;micrometrico [</span><span>17]</span><span>&rdquo; sulle varie configura</span><span>zioni che il campo progressivamente assume. </span><span>Prima di passare ad analizzare in modo pi&ugrave; compiuto il modello di &ldquo;campo analitico&rdquo; e </span><span>le sue ricadute per la formazione, ci sembra opportuno recuperare una traccia che Paglia</span><span>rani ci ha lasciato nei suoi scritti e che, letta ora, con un effetto di </span><span>nachtraeglichkeit </span><span>, ci </span><span>sembra una potente anticipazione del modello di cui si sta parlando. </span><br /><br /><br /><strong><span>3. Intermezzo. Pagliarani &ldquo;oltre le stigmate del transfert&rdquo; </span></strong><br /><br /><span>Nella giornata nona del </span><span><em>Coraggio di Venere</em> [</span><span>18]</span><span>, intitolata &ldquo;Ibridamente sulla spirale&rdquo;, Pagliarani, o meglio il personaggio che nella finzione letteraria lo incarna, si confronta con l&rsquo;eredit&agrave; freudiana rispetto al tema del transfert. Pur riconoscendo la genialit&agrave; del fonda</span><span>tore della psicoanalisi (&ldquo;Freud era e resta un genio&rdquo;), Pagliarani sembra prendere le di</span><span>stanze da una visione della relazione clinica, e non solo clinica, schiacciata e appesantita </span><span>dal movimento ripetitivo del passato. Egli prende posizione a favore della valorizzazione </span><span>del presente (&ldquo;presentismo&rdquo;), per cui <em>&ldquo;un sentimento forte e vero emergente nell&rsquo;</em></span><em><span>hic et </span><span>nunc</span></em><span><em> pu&ograve; bucare il filtro del transfert&rdquo;</em>. In altre parole, il transfert &ndash; che insieme alla resi</span><span>stenza &ndash; &egrave; una delle due parole chiave della psicoanalisi, &egrave; solo un vertice possibile da </span><span>cui guardare la relazione analitica. Accanto, ed oltre, alla </span><em><span>ri-creazione</span></em><span>, &egrave; fondamentale </span><span>pensare alla </span><em><span>creazione</span></em><span>, ossia a quello che di originale e unico si crea nel </span><em><span>qui ed ora</span></em><span> della </span><span>relazione. Questo secondo piano costituisce il valore estetico della psicoanalisi: consen</span><span>tendo il passaggio dalla ripetizione del transfert all&rsquo;ibridazione che si realizza nell&rsquo;incon</span><span>tro, la psicoanalisi diventa arte. </span><br /><br /><span><em>Ibridazione</em></span><span> assume quindi la funzione di parola chiave con cui Pagliarani pensa alla di</span><span>mensione estetica e creativa dell&rsquo;incontro. E ci&ograve; vale, in senso esteso, per ogni incontro </span><span>con l&rsquo;altro, sia esso una persona o un pensiero, una teoria: </span><br /><br /><font size="2"><span>Ibrido vuol dire anche non ortodosso e tu mi richiami all&rsquo;ortodossia. Freud era e resta </span><span>un genio. Sicuramente una mente pi&ugrave; alta di quella che si ritrovano tanti suoi seguaci. </span><span>Sono persuaso che, vivo oggi, Freud si distanzierebbe da certi freudiani. Come Marx da </span><span>certi marxisti. Io non nego Freud, come non nego Marx. Quel che siamo oggi, tutti, ha </span><span>almeno una radice in loro, nella loro lezione, ma proprio per questo sto alla saggezza di </span><span>Whitehead che dice: &laquo;Una scienza esitante nello scordare chi l&rsquo;ha fondata &egrave; perduta&raquo; [</span><span>19].</span></font><br /><span>&nbsp;</span><br /><span>&Egrave; a questo punto che Pagliarani introduce, scherzando con le parole, il neologismo </span><span>trans-</span><span>transfert&nbsp;</span><span> per riferirsi a &ldquo;tutto ci&ograve; che &ndash; </span><em><span>al di l&agrave;</span></em><span> del transfert &ndash; si produce in ogni rela</span><span>zione&rdquo; [</span><span>20]</span><span>; a sostegno della sua tesi, fa poi subito riferimento alla recente lettura di un </span><span>articolo di uno psicoanalista bioniano, A. B. Bahia (</span><em><span>Nuove teorie: <span>loro influenza <span>ed effetto </span></span></span><span>sulla tecnica psicoanalitica</span></em><span>), che sottolinea come il vertice del transfert rischi di impedire </span><span>l&rsquo;osservazione imparziale di &ldquo;fatti nuovi&rdquo; (</span><em><span>that is the non repeated</span></em><span>), che rappresentano il </span><span>non ripetuto di ogni situazione analitica, cos&igrave; che idee originali e fertili non possono na-</span><span>scere, vengono annichilite, sono rese sterili. Una traccia testuale ci riporta al nome di </span><span>Grotstein che, come abbiamo detto sopra, &egrave; uno degli autori di riferimento per la corrente </span><span>post-bioniana contemporanea. L&rsquo;articolo di A. B. Bahia, che tanto entusiasma Pagliarani, </span><span>&egrave; inserito in un </span><em><span>Memorial </span></em><span>collettaneo, dedicato a Bion,</span> <span>curato da Grotstein, come lo stesso </span><span>Pagliarani ci ricorda poche pagine pi&ugrave; avanti [21].</span><br />&nbsp;<br /><span>Attraverso questo breve </span><em><span>detour&nbsp;</span></em><span> testuale, faccio l&rsquo;ipotesi che Pagliarani, nella sua genialit&agrave; </span><span>clinica e teorica, intuisca quello che a posteriori sar&agrave; una vera e propria svolta paradig</span><span>matica. Il riferimento alla necessit&agrave;, per ogni scienza, di dimenticare (avendoli incorpo</span><span>rati e rielaborati) i padri fondatori, mi conforta in questa ipotesi. In altri termini, possiamo </span><span>dire che Pagliarani intuisca una direzione di ricerca che oggi noi, attraverso un </span><em><span>apr&egrave;s-</span></em><span><em>coup</em>,</span><span> possiamo meglio comprendere e attualizzare, alla luce di quegli apparati concet</span><span>tuali e metodologici, che trovano nel costrutto di &ldquo;campo&rdquo; il loro fulcro teorico fonda</span><span>mentale.</span><br /><br /><span>Rimane aperta la questione se pensare &ldquo;oltre&rdquo; il transfert [</span><span>22]</span><span> significhi abbandonare tale </span><span>vertice (sposando una versione radicale) oppure conservarlo come uno dei possibili </span><span>sguardi sulla relazione (versione debole).</span><br /><span>Sempre nell&rsquo;ambito del pensiero psicosocioanalitico, A. Burlini e A. Galletti [</span><span>23]</span><span> sembrano </span><span>optare per una versione non radicale (quindi integrativa di pi&ugrave; modelli), quando sottoli</span><span>neano come il transfert sia da intendere come uno </span><em><span>spazio intermedio</span></em><span>, ossia </span><span>uno <em>spazio di </em></span><span><em>gioco</em> <em>o uno spazio teatrale</em> </span><span>che colloca la relazione </span><span>tra</span><span> il presente e il passato: non mera </span><span>ripetizione del passato, ma nemmeno pretesa onnipotente e ingenua di svincolarsi da </span><span>esso.</span><br /><br /><span>Per concludere, possiamo dire che l&rsquo;idea della dimensione estetica della relazione psi-</span><span>coanalitica, o meglio della relazione </span><span>tout court</span><span>, sia centrale nella tradizione psicosocioa-</span><span>nalitica italiana. Le assonanze con l&rsquo;idea di &ldquo;trasformazione estetica&rdquo; proposta dai post-</span><span>bioniani sono molte. Il lavoro da compiere oggi consiste nell&rsquo;approfondire, sul solco </span><span>tracciato da Pagliarani, &ldquo;come&rdquo; avvenga questa trasformazione, introducendo un livello </span><span>pi&ugrave; analitico di spiegazione che ci consenta di elaborare delle tecniche utilizzabili nei </span><span>diversi ambiti della finestra psicosocioanalitica (nel nostro ambito, soprattutto quelle le</span><span>gate al&nbsp; </span><em><span>fare</span></em><span>: </span><em><span>officina </span></em><span>e</span><span> <em>faber</em></span><span>). Si tratta, in altri termini, di provare a colmare il salto tra la </span><span>scienza e l&rsquo;arte, tra l&rsquo;intuizione e la comprensione. Riteniamo che il concetto di campo </span><span>da questo punto di vista ci possa essere d&rsquo;aiuto. </span><br /><br /><br /><strong><span>4.</span> </strong><span><strong>Il campo analitico. Un modello per la formazione?</strong> </span><br /><br /><span>La nozione di campo analitico &egrave; un tentativo di fornire un quadro di riferimento generale </span><span>che tenga conto della fittissima trama di comunicazioni inconsce, che si costruisce </span><span>nell&rsquo;incontro analitico. In sintesi,&nbsp; </span><em><span>per campo si intende ci&ograve; che si produce nel gioco re</span><span>ciproco di scambi inconsci tra paziente e analista e che non &egrave; pi&ugrave; riconducibile n&eacute; all&rsquo;uno </span><span>n&eacute; all&rsquo;altro, ma trascende l&rsquo;uno e l&rsquo;altro e al tempo stesso retroagisce sui due membri </span><span>della coppia</span></em><span>. Sul piano epistemologico il modello di campo segna i limiti di una conce-</span><span>zione della relazione come situazione dicotomica, organizzata sulla polarit&agrave; soggetto/og</span><span>getto. In questa sede ci limiteremo ad accennare all&rsquo;evoluzione storica di tale costrutto e </span><span>a metterne in evidenza alcune caratteristiche fondamentali, rimandando il lettore alla bibliografia specialistica per un approfondimento storico e teorico.<br /><br />La nozione di campo fa la sua comparsa ufficiale all&rsquo;interno del pensiero psicoanalitico [</span><span>24]</span><span> </span><span>all&rsquo;inizio degli anni &rsquo;60, per opera dei coniugi Baranger, che a loro volta la mutuano da </span><span>K. Lewin, da Merleau-Ponty e da Pichon-Rivi&egrave;re. Il lavoro seminale dei Baranger,&nbsp; </span><em><span>La </span><span>situazione analitica come campo dinamico</span></em><span> (1961-62), si inserisce a pieno titolo nel di</span><span>battito sul controtransfert [</span><span>25]</span><span> che ha coinvolto diversi analisti di matrice kleiniana nel corso </span><span>degli anni &rsquo;50. Particolare attenzione viene data dai Baranger all&rsquo;idea che nel campo si </span><span>strutturi una&nbsp; </span><span><em>fantasia inconscia di coppia</em> </span><span>che rappresenta un punto d&rsquo;urgenza (o emer</span><span>gente), concetto che, come quello di andamento a spirale della seduta, derivano da Pi</span><span>chon-Rivi&egrave;re. &Egrave; su tale fantasia emergente che deve puntare l&rsquo;interpretazione. L&rsquo;altro </span><span>concetto centrale proposto dai Baranger &egrave; quello di </span><em><span>bastione</span></em><span> con il quale intendono il </span><span>punto principale di resistenza, frutto a sua volta delle resistenze incrociate di paziente e </span><span>analista. La specificit&agrave; della coppia analitica deriva dal fatto l&rsquo;analista, per la sua posi</span><span>zione asimmetrica, limita e contiene le risposte di contro-identificazione proiettiva. L&rsquo;in</span><span>terpretazione, ben calibrata e accettata dall&rsquo;analizzando, produce pertanto una modifica</span><span>zione del campo. Grazie ad essa l&rsquo;analista cessa di essere il depositario dell&rsquo;aspetto che </span><span>l&rsquo;analizzando aveva posto su di lui e l&rsquo;analizzando pu&ograve; reintroiettare la parte preceden</span><span>temente depositata. Attraverso il ritmo di interpretazioni e insight, il campo si ristruttura, </span><span>secondo un andamento a spirale.</span><br /><span>&nbsp;</span><br /><span>La nozione di campo trova in Italia, a partire dalla met&agrave; degli anni &rsquo;80, tra gli psicoanalisti </span><span>di matrice bioniana, un fecondo terreno di ricerca, con molteplici diramazioni interpre</span><span>tative, senza tuttavia che si giunga ad una elaborazione comune e condivisa [</span><span>26]</span><span>. Alcuni </span><span>analisti sottolineano le connessioni con gli sviluppi della fisica contemporanea, altri con </span><span>la teoria della complessit&agrave;, altri ancora si mantengono maggiormente ancorati ad una </span><span>visione clinica e al proprio specifico dominio disciplinare [2</span><span>7]</span><span>. </span><span>Tra gli autori italiani che, per primi e in modo autonomo rispetto ai Baranger, hanno colto </span><span>il potenziale euristico della nozione di campo, va sicuramente ricordato Corrao, che par-</span><span>tendo da un&rsquo;elaborazione originale del pensiero di Bion e da un&rsquo;attenta riflessione epi-</span><span>stemologica sul modello fisico della teoria quantistica del campo, a met&agrave; degli anni &rsquo;80 </span><span>applica la nozione di campo ai fenomeni gruppali, arrivando a postulare una &ldquo;funzione </span><span>gamma&rdquo; del gruppo, effetto di uno spostamento di funzioni di pensiero originariamente </span><span>individuali (funzione alfa) al gruppo stesso. Questa funzione gamma corrisponde in de-</span><span>finitiva alla capacit&agrave; del pensiero di gruppo di metabolizzare gli elementi sensoriali ed </span><span>emotivi bruti dispersi nel campo analitico (elementi beta). A partire da queste considera-</span><span>zioni Corrao (1985; 1986), sottolinea il carattere di potenzialit&agrave;/possibilit&agrave; del campo, </span><span>come <em>&ldquo;un sistema ad infiniti gradi di libert&agrave;, forniti dalle infinite determinazioni possibili che esso assume in ogni punto dello spazio ed in ogni istante del tempo&rdquo;</em>. Se la concezione del campo elettromagnetico fa da sfondo alla visione di Lewin, ereditata poi dai Baran</span><span>ger, la concezione del campo quantistico, &egrave; il modello di riferimento per Corrao e la sua </span><span>scuola. &Egrave; da ricordare, a questo proposito, l&rsquo;estensione della nozione di campo all&rsquo;ambito </span><span>istituzionale, in particolare applicata alle istituzioni psichiatriche, operata da Correale gi&agrave; </span><span>nel 1991. Riportiamo in Fig. 1 una rappresentazione sintetica delle influenze che hanno portato alla concettualizzazione attuale del modello di campo.</span></font><br /><br /></div>  <div><div class="wsite-image wsite-image-border-none " style="padding-top:10px;padding-bottom:10px;margin-left:0px;margin-right:0px;text-align:center"> <a> <img src="http://www.lorenzosartini.com/uploads/1/2/8/3/12833450/modello-del-campo-magatti_orig.webp" alt="Foto" style="width:auto;max-width:100%" /> </a> <div style="display:block;font-size:90%">Fig. 1</div> </div></div>  <div class="paragraph"><br /><font size="3"><span>A testimonianza della fecondit&agrave; del dibattito sul costrutto di campo tra gli analisti italiani, </span><span>nella prima met&agrave; degli anni &rsquo;90 &egrave; il Congresso nazionale della SPI che si tiene a Rimini </span><span>nel 1994, intitolato&nbsp; </span><span><em>La risposta dell&rsquo;analista e le trasformazioni del campo analitico</em> [</span><span>28]</span><span>. </span><span>La formulazione attuale del concetto che ci sembra pi&ugrave; proficua e pi&ugrave; spendibile anche </span><span>sul piano della formazione, &egrave; frutto del lavoro teorico e clinico di A. Ferro e del gruppo </span><span>di psicoanalisti post-bioniani dell&rsquo;Universit&agrave; di Pavia (Civitarese, Collov&agrave;, Foresti, Maz</span><span>zacane ecc.). &Egrave; a questo modello che far&ograve; prevalentemente riferimento nel proseguo del </span><span>lavoro. </span><br /><br /><em><span>Trasformazioni </span></em><br /><span>In primo luogo, il campo si definisce non tanto come un insieme di oggetti, quanto per le </span><em><span>trasformazioni</span></em><span> che lo costituiscono. Un campo &egrave; descrivibile in base alle sue trasforma</span><span>zioni, fluttuazioni, perturbazioni. Considerare una situazione di incontro attraverso la </span><span>lente del campo significa quindi concentrare l&rsquo;attenzione pi&ugrave; sui flussi che sui soggetti/oggetti che lo compongono. Ma che trasformazioni avvengono nel campo? In prima battuta potremmo dire che le </span><em><span>trasformazioni</span></em><span> vanno pensate come delle </span><em><span>traduzioni conti</span></em><span><em>nue</em> </span><span>della realt&agrave; ordinaria, fattuale, ad opera della realt&agrave; emozionale [</span><span>29]</span><span>, nella direzione di </span><span>una pi&ugrave; ricca simbolizzazione.</span><br /><span>&nbsp;</span><br /><span>Il campo &egrave; un modo per dare un nome al quell&rsquo;intreccio </span><span>pre-comunicativo che rende possibile lo svolgersi dei processi di trasformazione degli </span><span>elementi protomentali e preverbali in pittogrammi emotivi, ossia in immagini. Per com</span><span>prendere meglio questo passaggio &egrave; necessario fare riferimento al </span><em><span>modello della mente</span></em><span> </span><span>elaborato da Ferro e dai suoi allievi, a partire da Bion [</span><span>30].</span></font><br /><br /></div>  <div><div class="wsite-image wsite-image-border-none " style="padding-top:10px;padding-bottom:10px;margin-left:0px;margin-right:0px;text-align:center"> <a> <img src="http://www.lorenzosartini.com/uploads/1/2/8/3/12833450/modello-del-campo-magatti2_orig.webp" alt="Foto" style="width:auto;max-width:100%" /> </a> <div style="display:block;font-size:90%">Fig. 2</div> </div></div>  <div class="paragraph"><br /><font size="3"><span>Il modello [</span><span>31]</span><span> schematizzato in figura 2, mette in evidenza come le trasformazioni si col</span><span>lochino su piani diversi.&nbsp; </span><span><em>In primo <span>luogo</span></em></span><span>, grazie alla trasformazione operata dalla funzione </span><span>alfa, le protoemozioni (elementi Beta), si trasformano in elementi alfa, ossia assumono </span><span>la forma elementare di pittogrammi emotivi. Gli elementi alfa, a loro volta, per opera del </span><span>pensiero onirico della veglia che svolge una sorta di operazione di &ldquo;montaggio&rdquo;, si strut</span><span>turano in concatenazioni. Nel campo si manifestano dei &ldquo;derivati&rdquo; di tali concatenazioni, </span><span>in una gamma articolata che va da forme pi&ugrave; semplici e con un tempo di decadimento </span><span>brevissimo (per esempio i flash onirici, ossia quelle immagini fuggevoli che appaiono o </span><span>scompaiono nell&rsquo;arco di frazioni di secondo) fino a forme pi&ugrave; complesse, associabili a </span><span>&ldquo;personaggi&rdquo;, dotati di consistenza e persistenza che, a prescindere dal fatto di avere una </span><span>referenza esterna (cio&egrave; di indicare una figura effettivamente esistente sul piano di realt&agrave; </span><span>fattuale, il padre reale, il capo, ecc.) segnalano lo &ldquo;stato&rdquo; in cui il campo si trova nel </span><span>qui </span><span>ed ora</span><span>. Il campo, in questa prospettiva, si arricchisce progressivamente di un &ldquo;cast&rdquo; di </span><span>personaggi, che nel loro entrare e uscire dalla scena, tracciano delle trame narrative che </span><span>raccontano l&rsquo;evoluzione, la regressione o la stasi nel processo di espansione della pensa</span><span>bilit&agrave;.</span><br /><br /><span>Un altro modo per nominare ci&ograve; che si produce nel campo &egrave; quello di riferirsi alla nozione </span><span>di &ldquo;aggregato funzionale&rdquo;: <em>&ldquo;L&rsquo;elaborazione in &lsquo;aggregati funzionali&rsquo; coincide con il pas</em></span><em><span>saggio da figure piane, colte da un unico vertice, a ologrammi, cio&egrave; immagini tridimen</span><span>sionali che prendono corpo nello spazio plurisoggettivo e possono essere viste simulta</span></em><span><em>neamente da prospettive diverse, in quando prodotte da almeno due fonti di luce&rdquo;</em>. </span><span>In secondo luogo, i &ldquo;derivati narrativi&rdquo; che emergono di volta in volta nel campo, sono suscettibili di un ulteriore livello di elaborazione, descrivibile, attingendo nuovamente al pensiero di Bion, attraverso il movimento oscillatorio [</span><span>32]</span><span> di tre parametri fondamentali: contenitore&harr;</span><span>contenuto, PS</span><span>&harr;</span><span>D (posizione schizoparanoide, posizione depressiva), </span><span>CN</span><span>&harr;</span><span>FP (capacit&agrave; negativa e fatto scelto)</span> [<span>33]</span><span>. Accenniamo brevemente a questi tre aspetti: </span><br /><br /><span>- <em>Contenitore</em></span><span>&harr;</span><em><span>contenuto</span></em><span>: un pensiero si forma se le protoemozioni vengono contenute </span><span>e raccolte; se, grazie alla relazione che si costituisce, elementi dispersi e frammentari </span><span>acquistano un senso e una forma, seppur parziale e temporanea.</span><br /><br /><span>- PS</span><span>&harr;</span><span>D: il movimento oscillatorio tra la posizione schizoparanoide e depressiva segnala </span><span>quanto nel campo prevalga la scissione, la relazione con oggetti parziali, connessi a vis</span><span>suti di tipo persecutorio, oppure quanto prevalga l&rsquo;integrazione, la sintesi, l&rsquo;emergere di </span><span>punti di condensazione, collegati alla capacit&agrave; di tollerare la mancanza (l&rsquo;unit&agrave; raggiunta </span><span>&egrave; sempre strutturalmente mancante). </span><br /><br /><span>- CN</span><span>&harr;</span><span>FP: il movimento tra capacit&agrave; negativa e fatto scelto, si configura come un&rsquo;oscil</span><span>lazione tra la permanenza in uno stato di attesa vigile, aperta al possibile, e il momento </span><span>della decisione e della scelta, nel quale un elemento presente nel campo si stacca dal </span><span>flusso e assume il ruolo di attrattore delle forze in gioco. </span><span>Il fallimento delle operazioni di &ldquo;alfabetizzazione&rdquo; sopra descritte, pu&ograve; portare alla con</span><span>figurazione di un campo &ldquo;iperbeta&rdquo;, cio&egrave; di una situazione chiusa, bloccata, stereotipata, </span><span>affettivamente e cognitivamente povera, nella quale il vettore del cambiamento non in-</span><span>contra quello dell&rsquo;apprendimento. </span><br /><br /><span><em>Carattere narrativo e insaturo del campo</em></span><br /><span>La teorizzazione del campo analitico risente dell&rsquo;influenza della teoria della letteratura e </span><span>della semiotica [</span><span>34]</span><span>. La seduta va vista come un &ldquo;testo&rdquo;, come un&rsquo;opera aperta, nell&rsquo;acce</span><span>zione che ne ha dato Umberto Eco. L&rsquo;intervento dell&rsquo;analista si pone come un contributo </span><span>insaturo, di co-costruzione di una &ldquo;verit&agrave;&rdquo; non data ma generata nel campo analitico. </span><span>Ogni &ldquo;personaggio&rdquo; che emerge nel campo svolge una specifica funzione. Particolar</span><span>mente significativi sono i &ldquo;personaggi boa&rdquo;, ossia quei personaggi che segnalano pas-</span><span>saggi evolutivi riusciti e ai quali si pu&ograve; fare riferimento nei momenti di crisi e di regres-</span><span>sione. </span><span>Sulla dimensione narrativa del campo riportiamo queste parole di Corrao, il quale centra </span><span>l&rsquo;attenzione sulla relazione biunivoca tra emozioni e narrazioni: </span><br /><br /><font size="2"><span><em>&ldquo;Sciogliere le emozioni in narrazioni&rdquo;</em> significa operare una trasformazione attraverso </span><span>cui emozioni e vissuti troppo addensati vengono espressi in parole, scene e narrazioni. </span><span>La messa in parole cui mi riferisco non coincide con l&rsquo;interpretazione classica, ma piut-</span><span>tosto ne rappresenta un precursore o un sostituto. Essa &egrave; caratterizzata dal fatto di essere, </span><span>per alcuni aspetti (spontaneit&agrave;, immediatezza, vicinanza con la dimensione pre-conscia), </span><span>simile ad una libera associazione ed &egrave; caratterizzata, inoltre, dalla forma narrativa e per </span><span>immagini. La nozione di &ldquo;sciogliere le emozioni in narrazioni&rdquo; pu&ograve; essere indicata anche </span><span>con &ldquo;emozione</span><span>&harr;</span><span>narrazione&rdquo;. Questa notazione (emozione</span><span>&harr;</span><span>narrazione) mette in luce non soltanto la trasformazione che ha come risultato l&rsquo;espressione delle emozioni, ma anche l&rsquo;operazione reciproca. Evidenzia, dunque, che la narrazione ha la capacit&agrave; di fare </span><span>emergere emozioni sino a quel momento disperse o avvertite soltanto come tensioni. [</span><span>35]</span></font><br /><span>&nbsp;</span><br /><span>Va comunque sottolineato che l&rsquo;interpretazione in senso classico (in particolare l&rsquo;inter-</span><span>pretazione del transfert), secondo alcuni analisti che si rifanno al modello di campo, se </span><span>ben bilanciata, mantiene una funzione essenziale. In altri termini, le dinamiche transferali </span><span>e controtransferali costituiscono delle coordinate possibili, ma non esclusive, per leggere </span><span>la situazione analitica. </span><br /><br /><em><span>Temporalit&agrave; del campo </span></em><br /><span>Un ulteriore aspetto sul quale anche il formatore &egrave; chiamato a riflettere &egrave; il carattere non </span><span>lineare della temporalit&agrave; che si struttura nel campo. Tale aspetto, che pu&ograve; apparire scon-</span><span>tato per lo psicoanalista, rappresenta invece un&rsquo;assunzione dirompente per il formatore, </span><span>abituato a pensare al processo di apprendimento come un percorso che va da un grado </span><span>minore ad un grado maggiore di conoscenza, secondo un andamento tendenzialmente </span><span>lineare e progressivo. Ma oltre al tempo cronologico, al tempo sequenziale, il campo &egrave; </span><span>punteggiato dal tempo-evento, dal kairos che apre ad un possibile non (ancora) pensato. </span><span>Ferro fa presente che nel campo avvengono continui movimenti di <em>apr&egrave;s-coup</em> secondo i </span><span>quali ci&ograve; che avviene nel qui ed ora contribuisce a riscrivere &ldquo;a posteriori&rdquo;, a retroagire </span><span>ricorsivamente sul testo che si &egrave; costruito precedentemente [</span><span>36]</span><span>. </span><br /><br /><br /><strong><span>5.</span> <span>&ldquo;Sognare il compito&rdquo;. Modello di campo e apprendim<span>ento operativo</span></span></strong><br /><br /><span>In che modo il modello di campo pu&ograve; aiutare il formatore/consulente psicosocioanalista </span><span>a svolgere il suo compito? In che modo la visione &ldquo;neo-bioniana&rdquo; di campo modifica lo </span><span>stare in aula del formatore e il suo lavoro di facilitatore del processo di apprendimento? </span><span>Come si &egrave; avuto modo di sottolineare in altra sede, la concezione operativa di gruppo </span><span>costituisce un punto di approdo e un riferimento teorico e tecnico fondamentale per gli </span><span>psicosocioanalisti italiani che si occupano di apprendimento e cambiamento [3</span><span>7]</span><span>.</span><br /><span>La domanda allora pu&ograve; essere cos&igrave; formulata: che connessioni e intrecci si possono in-</span><span>travedere tra la concezione operativa e il modello attuale del campo analitico? </span><span>Una prima considerazione, di carattere storico, riguarda il fatto che queste due correnti interne alla movimento psicoanalitico condividono un&rsquo;origine comune. I Baranger, oltre che a Lewin e a Merleau-Ponty, nel formulare il concetto di campo bipersonale sono </span><span>debitori nei confronti di Pichon-Rivi&eacute;re, sia per quanto riguarda l&rsquo;andamento a spirale </span><span>della seduta, sia per l&rsquo;importanza di lavorare intorno al &ldquo;punto d&rsquo;urgenza&rdquo;, cio&egrave; a quella </span><span>configurazione emergente del campo &ldquo;pi&ugrave; vivida di altre&rdquo; [</span><span>38]</span><span>.<br />Possiamo pertanto dire che </span><span>&ndash; almeno nella sua formulazione originaria &ndash; la nozione di &ldquo;punto d&rsquo;urgenza&rdquo;, o emer</span><span>gente costituisce una sorta di seme comune che, collocato in terreni di coltura diversi, ha </span><span>dato origine a sviluppi non direttamente collegati ma potenzialmente compatibili e ibri</span><span>dabili. Si tratta dunque di riannodare due percorsi, di riconnettere due storie, che condi-</span><span>vidono un&rsquo;origine comune.</span><br /><span>Riteniamo che la psicoanalisi post-bioniana contemporanea possa dare oggi al formatore </span><span>orientato dalla concezione &ldquo;operativa&rdquo;: 1) un arricchimento del suo quadro teorico, 2) </span><span>una </span><span>strumentazione tecnica pi&ugrave; raffinata e precisa per lavorare su ci&ograve; che emerge (emer-</span><span>gente) dall&rsquo;interazione dinamica tra coordinazione-gruppo-compito</span><span>. </span><br /><br /><span><em>Lo spettro dell&rsquo;onirico</em> </span><br /><span>In primo luogo, i post-bioniani articolano e differenziano diverse formazioni emergenti, </span><span>a seconda del grado pi&ugrave; o meno sviluppato di simbolizzazione e di trasformazione. Pren</span><span>dendo spunto dall&rsquo;immagine dello spettro elettromagnetico, che in fisica colloca le pos</span><span>sibili frequenze delle radiazioni elettromagnetiche su un continuum che va dall&rsquo;ultravio</span><span>letto all&rsquo;infrarosso, essi introducono il concetto </span><em><span>spettro dell&rsquo;onirico</span></em><span> per indicare la </span><span>gamma dei fenomeni &ldquo;emergenti&rdquo; nel campo, dalle formazioni pi&ugrave; vicine al sostrato cor</span><span>poreo (protomentale, precategoriale, sincretico) a quelle pi&ugrave; simbolicamente elaborate e </span><span>trasformate dalla cultura e dal processo di astrazione. </span><br /><br /><span>Analogamente allo spettro elettromagnetico, dove la banda del visibile che &egrave; percepibile </span><span>all&rsquo;occhio umano rappresenta solo una parte dell&rsquo;intero spettro, cos&igrave; anche nello </span><em><span>spettro </span><span>dell&rsquo;onirico</span></em><span>, la parte che pu&ograve; essere pensata dalla mente individuale e gruppale &egrave; solo </span><span>una frazione del tutto. Rimangono ai suoi estremi delle aree potenziali, di espansione </span><span>possibile, in funzione del livello di evoluzione che ha raggiunto l&rsquo;apparato per pensare. </span><span>Possiamo immaginare che la situazione triangolare formatore-gruppo-compito sia im</span><span>mersa in una &ldquo;nuvola&rdquo; di possibilit&agrave; inesplorate, di pensieri senza pensatore, il che ri</span><span>manda ad un&rsquo;area ignota, disorientante, ambigua ma carica di potenzialit&agrave;. In altre parole, </span><span>vi sono sempre nel qui ed ora della situazione formativa delle riserve di possibilit&agrave; non </span><span>pensate che se intercettate, &ldquo;agganciate&rdquo;, possono contribuire a rompere il cerchio delle </span><span>coazioni a ripetere e delle stereotipie. Ovviamente non tutte le trasformazioni si realiz-</span><span>zano. Rimangono trasformazioni non realizzate, pensieri non pensati. Lavorare ispiran-</span><span>dosi ad un modello di campo vuol dire, per il formatore, accettare di muoversi in un&rsquo;area potenzialmente aperta, multidimensionale, che dischiude infiniti mondi possibili; un&rsquo;area che impone alla sua mente un&rsquo;oscillazione continua tra Capacit&agrave; Negativa e Fatto </span><span>Scelto [</span><span>39]</span><span>.</span><br /><br /><span>Il riferimento allo <em>spettro dell&rsquo;onirico</em> consente inoltre di raffinare la capacit&agrave; di co</span><span>gliere in maniera puntuale le </span><em><span>micro-trasformazioni</span></em><span> che attraversano il campo. &Egrave; pertanto </span><span>possibile distinguere </span><em><span>diversi</span></em><span> fenomeni emergenti, sulla base della loro vicinanza-distanza </span><span>dalla dimensione protomentale-sensoriale: </span><br /><br /><span>-</span> <span>Le </span><span><em>r&ecirc;veries corporee</em> </span><span>ossia</span> <span>azioni, prive di un&rsquo;immediata qualit&agrave; rappresentazionale </span><span>o percettiva, che si esprimono come un movimento involontario del corpo, che giun</span><span>gono senza preavviso, &ldquo;come un ospite inatteso la cui visita non manca mai di sor</span><span>prenderci&rdquo; [</span><span>40]</span><span>. Riguarda il livello corporeo, le tensioni, le impazienze, le effrazioni </span><span>del setting interno ed esterno (ci&ograve; che nel pensiero blegeriano costituisce il manife</span><span>starsi dello strato sincretico), i movimenti, gli spostamenti, i rumori del corpo, i </span><span>cambi di luce o di temperatura. </span><br /><br /><span>-</span>&nbsp; <span>Le <em>trasformazioni in allucinosi</em> [</span><span>41]</span><span>, sono situazioni nelle quali <em>&ldquo;si &egrave; imprigionati in un </em></span><span><em>effetto di realt&agrave;&rdquo;</em>, di eccessiva concretezza, di appiattimento su un piano bidimen</span><span>sionale, in cui si d&agrave; per scontato ci&ograve; che accade e le parole sono usate come cose e </span><span>non pi&ugrave; come simboli. Una quota di allucinosi (ossia di proiezione sul reale di ci&ograve; </span><span>che gi&agrave; sappiamo) &egrave; inevitabile per riconoscere e dare continuit&agrave; all&rsquo;esperienza. </span><span>All&rsquo;interno del campo, si pu&ograve; cogliere &ndash; seguendo Civitarese &ndash; una trasformazione </span><span>in allucinosi nelle situazioni in cui si verifica un fraintendimento frutto di una per-</span><span>cezione o una credenza poi smentita dai fatti; per esempio, l&rsquo;essere convinti &ndash; erro</span><span>neamente &ndash; che in un&rsquo;aula sono presenti due partecipanti in relazione gerarchica di </span><span>capo-collaboratore pu&ograve; essere letta come un semplice errore, oppure come una tra</span><span>sformazione in allucinosi, ossia come una &ldquo;percezione&rdquo; </span><em><span>esatta</span></em><span> che ci dice qualche </span><span>cosa riguardo allo stato del campo e alle sue dinamiche inconsce. </span><br /><br /><span>-</span><span> Il <em>flash onirico</em></span><span>, come immagine-lampo, singolo fotogramma, che affiora nella </span><span>mente al di fuori di un atto intenzionale. </span><br /><br /><span>-</span><span> La <em>r&ecirc;verie</em>, </span><span>come sogno ad occhi aperti, che, a differenza del flash onirico che si </span><span>manifesta in modo puntuale e contratto, si articola in una sceneggiatura, prevede </span><span>un&rsquo;ambientazione e dei personaggi. Anche la </span><em><span>r&ecirc;verie </span></em><span>visita la mente del formatore, </span><span>che si predispone ad accoglierla ponendosi in una postura ricettiva e vigile (capacit&agrave; </span><span>negativa). Per esempio, pu&ograve; essere il ricordo che sorge spontaneamente nella mente </span><span>di un episodio vissuto con un altro gruppo, magari associato alla scena di un film </span><span>visto di recente. </span><br /><br /><span>-</span><span> La <em>trasformazione </em><span><em>in sogno</em>, </span></span><span>introdotta da A. Ferro, presuppone di considerare quello </span><span>che un partecipante sta raccontando &ldquo;filtrandolo&rdquo; [</span><span>42]</span><span> come se si trattasse del racconto </span><span>di un sogno. Tale indicazione tecnica ha la funzione di facilitare una lettura di quello </span><span>che il partecipante sta raccontando non sul piano di realt&agrave;, ma in quanto riferito a ci&ograve; che sta succedendo nel qui ed ora del campo analitico. Per esempio, il racconto di un capo poco propenso ad ascoltare potrebbe segnalare uno stato del campo ca-</span><span>ratterizzato dal non ascolto; il che dovrebbe interrogare il formatore, che, stante la </span><span>asimmetria delle responsabilit&agrave; nei confronti del gruppo, pu&ograve; ripensare a come mo-</span><span>dulare i suoi interventi, tenendo conto di questo elemento emergente.</span><br /><br /><span>-</span> <span><em>Sogno</em>. </span><span>Pu&ograve; accadere</span> <span>che un partecipante racconti un sogno: ci&ograve;, nella mia espe</span><span>rienza, accade soprattutto nelle situazioni formative residenziali, dove la notte fa da </span><span>ponte tra la prima e la seconda giornata di lavoro. Nella concezione operativa, il </span><span>sogno, in quanto raccontato nel qui ed ora del gruppo, diventa un sogno del gruppo. </span><span>Il narratore svolge il ruolo di porta-sogno che intercetta un aspetto della configura-</span><span>zione che il campo ha assunto rispetto al compito. Per esempio, in un gruppo di </span><span>giovani manager identificati dall&rsquo;azienda come talenti, un partecipante racconta il </span><span>suo sogno, ricorrente, di trovarsi in filiale e di gestire situazioni complesse sentendo </span><span>di poter intervenire &ldquo;attivamente&rdquo; nel sogno, di poter &ldquo;guidare&rdquo; il sogno, cosa che </span><span>non sente possibile nella realt&agrave;. Su un piano di realt&agrave;, ci&ograve; potrebbe segnalare una </span><span>difficolt&agrave; per del manager ad autorizzarsi &ndash; vista la giovane et&agrave; &ndash; a svolgere </span><span>un&rsquo;azione di guida e di leadership in filiale. Alla luce del modello di campo, invece, </span><span>il sogno potrebbe segnalare che il campo stesso, quindi la coordinazione e i parteci</span><span>panti, siano implicati in una dinamica di controllo (eccessivo?) della loro capacit&agrave; </span><span>onirica e trasformativa. </span><br /><br /><span>-</span><span> <em>Metafora</em>. </span><span>Nella retorica classica, la metafora &egrave; classificata come un tropo, ossia una </span><span>&ldquo;figura di sostituzione&rdquo; fondata su una relazione di somiglianza (<em>&ldquo;mi sento su una </em></span><span><em>zattera&rdquo;</em> dice un partecipante ad un gruppo operativo il cui compito &egrave; riflettere sulle </span><span>competenze necessarie per affrontare il cambiamento imprevedibile). &Egrave; frequente </span><span>che in un gruppo d&rsquo;apprendimento emergano spontaneamente delle immagini che </span><span>assumono progressivamente la funzione di condensare una molteplicit&agrave; di significati </span><span>riferibili allo stato in cui si trova il campo, che si stratificano col progredire del pro-</span><span>cesso del gruppo [</span><span>43]</span><span>. L&rsquo;uso della metafora per espandere e arricchire di nuovi nessi </span><span>associativi il tema che si sta affrontando, &egrave; una tecnica consolidata in ambito forma</span><span>tivo. Bisogna tuttavia distinguere tra il caso in cui la metafora &egrave; per cos&igrave; dire &ldquo;in</span><span>dotta&rdquo; dal formatore, dal caso in cui essa sorge in maniera spontanea e tangenziale, </span><span>come vero e proprio &ldquo;personaggio&rdquo; o &ldquo;aggregato funzionale&rdquo; del campo. In altre </span><span>parole, il formatore pu&ograve; proporre una tecnica specifica, per esempio il foto-stimolo </span><span>(che consiste nel mettere a disposizione del gruppo delle fotografie che i partecipanti </span><span>selezionano in base alla loro emozione e al potere evocativo che esse suscitano) o </span><span>l&rsquo;uso di spezzoni cinematografici, per facilitare il lavoro di trasformazione in imma</span><span>gini delle emozioni che il gruppo vive in relazione al compito di apprendimento. Ci&ograve; </span><span>risponde anche all&rsquo;esigenza di catalizzare il processo all&rsquo;interno di vincoli temporali </span><span>pi&ugrave; stringenti rispetto a quanto avviene in un percorso analitico o di psicoterapia. &Egrave; </span><span>importante tuttavia, come sottolineeremo nel prossimo paragrafo, non saturare ec</span><span>cessivamente il campo con icone pre-scritte e gi&agrave; pensate dal formatore (potremmo </span><span>dire che il formatore ha gi&agrave; sognato); ci&ograve; potrebbe segnalare un eccesso di difesa nei </span><span>confronti dell&rsquo;ignoto e trasformare la metafora, con tutto il suo potenziale generativo </span><span>ed espansivo, in una &ldquo;catacresi&rdquo;, una metafora morta, a cui il formatore si aggrappa per contenere l&rsquo;ansia dell&rsquo;apprendere dall&rsquo;esperienza. </span><br />&nbsp;<span> </span><br /><span>I fenomeni che abbiamo cercato di descrivere, partendo dall&rsquo;idea di spettro dell&rsquo;onirico, </span><span>forniscono quindi al formatore psicosocioanalista una lente di ingrandimento </span><em><span>per lavo</span><span>rare in maniera pi&ugrave; fine e precisa sull&rsquo;emergente</span></em><span>. La regola d&rsquo;oro dell&rsquo;approccio opera</span><span>tivo che consiste, come ci ricorda Bleger, nel lavorare sull&rsquo;emergente, si pu&ograve; declinare </span><span>in una gamma di sfumature pi&ugrave; ricca e articolata. </span><span>Cogliere i microfenomeni che avvengono nel campo, riportarli al qui ed ora del gruppo </span><span>e della relazione gruppo-coordinazione-compito, apre continuamente a nuove domande </span><span>che </span><em><span>ci</span></em><span> riguardano. Riguardano cio&egrave; la relazione triangolare che si va via via costruendo </span><span>e che &ndash; in una logica di campo &ndash; non &egrave; solo riferibile alla ripetizione di schemi che ri</span><span>guardano il lato del triangolo che collega il vertice compito con il vertice gruppo. I tre </span><span>vertici sono sempre co-implicati nel processo trasformativo (onirico) che si va dipa</span><span>nando. Il formatore ha certamente &ndash; come lo psicoanalista &ndash; una responsabilit&agrave; maggiore </span><span>e uno sguardo pi&ugrave; allenato per cogliere e rielaborare quanto sta accadendo; in questo </span><span>senso permane certamente un&rsquo;asimmetria nei ruoli, ma, accogliendo l&rsquo;ottica di campo, la </span><span>domanda guida a cui deve costantemente appellarsi &egrave; <em>&ldquo;in che modo quello che sta acca</em></span><em><span>dendo </span><span>ci</span></em><span><em> riguarda?&rdquo;</em>. L&rsquo;emergente, in un&rsquo;ottica di campo, &egrave; un segnale che indica sempre </span><span>qualche cosa anche su come il formatore sta interagendo con il proprio compito, con il </span><span>gruppo e con il compito del gruppo.</span><br /><span>Modificare le stereotipie del campo (l&rsquo;originario) che bloccano la genesi creativa (l&rsquo;ori</span><span>ginale) significa in quest&rsquo;ottica disporsi ad accogliere l&rsquo;emergente, nelle sue diverse mi</span><span>cro o macro manifestazioni, nel tentativo di dare </span><em><span>una forma e un tempo</span></em><span> - quindi di svi</span><span>luppare una </span><span>narrazione</span><span> - a quel livello protomentale, indifferenziato, ambiguo che &egrave; ne</span><span>cessario attraversare per svolgere, attraverso una </span><span><em>metem-psicosi</em> [</span><span>44]</span><span> (rottura e ricomposi-</span><span>zione delle forme), un effettivo processo di apprendimento-cambiamento. </span><br /><br /><em><span>Saturo-insaturo </span></em><br /><span>Se nell&rsquo;attivit&agrave; terapeutica, gruppale o individuale, il setting in qualche modo impone di </span><span>mantenere una dimensione insatura e aperta ai possibili, nella formazione, sia per i vin</span><span>coli legati al tempo (peraltro sempre pi&ugrave; ristretto), sia per la focalizzazione su un tema </span><span>specifico (si pensi a un percorso sulla </span><em><span>leadership</span></em><span>, o sul </span><em><span>lavorare in gruppo</span></em><span>), sia per la </span><span>pressione &ldquo;performativa&rdquo; operata dalla committenza, &egrave; certamente pi&ugrave; complicato assu</span><span>mere una posizione &ldquo;negativa&rdquo;, di effettiva attesa e ascolto. Del resto, anche a prescindere </span><span>da un modello di campo, l&rsquo;atteggiamento super-egoico &egrave; &ndash; come scriveva Pagliarani &ndash; la </span><span>minaccia principale a cui &egrave; soggetto il formatore che spesso, in ragione di tale spinta, </span><span>finisce per compromettere la possibilit&agrave; di costruire un giusto ritmo relazionale &ndash; una </span><span>danza &ndash; con i propri formandi.</span><br /><span>Tradotto nel linguaggio del campo, ci&ograve; significa che il parametro a cui il formatore deve </span><span>prestare la massima attenzione &egrave; quello relativo alla polarit&agrave; </span><em><span>saturo-insaturo</span></em><span>.</span><br /><span>Del resto il formatore, a differenza dello psicoterapeuta (almeno nel setting classico), pu&ograve; </span><span>maneggiare una serie di tecniche e strumenti che possono incidere in modo pi&ugrave; o meno </span><span>diretto sul livello di saturazione del campo. </span><br /><br /><span>Per esempio, la proposta di spezzoni cinematografici, per &ldquo;scaldare&rdquo; il gruppo intorno ad </span><span>un tema, piuttosto che il ricorso ad oggetti artistici (la proiezione di quadri o di fotogra</span><span>fie), o ancora di brani narrativi o poetici, sono tutte modalit&agrave; che in qualche modo intro-</span><span>ducono nel campo un profluvio di stimoli che possono certamente aiutare nella trasfor-</span><span>mazione di emozioni in pensieri e in nuovi apprendimenti, ma che, al contempo, possono </span><span>produrre un effetto di &ldquo;troppo pieno&rdquo;, un&rsquo;ipersaturazione che non lascia spazio e tempo </span><span>ad una elaborazione generativa e originale.</span><br /><span>Se l&rsquo;eccesso di stimolazione pu&ograve; portare ad un campo iperbeta, dove il protomentale ri</span><span>mane indigerito, all&rsquo;opposto si pu&ograve; ipotizzare una situazione in cui il formatore, perdendo </span><span>di vista il compito, ossia il vertice privilegiato da &ldquo;abitare&rdquo; nel corso del processo, apra </span><span>troppo il contenitore, lo renda eccessivamente insaturo e pertanto dispersivo e inadeguato </span><span>ai contenuti emergenti. D&rsquo;altro canto, il formatore &ndash; nella sua funzione di co-pensatore &ndash; </span><span>ha anche il compito di proporre al gruppo dei punti di condensazione, degli elementi di </span><span>raccordo, delle restituzioni di senso, delle tessiture narrative che inquadrino l&rsquo;emergente </span><span>all&rsquo;interno dei confini del compito. Questo aspetto &ndash; il richiamo al compito come vertice </span><span>&ndash; rimane uno dei portati pi&ugrave; significativo ed utili dell&rsquo;approccio operativo. </span><br /><br /><em><span>Ospitare l&rsquo;inconscio: livelli di strutturazione dei setting formativi </span></em><br /><span>La tecnica del gruppo operativo si fonda sull&rsquo;idea di lavorare intorno a un compito &ndash; </span><span>manifesto e latente. A seconda delle specifiche situazioni di utilizzo (didattiche, di su</span><span>pervisione, sviluppo organizzativo, formazione), si pu&ograve; prevedere un&rsquo;articolazione </span><span>dell&rsquo;attivit&agrave; gruppale in due momenti distinti: il primo di natura &ldquo;informativa&rdquo;, che ha la </span><span>funzione di innescare il processo in relazione al compito., il secondo di natura rielabora-</span><span>tiva, che costituisce l&rsquo;assetto &ldquo;operativo&rdquo; vero e proprio. &Egrave; durante questa seconda fase, </span><span>che si sviluppa il processo a spirale (pre-compito, compito, progetto) e, attraverso il la-</span><span>voro sugli emergenti, l&rsquo;espansione del pensiero/sogno intorno al compito.</span><br /><br /><span>Altri approcci metodologici [</span><span>45]</span><span> che si propongono di esplorare &ndash; in un contesto formativo </span><span>&ndash; <em>&ldquo;l&rsquo;inconscio dinamico non rimosso&rdquo;</em> (Bion), prevedono una suddivisione delle fasi di </span><span>lavoro secondo una griglia pi&ugrave; strutturata e definita. In particolare, <span>esse si fondano sulla </span></span><span>prassi &ndash; del resto consolidata nel mondo della formazione &ndash; di utilizzare diverse tecniche </span><span>espressive come innesco dei processi di espansione della pensabilit&agrave;: </span><br /><br /><span>-</span> <span>il Social Dreaming, </span><br /><span>-</span> <span>l&rsquo;uso del disegno per rappresentare il proprio vissuto di ruolo (Organisational Role </span><span>Analysis) </span><br /><span>-</span> <span>il Social Photo Matrix </span><br /><span>-</span> <span>il Social Dream-Drawing</span><br /><br /><span>Tali tecniche hanno il senso di offrire ai partecipanti la possibilit&agrave; di dare una forma, </span><span>attraverso la creazione di un &ldquo;oggetto terzo&rdquo;, ai vissuti, alle emozioni e ai conflitti speri-mentati nel contesto organizzativo. L&rsquo;aspetto metodologicamente pi&ugrave; significativo &egrave;, secondo noi, l&rsquo;idea di distinguere rigorosamente </span><em><span>diverse fasi del lavoro formativo</span></em><span>, mante-</span><span>nendo chiari i confini e i compiti di ciascuna di esse. La prima fase, eventualmente anti-</span><span>cipata da un prework, riguarda la realizzazione o la fruizione dell&rsquo;artefatto espressivo </span><span>(per esempio, nel caso del Social Photo Matrix, si proiettano delle foto fatte dai parteci-</span><span>panti all&rsquo;interno della loro organizzazione, per documentare un tema particolare); nella </span><span>seconda fase, definita matrix (matrice), il gruppo procede per &ldquo;libere associazioni&rdquo; e per </span><span>amplificazione del pensiero; nella terza , il compito si sposta su una dimensione rifles</span><span>siva: il gruppo &egrave; invitato ad elaborare dei pensieri sul tema oggetto del seminario, a par</span><span>tire dalle suggestioni emerse nella fase precedente. Il fatto di suddividere il percorso for</span><span>mativo in fasi distinte ha il vantaggio, soprattutto per gruppi aziendali poco abituati a </span><span>esplorare le dinamiche inconsce, di fornire un contenitore formativo sufficientemente </span><span>rassicurante; fermo restante il fatto che &egrave; la capacit&agrave; del formatore di trovare un giusto </span><span>equilibrio tra una sua posizione attiva, di stimolo e raccordo, e una passiva, di </span><em><span>r&ecirc;verie </span></em><span>e </span><span>contenimento, in relazione alle caratteristiche specifiche di quel gruppo, a fare la diffe</span><span>renza.</span><br /><br /><span>In conclusione, possiamo dire che, sul piano tecnico, al di l&agrave; del differente livello di </span><span>strutturazione e destrutturazione, la competenza del formatore di mantenere un assetto </span><span>mentale capace di ospitare le diverse configurazioni emergenti e di percepire il livello di </span><span>saturazione o de-saturazione del campo, si rivela un aspetto centrale per la conduzione </span><span>di un percorso formativo orientato a &ldquo;prendere sul serio&rdquo; l&rsquo;idea dell&rsquo;inconscio come fun-</span><span>zione produttiva e trasformativa. </span><span>L&rsquo;ibridazione, o forse sarebbe meglio <span>dire il re-incontro, tra la concezione operativa di </span></span><span>gruppo e il modello contemporaneo di campo, ci porta inoltre a sottolineare come il la-</span><span>voro di formazione consista, per usare una formula sintetica, essenzialmente nell&rsquo;aiutare </span><span>il gruppo a &ldquo;sognare&rdquo; il compito, non solo attraverso la segnalazione e l&rsquo;interpretazione </span><span>delle stereotipie e degli irrigidimenti dell&rsquo;ECRO, ma anche mediante un lavoro &ldquo;micro-</span><span>metrico&rdquo; che ha come oggetto quelle perturbazioni che attraversano il campo e che, come dei bagliori notturni, gettano luce e scompaiono senza lasciare nessuna traccia apparente.<br /><br /><br /><br /><font size="2"><strong>Note:</strong><br />1.</font></span><font size="2"><span> Vedi Civitarese G., &ldquo;L&rsquo;intermediet&agrave; come paradigma epistemologico in psicoanalisi&rdquo; in </span><em><span>Edu</span><span>cazione Sentimentale</span></em><span>, n. 17, 2012. Una connessione che andrebbe esplorata &egrave; quella con la </span><span>nozione heideggeriana di Zwischen, &ldquo;frammezzo&rdquo; (M. Heidegger (1959),&nbsp; </span><em><span>In cammino verso </span><span>il linguaggio</span></em><span>, Mursia, Milano, 1973-1988, p. 37). </span><br /><span>2</span>.<span> Scrive Ka&euml;s: <em>&ldquo;E. Pichon-Rivi&eacute;re ha distinto nel legame due campi psicologici: un campo </em></span><em><span>interno che definisce una relazione d&rsquo;oggetto, e un campo esterno che definisce un legame </span><span>con un oggetto esterno. La relazione d&rsquo;oggetto &egrave; &ldquo;la forma particolare che prende l&rsquo;Io nel </span></em><span><em>legarsi ad un oggetto localizzato in lui&hellip;&rdquo;.</em> Essa &egrave; costituita da una struttura dinamica, in con</span><span>tinuo movimento, mossa da fattori istintuali che funzionano in modo determinato. Mentre il </span><span>punto di vista psicosociale riguarda il legame esterno, ci&ograve; che interessa la psicoanalisi &egrave; la </span><span>struttura interna del legame, cio&egrave; la relazione d&rsquo;oggetto.&rdquo; (Ka&euml;s R.,&nbsp; </span><em><span>Le teorie psicoanalitiche </span><span>del gruppo</span></em><span>, Borla, Roma, 1999, p. 97). Poi aggiunge: <em>&ldquo;ci&ograve; che differenzia il legame dalla </em></span><em><span>relazione d&rsquo;oggetto &egrave; che nel legame abbiamo a che fare con l&rsquo;altro. Questi &ldquo;altri&rdquo; non sono </span><span>soltanto delle figurazioni o dei rappresentanti delle pulsioni, degli oggetti parziali, delle rap</span><span>presentazioni di cosa o di parola del soggetto stesso; essi sono anche degli </span><span>altri, </span></em><span><em>irriducibili a ci&ograve; che essi rappresentano per un altro&rdquo; </em>(ibid. p. 99).<br />3.</span><span> Sulla centralit&agrave; della nozione di differenza come ampliamento della contraddizione dialettica </span><span>mi sembrano illuminati queste parole di M. Perniola: <em>&ldquo;Il sentire del Novecento invece si &egrave; </em></span><em><span>mosso in una direzione opposta alla conciliazione estetica, verso l&rsquo;esperienza di un conflitto </span><span>pi&ugrave; grande della contraddizione dialettica, verso l&rsquo;esplorazione dell&rsquo;opposizione tra termini </span><span>che non sono simmetricamente polari l&rsquo;uno rispetto all&rsquo;altro. Tutta questa grande vicenda fi-</span><span>losofica, che non esito a considerare come la pi&ugrave; originale e importante del Novecento, sta </span><span>sotto la nozione di differenza, intesa come non-identit&agrave;, come una dissomiglianza pi&ugrave; grande </span><span>del concetto logico di diversit&agrave; e di quello dialettico di distinzione. In altri termini, l&rsquo;ingresso </span><span>nell&rsquo;esperienza della differenza segna l&rsquo;abbandono sia della logica dell&rsquo;identit&agrave; aristotelica, </span></em><span><em>sia della dialettica hegeliana&rdquo;</em> M. Perniola, </span><em><span>Estetica contemporanea</span></em><span>, Il Mulino, 2011, p. 158. </span><span>Illuminante anche il saggio di F. Carmagnola,&nbsp; </span><em><span>L&rsquo;irriconoscibile. Le immagini alla fine della </span></em><span><em>rappresentazione</em>, et al./Edizioni, </span><span>Milano, 2011</span><span>. </span><br /><span>L&rsquo;autore, commentando un saggio di Fou</span><span>cault su Magritte e riferendosi al pensiero di G. Deleuze, mette in evidenza come per questi </span><span>autori la nozione di &ldquo;simulacro&rdquo; rompa con la logica dialettica, in quanto il simulacro - a </span><span>differenza della rappresentazione - non si fonda su un modello ordinatore, su una tensione </span><span>verso una sintesi. Il simulacro quindi rimanda a un processo non dialettico che presenta i tratti </span><span>dello slittamento, dello spostamento e della ripetizione. (</span><span>Ibid</span><span>. pp. 25-31). </span><br /><span>4.</span><span> Per quanto riguarda la psicoanalisi G. Foresti sottolinea come fra i fenomeni culturali esterni </span><span>alla comunit&agrave; analitica che hanno contribuito, a partire dalla fine degli anni &rsquo;70 a determinare </span><span>un vero e proprio mutamento di paradigma va ricordato il <em>&ldquo;progressivo venir meno dello spar</em></span><em><span>tiacque politico e ideologico che per decenni aveva reso la cultura filosofica dei paesi anglo-</span><span>sassoni sostanzialmente diversa da quella dell&rsquo;Europa continentale e del Sud America. Il </span></em><span>&nbsp;</span><span>theoretical divide </span><span>&nbsp;</span><em><span>che separava le tradizioni in cui prevaleva la filosofia detta &ldquo;analitica&rdquo; da quelle </span><span>in cui erano egemoni i modelli di pensiero definiti &ldquo;continentali&rdquo;, ha segnato la riflessione </span><span>epistemologica di buona parte del XX secolo e si &egrave; risolta con un rovesciamento teorico che </span><span>ha prodotto un </span><span>cross-over </span></em><span><em>culturale di dimensioni epocali&rdquo;</em>, (A. Ferro, a cura di, </span><em><span>Psicoanalisi </span><span>oggi</span></em><span>, Carocci, Roma, 2013, p. 143). Per quanto riguarda i cambiamenti interni al mondo psi-</span><span>coanalitico, Foresti ricorda l&rsquo;apporto innovativo fondamentale di alcune figure chiave succe-</span><span>dutesi alla Presidenza dell&rsquo;IPA (Wallerstein, Sandler, Etchegoyen, Kernberg ecc.); con l&rsquo;ini</span><span>zio degli anni Ottanta, <em>&ldquo;la situazione di conflittualit&agrave; interna al movimento psicoanalitico si </em></span><em><span>ridusse gradualmente e si avviarono processi di confronto e di scambio che finirono per pro-</span></em><span><em>durre la stagione di pluralismo teorico e di ripensamento tecnico in cui operiamo ancor&rsquo;oggi&rdquo;</em>, </span><span>(</span><span>ibid</span><span>., p. 144). </span><br /><span>5.</span><span> Carmagnola F., &ldquo;Formazione: per quale valore?&rdquo;, in Boldizzoni D., Nacamulli R. C. D., a </span><span>cura di, </span><em><span>Oltre l&rsquo;aula</span></em><span>, Apogeo, 2004, p. 256. </span><br /><span>6</span>.<span> <em>&ldquo;La possibilit&agrave; di una dinamica formativa non univocamente aderente alla catena del valore </em></span><em><span>risiedono per&ograve; proprio nell&rsquo;ambiguit&agrave; della stessa situazione socio-organizzativa: l&rsquo;attenzione </span><span>alle </span><span>singolarit&agrave;</span><span>, la concezione&nbsp; </span><span>prossimale</span><span> che vede l&rsquo;organizzazione non solo come macchina </span><span>produttiva e finalizzata all&rsquo;efficienza ma anche come il risultato di processi relazionali, e stra</span><span>tegie di gioco tricky con le forme istituzionali e il riconoscimento delle </span><span>comunit&agrave; di pratiche</span><span> </span><span>formano un quadro coerente di prospettive. Nel loro complesso esse affermano la possibilit&agrave; </span><span>di tener in vita il piano alto della formazione in ambienti lavorativi come settore rilevante </span><span>dell&rsquo;</span><span>educazione</span><span>, dell&rsquo;essere umano adulto (Demetrio, 1997) e non come semplice strumento </span></em><span><em>al servizio dei processi di valorizzazione.&rdquo; </em>(</span><span> Ibid</span><span>., p. 264). </span><br /><span>7.</span><span> Si veda&nbsp; </span><em><span>L&rsquo;educazione sentimentale</span></em><span>, n 11, Luglio, 2008. Numero monografico dedicato a </span><span>&ldquo;puercultura e formazione&rdquo;. </span><br /><span>8</span>.<span> Ibid., p. 80.<br />9.</span><span> Per una disamina della concezione operativa di gruppo e per il suo utilizzo in contesti for</span><span>mativi si rimanda a Pollina G. C., Magatti P., a cura di, </span><em><span>Gruppo di lavoro, gruppo operativo</span></em><span>, </span><span>Guerini, Milano, 2013. </span><br /><span>10</span>.<span> Resta aperta la questione, dibattuta anche nell&rsquo;ambito di coloro che si rifanno al modello di </span><span>&ldquo;campo&rdquo;, se la trasformazione in corso si debba considerare nuovo paradigma, nel senso di </span><span>Kuhn, quindi inconciliabile con il precedente (Civitarese), oppure se sia possibile integrare le diverse prospettive e utilizzarle a seconda delle contingenze cliniche specifiche.<br />11.</span><span> Ferro A., a cura di, </span><em><span>Psicoanalisi oggi</span></em><span>, cit. p. 20. Corsivo nostro. </span><br /><span>12</span>.<span> Ibid</span><span>. p. 39. </span><br /><span>13</span>.<span> De Masi F., &ldquo;L&rsquo;inconscio nella psicoanalisi contemporanea&rdquo; in&nbsp; </span><em><span>L&rsquo;inconscio: prospettive </span><span>attuali</span></em><span>, Quaderni del Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti, 2000, p. 94. </span><br /><span>14</span>.<span> <em>&ldquo;Bion ha avuto la capacit&agrave; di operare un salto, una discontinuit&agrave;, passando da una psicoa-</em></span><em><span>nalisi dei contenuti a una delle funzioni mentali, da una simbologia bloccata (campanile = </span><span>pene) a una astratta, in quanto svuotata di impressioni sensoriali (alfa, beta, &ldquo;O&rdquo;), capace di </span><span>infinite potenzialit&agrave; di senso, che influenzer&agrave; profondamente il modo di ascoltare e di inter-</span><span>venire dell&rsquo;analista e dunque il setting nel suo complesso, sia pure con una forte prevalenza </span></em><span><em>per il cosidetto setting interno&rdquo;</em>, </span><span>Psicoanalisi oggi</span><span>, cit. <span>p. 37. </span><br />15</span>.<span> Si veda il lavoro seminale di Greenberg J.R., Mitchell S.A.,&nbsp; </span><em><span>Le relazioni oggettuali nella </span><span>teoria psicoanalitica</span></em><span>, il Mulino, <span>Bologna, 1986 </span></span><br /><span>16</span>.<span> Stolorow R.D., Atwood G.E.,&nbsp; </span><em><span>I contesti dell&rsquo;essere. Le basi intersoggettive della vita </span><span>&nbsp;psichica</span></em><span>, Bollati Boringhieri, Torino, 1995. </span><br /><span>17</span>.<span> </span><span>Psicoanalisi oggi</span><span>, cit., p. 313. </span><br /><span>18</span>. <span>Pagliarani L.,&nbsp; </span><span>Il coraggio di Venere</span><span>, Raffaello Cortina, Milano, 2003 (ed. 2), pp. 319-354.<br />19</span>.<span> Pagliarani L.,&nbsp; </span><span><em>Il coraggio </em><span><em>di Vener</em>e</span></span><span>, cit., pp. 339-340. &Egrave; interessante notare come Pagliarani </span><span>si riferisca, nel suo procedere associativo a due (Marx e Freud) dei tre <em>&ldquo;maestri del sospetto</em>&rdquo;, </span><span>cos&igrave; come li definisce Ricoeur. Nietzsche rimane invece fuori dal suo orizzonte teorico, cos&igrave; </span><span>come le linee di pensiero che a diverso titolo da lui si dipanano (pensiamo ad esempio al post-</span><span>strutturalismo). In un certo senso, volendo leggere sintomalmente tale assenza, potremmo dire </span><span>che Nietzsche non pu&ograve; essere &ldquo;scordato&rdquo;, ma proprio per questo continua ad agire come limite </span><span>non pensato nel pensiero di Pagliarani. </span><br /><span>20</span>.<span> Ibid. p. 340 </span><br /><span>21</span>.<span> Ibid. p. 353.&nbsp; </span><em><span>Do I dare <span>Disturbe the U<span>niverse? A m<span>emorial to Wilfr<span>ed Bion</span></span></span></span></span></em><span>, a cura di James S. Grotstein, Caesura Press, 1981.<br />22</span>.<span> Pagliarani insiste su questo tema anche in altri luoghi de&nbsp; </span><em><span>Il coraggio di Venere</span></em><span>. A p. 229, </span><span>per esempio, invita a <em>&ldquo;sganciarsi dalle stigmate del transfert&rdquo;</em>. </span><br /><span>23</span>.<span> Burlini A., Galletti A., </span><em><span>Psicoterapia &ldquo;attuale&rdquo;</span></em><span>, Franco angeli, Milano, 1990, pp. 36-37.<br />24</span>.<span> Meriterebbe un approfondimento anche la posizione di J. Lacan, <em>&ldquo;Funzione e Campo della </em></span><span><em>parola e del linguaggio in psicoanalisi&rdquo;</em>, in </span><span>Scritti</span><span>, Einaudi, Torino, 1974, vol. 1</span><br /><span>25.</span><span> Nei primi paragrafi del saggio vengono citati Racker e P. Heimann. </span><br /><span>26.</span><span> Si veda Rugi G.,&nbsp; </span><span>Riflessioni sul modello psicoanalitico di campo</span><span>, in</span> <span style="color:#0000ff">http://www.psycho-</span><span style="color:#0000ff">media.it/neuro-amp/98-99-sem/rugi.htm</span><span>; Neri C., <em>&ldquo;La nozione di campo in psicoanalisi&rdquo;</em>, in </span><span>Ferro A., Basile R., a cura di,&nbsp; </span><span>Il campo analitico. Un concetto clinic<span>o</span></span><span>, Borla, Roma, 2011. </span><br /><span>27.</span><span> Gaburri E., a cura di, </span><em><span>Emozione e interpretazione. Psicoanalisi del campo emotivo</span></em><span>, Bollati e Boringhieri, 1997.<br />28</span>.<span> Nei paesi anglosassoni il modello di campo arriva successivamente. Solo nel 2008 L&rsquo;</span><span> Inter</span><span>national Journal of Psycho-analysis</span><span>, n. 89, ha raccolto in un unico volume pi&ugrave; contributi sull&rsquo;argomento e ha pubblicato la traduzione del seminale articolo dei Baranger.<br />29</span>.<span> Come ricorda Grotstein, Bion utilizza due metafore principali per concepire le trasforma-</span><span>zioni: quella del canale alimentare e della sinapsi neuronale (Grotstein J. S., 2007, </span><span>Un raggio </span><span>di intensa oscurit&agrave;</span><span>, Raffaello Cortina, Milano, 2010, p. 235). </span><br /><span>30.</span><span> Possiamo accennare al fatto che Bion in </span><em><span>Trasformazioni </span></em><span>(1965), distingue tre tipi di trasfor-</span><span>mazioni che caratterizzano il processo analitico. Per trasformazione si intende un cambia-</span><span>mento di forma &ndash; e ci&ograve; ha un evidente connessione con il tema della formazione &ndash; che si </span><span>differenzia in diversi tipi per il grado di elementi invarianti che permangono nella forma con-</span><span>clusiva rispetto alla forma originale. Quindi, per cogliere il senso della trasformazione, va </span><span>interrogata la relazione trasformazione/invarianza. L&rsquo;invarianza permette il riconoscimento </span><span>del medesimo. Bion chiama &ldquo;O&rdquo; il punto originario (non attingibile dalle nostre facolt&agrave;, il </span><span>noumeno, la cosa in s&eacute;, realt&agrave; ultima inconoscibile), una sorta di punto cieco non attingibile </span><span>attorno al quale gravitano i cicli di trasformazione. Esso rappresenta anche un punto di con</span><span>densazione di possibilit&agrave; non ancora attualizzate, un&rsquo;area di virtualit&agrave;. Bion utilizza la nota-</span><span>zione T</span><span>&alpha;</span><span> per indicare il processo trasformativo e T</span><span>&beta;</span><span> per indicare il risultato della trasforma-</span><span>zione. Come si &egrave; detto, si possono pensare diversi processi di trasformazione (diversi &ldquo;stili </span><span>pittorici&rdquo; e la metafora estetica non &egrave; casuale). Bion, utilizzando la metafora geometrica, di-</span><span>stingue 1) le trasformazioni a moto rigido (colloca qui i fenomeni di transfert). Implicano </span><span>scarsa deformazione e mantengono un maggiore livello di invarianza (tendenza a ripetere </span><span>nell&rsquo;agito anzich&eacute; ricordare); 2) le trasformazioni proiettive (associabili a fenomeni di identi</span><span>ficazione proiettiva); 3) le trasformazioni in allucinosi (conseguenza di una &ldquo;catastrofe&rdquo; pri</span><span>maria, di un&rsquo;inadeguatezza della funzione alfa e una grave insufficienza dell&rsquo;apparato per </span><span>pensare). Civitarese (2014) individua diversi significati delle trasformazioni in allucinosi; esse </span><span>costituiscono, in una logica &ldquo;campista&rdquo;, anche una prima forma dello spettro dell&rsquo;onirico in </span><span>seduta. Un&rsquo;ulteriore distinzione &egrave; quelle tra trasformazioni di O in K, che segnalano un mo-</span><span>vimento di comprensione, sempre parziale, che si svolge quindi entro il dominio della cono-</span><span>scenza (K, -K) e una trasformazione da K a O, che indica un tragitto trasformativo, che non </span><span>riguarda tanto il conoscere (elaborazione e integrazione di modelli ecc., la conoscenza seman</span><span>tica), quanto l&rsquo;essere, il divenire se stessi, il &ldquo;trasformare O impersonale in O personale&rdquo; (Gro-</span><span>tstein), lo scoprire/costruire la propria originalit&agrave;. Va comunque osservato che per Bion le </span><span>trasformazioni K</span><span>&rarr;</span><span>O, se avvengono in un &ldquo;ambiente -K&rdquo;, hanno un carattere di catastrofe </span><span>reale. Ci&ograve; sembra indicare un&rsquo;allerta rispetto alla pretesa di diventare O senza passare dalla mediazione simbolica e concettuale.<br />31.</span><span>Si vedano di A. Ferro, </span><em><span>Evitare le emozioni</span></em><span><em>, vivere le emozioni</em>, Raffaello Cortina, Milano, </span><span>2007 e&nbsp; </span><em><span>La psicoanalisi come lette<span>ratura e terapia</span></span></em><span>, Raffaello Cortina, Milano, 1999.<br />32</span>.<span> Sull&rsquo;oscillazione come modello epistemologico alternativo alle concezioni lineari vedi A. </span><span>Ferro nella sua introduzione a Grotstein J. S., </span><em><span>Un raggio di intensa oscurit&agrave;</span></em><span>, cit., p. XIV. </span><br /><span>33</span>.<span> A Ferro, a cura di, </span><em><span>Psicoanalisi oggi</span></em><span>, cit. , p. 345. </span><br /><span>34</span>.<span> Su tale tema si veda Arrigoni M. P., Barbieri G. L:,&nbsp; </span><em><span>Narrazione e psicoanalisi. Un approc</span></em><span><em>cio semiologico</em>, </span><span>Raffaello Cortina, Milano, 1998.<br />35</span>.<span> Corrao F.,&nbsp; </span><em><span>Modelli psicoanalitici: mito, passione, memoria</span></em><span>, L<span>aterza, Roma-Bari, <span>1992; Si </span></span></span><span>veda anche Neri C., </span><span>Gruppo</span><span>, Borla, Roma, 2004. </span><br /><span>36</span>.<span> La nozione di posteriorit&agrave; (apr&egrave;s-coup, nachtraeglichkeit) &egrave; utilizzata dai Baranger nel sag</span><span>gio del 1961-62. Fin dalle prime teorizzazioni sul campo c&rsquo;&egrave; quindi un&rsquo;esplicita connessione </span><span>con la nozione freudiana di <em>nachtraeglichkeit</em>. G. Civitarese in&nbsp; </span><em><span>L&rsquo;intima stanza. Teoria e tec</span><span>nica del campo analitico</span></em><span>, Borla, Roma, 2008, <span>pp. 120-139, rilegge il costrutto <span>freudiano di </span></span></span><span><em>nachtraeglichkeit </em>attraverso la lente del decostruzionismo di Derrida. Nel campo, secondo </span><span>Ferro, si attivano continui fenomeni di &ldquo;micro apr&egrave;s-coup&rdquo;. </span><br /><span>37</span>. <span>Pollina G., Magatti, P., </span><em><span>Gruppo di lavoro, gruppo operativo</span></em><span>, cit.; Magatti P. &ldquo;Gruppo ope</span><span>rativo&rdquo; in Quaglino G. P., </span><em><span>Formazione. I metodi</span></em><span>, Raffaello Cortina, Milano, 2014, pp. 505-530.<br />38</span>. <em><span>&ldquo;</span><span>D&rsquo;altra parte, fra le numerose situazioni storiche, attuali, transferali dell&rsquo;analizzando, che </span><span>intervengono nella configurazione del campo, una &egrave; pi&ugrave; vivida di altre, e non a caso, bens&igrave; </span><span>per effetto della sequenza doppia e mista dei vissuti analitici e di quelli esterni. Questa &egrave; la </span><span>situazione pi&ugrave; urgente e dunque quella che deve essere interpretata se si vuole produrre una </span></em><span><em>trasformazione effettiva del campo: la si definisce &ldquo;punto d&rsquo;urgenza&rdquo; </em>(Pichon-Rivi&egrave;re, 1956-</span><span>1958)&rdquo;. (Baranger W., Baranger M. (1961-62),&nbsp; </span><em><span>La situazione analitica come cam<span>po biperso</span></span><span>nale</span></em><span>, Raffaello Cortina, 2011, p. 36).<br />39</span>.<span> Sulla capacit&agrave; negativa e la disposizione mentale del formatore si veda in questo volume il </span><span>contributo di G. Varchetta. </span><br /><span>40</span>.<span> Civitarese G.,&nbsp; </span><em><span>I sensi e l&rsquo;inconscio</span></em><span>, Borla, Roma, 2014, p. 65. </span><br /><span>41</span>.<span> Ibid., p. 66. </span><br /><span>42</span>.<span> Ferro A.,&nbsp; </span><em><span>Le viscere della mente. Sillabario emotivo e narrazioni</span></em><span>, Raffaello Cortina, Milano, 2014, pp. 21-25.<br />43</span>.<span> Si veda Pollina G., Magatti P., </span><em><span>Gruppo di lavoro, Gruppo Operativo</span></em><span>, cit., p. 180.<br />44</span>.<span> Vedi Pagliarani L. (1983), &ldquo;Metempsicotico il gruppo?&rdquo; in&nbsp; </span><em><span>L&rsquo;educazione sentimentale</span></em><span>, 2008, n. 11.<br />45</span>.<span> Si veda in particolare, nell&rsquo;ambito dei modelli derivati dalla tradizione Tavistock, Mersky, </span><span>R. R., &ldquo;Contemporary methodologies to surface and Act on Unconscious Dynamics in Organ</span><span>sations: an Exploration of Design, Facilitation Capacities, Consultant Paradigm and Ultimate </span><span>Value&rdquo;, </span><em><span>Organisational &amp; Social Dynamics</span></em></font></font><font size="2"><span>, 12(1), pp. 19-43, 2012. </span></font><br /><br />(2015)<br /></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[SanPa, luci e tenebre di San Patrignano]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/sanpa-luci-e-tenebre-di-san-patrignano]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/sanpa-luci-e-tenebre-di-san-patrignano#comments]]></comments><pubDate>Tue, 05 Jan 2021 23:00:00 GMT</pubDate><category><![CDATA[Dipendenze]]></category><category><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></category><category><![CDATA[San Patrignano]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/sanpa-luci-e-tenebre-di-san-patrignano</guid><description><![CDATA[ di Leonardo MontecchiNon &egrave; facile, per me, scrivere sul documentario prodotto da Netflix, perch&eacute; sono implicato nella vicenda e naturalmente il mio punto di vista ne risente. Il clima generale del film &egrave; tragico. Noi italiani siamo pi&ugrave; in sintonia con la commedia o il melodramma o al massimo con l'ilarotragedia, ma in questa vicenda c'&egrave; veramente poco da ridere. I protagonisti o meglio i co-protagonisti si presentano al tempo odierno e dialogano con i se stess [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<span class='imgPusher' style='float:right;height:37px'></span><span style='display: table;width:auto;position:relative;float:right;max-width:100%;;clear:right;margin-top:20px;*margin-top:40px'><a><img src="http://www.lorenzosartini.com/uploads/1/2/8/3/12833450/editor/sanpa-sins-of-the-savior-a-documentary-series-starring-vincenzo-muccioli.jpg?1610232963" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 0px; margin-left: 20px; margin-right: 0px; border-width:0; max-width:100%" alt="Foto" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -0px; margin-bottom: 0px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="display:block;"><font size="3"><span>di <strong>Leonardo Montecchi</strong><br /><br />Non &egrave; facile, per me, scrivere sul documentario prodotto da Netflix, perch&eacute; sono implicato nella vicenda e naturalmente il mio punto di vista ne risente. Il clima generale del film &egrave; tragico. Noi italiani siamo pi&ugrave; in sintonia con la commedia o il melodramma o al massimo con l'ilarotragedia, ma in questa vicenda c'&egrave; veramente poco da ridere. I protagonisti o meglio i co-protagonisti si presentano al tempo odierno e dialogano con i se stessi della vicenda di cui sono stati attori. Tutto gira attorno alla figura e alle pratiche di Vincenzo Muccioli che, se cos&igrave; si pu&ograve; dire, viene evocato dai racconti e manifestato visivamente dagli archivi. Pi&ugrave; che in una comunit&agrave; ci troviamo, come dice Andrea Muccioli, il figlio e continuatore del fondatore, in una comune Hippy. Ma non siamo in California durante la <em>summer of love</em> ma sulle colline riminesi nel comune di Coriano. Su queste colline, forse per via del turismo di massa che ha portato sulla costa, nel corso di qualche decennio, decine di milioni di persone da tutta Europa, sono possibili ricombinazioni culturali da territorio cosmopolita. Ma tutto, come viene descritto da Pier Andrea, fratello minore di Vincenzo, nascerebbe dalla passione per l'esoterismo e dalla sua capacit&agrave; di farsi <em>medium</em> nella evocazione degli spiriti. In una atmosfera faustiana l'entit&agrave; evocata avrebbe indicato la collina di Sanpatrignano come il luogo per iniziare una attivit&agrave; concreta in favore degli emarginati.<br /><br />L'inizio delle attivit&agrave; avviene in un anno in cui in Italia succede tutto: rapimento ed uccisione di Aldo Moro, il primo governo con i comunisti nella maggioranza da quando esiste il patto atlantico, e l'approvazione della legge 180 che modifica radicalmente i motivi per cui una persona pu&ograve; essere privata della libert&agrave; pur non avendo commesso un reato. La legge del 1904 prevedeva l'internamento in manicomio se la persona veniva riconosciuta: "pericolosa a s&eacute; ed agli altri e di pubblico scandalo". La nuova legge prevede che i trattamenti sanitari obbligatori siano regolati da una proposta, poi da una convalida di un medico della struttura pubblica, e siano disposti dal Sindaco in quanto autorit&agrave; sanitaria locale. Questa nuova regolamentazione interrompe gli ingressi nei manicomi e ne avvia la chiusura fra aspre polemiche.</span></font><br /></div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <div class="paragraph"><font size="3"><span>Nel 1975 era stata approvata anche la nuova legge sugli stupefacenti che sostituiva quella del 1954 che prevedeva l'arresto dei tossicodipendenti ed il loro invio in manicomio per essere curati. La nuova legge prevedeva l'istituzione di Centri Medici per l'assistenza sociale: CMAS, che erano stati istituiti in poche regioni. In Emilia Romagna s&igrave;. Io avevo cominciato a lavorare nel nascente CMAS di Rimini nel 1977, prima della laurea, con una borsa di studio della Regione che favoriva il tirocinio dei futuri medici nei nascenti servizi territoriali. Poi, dopo la laurea nel marzo del 1978 sono stato assunto ed ho continuato a lavorare in quel servizio, che ha cambiato nome CTST, poi SERT fino al febbraio 2020 quando sono andato in pensione. Ora continuo a collaborare con la comunit&agrave; di Vallecchio e la cooperativa Centofiori di cui sono un fondatore.<br /><br />Vincenzo Muccioli ed i suoi collaboratori cominciarono ad ospitare persone che volevano cambiare vita, smettere di fare uso di sostanze e non riuscivano a farcela. Comunit&agrave; stavano nascendo un po' dovunque, a volte come trasformazione di comuni hippy o anarchiche o di sperimentazioni di vita comunitaria compreso il ritorno al cristianesimo delle origini. Nel documentario ad un certo punto Andrea Muccioli racconta che il trattenimento contro la volont&agrave; &egrave; stata una richiesta. Gli ospiti di Sanpatrignano hanno richiesto a Vincenzo di essere trattenuti con le maniere forti, altrimenti sarebbero ritornati a fare uso di eroina. Cio&egrave;, hanno depositato in Muccioli il potere di disporre dei loro corpi perch&eacute; li ritenevano "posseduti" dal "demone" eroina e richiedevano di essere esorcizzati da lui.<br />Cos&igrave; si crea un gruppo caratterizzato da un assunto di base di dipendenza. Facilmente, poi, il gruppo assume l'assunto di base di attacco e fuga perch&eacute; deve costantemente difendersi dall'oggetto cattivo persecutorio eroina, il demone malvagio, che perseguita la comunit&agrave;. I metodi per questa difesa diventano drastici. Come in un cenobio, i monaci-ospiti delegano alla autorit&agrave; di chi li ha accolti il diritto/dovere di purificare i loro corpi dal "male". Questo &egrave; quello che avviene in chi si occupa di dipendenze patologiche.<br /><br />Il terapeuta riceve un transfert di onnipotenza: &egrave; necessaria una formazione specifica per percepire le identificazioni proiettive e riuscire a trasformarle in pensiero e non ad agirle. Bisogna condividere con una &eacute;quipe, confrontarsi, discutere con colleghi, amici, perch&eacute; il transfert di onnipotenza fa sentire unici, alimenta il narcisismo patologico e se non c'&egrave; un aiuto. trovarsi nel posto di dio pu&ograve; fare credere di esserlo. Credo che la dinamica della prima Sanpa possa essere stata simile a questa che ho descritto, con in pi&ugrave; il fatto che Vincenzo era un medium che evocava uno spirito che aveva detto di istituire la comunit&agrave;.<br />Ora, secondo me, &egrave; possibile che Muccioli si sia sentito "posseduto" dallo spirito che evocava e che questa possessione, effetto della dissociazione che vive ogni medium, da temporanea sia diventata permanente, installandosi definitivamente in lui e trasformanolo. Infatti, non c'&egrave; mai in lui un segno di autocritica, il dubbio sembra non esistere, la scissione schizoparanoide &egrave; perfetta: nella comunit&agrave; c'&egrave; il bene: l'oggetto buono, il nutrimento, la vita. Fuori c'&egrave; il male: l'oggetto cattivo, l'eroina, la fame, la morte.<br /><br />Quando viene arrestato il giudice Andreucci, vuole risolvere il problema dei sequestri di persona e dei maltrattamenti senza chiudere la comunit&agrave; come accadeva in quel periodo per comunit&agrave; improvvisate o ricoveri per emarginati. Muccioli ed i suoi collaboratori vengono liberati e tornano a Sanpatrignano dopo essersi impegnati a non violare la libert&agrave; delle persone e a collaborare con le istituzioni pubbliche. Ma questo non avviene, anzi, i trattamenti obbligatori disposti da Muccioli senza nessuna autorizzazione vengono costantemente rivendicati come giusti.<br />Io ed i mei colleghi andiamo ad incontrarlo per costruire una eventuale collaborazione fra pubblico e privato, ma Vincenzo, gentilmente, ci fa notare che non ha nessun interesse a collaborare con le istituzioni pubbliche. Ho capito, in quel frangente, che lui, per fare quello che stava facendo, non aveva bisogno di nessuna autorizzazione. Si autorizzava da solo, proprio per la dinamica che ho descritto prima. Ma, mentre i giornali pubblicavano le foto di reclusi in istituti lager, come venivano definiti, le foto degli incatenati nella piccionaia di Sanpatrignano non le pubblica nessuno, nemmeno l'Unit&agrave; o il Manifesto. Ce le fa vedere Luciano Nigro nel documentario e si chiede: perch&eacute; non sono state pubblicate? Sono queste "immagini insepolte" le tenebre di Sampa.<br /><br />Sono sempre stato convinto che la vicenda di Sanpatrignano nei primi anni 80 sia stata usata contro il Servizio Sanitario Nazionale, appena nato. In particolare, contro la legge che impediva gli internamenti di persone definite "pericolose a s&eacute; ed agli altri e di pubblico scandalo". La comunit&agrave; veniva presentata come una impresa, frutto della beneficenza di quella borghesia milanese che ancora oggi &egrave; il nodo degli interessi privati contro il Sistema Sanitario Nazionale. La comunit&agrave; era diretta da un laico, forse, ho sempre pensato, ma non ne ho le prove, protetta dalla massoneria. Era una alternativa alla presenza dello stato nella sanit&agrave; e nel sociale. Come poi avverr&agrave; in seguito e continua ad avvenire, era la dimostrazione che bisognasse lasciare ai privati la gestione di questo "settore".<br /><br />&Egrave; straordinario verificare come a distanza di 40 anni il senso comune che avevano formato i media di allora sia sempre lo stesso: lo stato non fa niente, fanno solo i privati che vengono incolpati di usare i soli metodi efficaci da uno stato inerte. Certo, l'azione del Servizio Sanitario Nazionale non &egrave; stata per niente facile. Noi a Rimini facevamo la terapia con metadone dal 77/78 e la facevamo in regime sia di scalare che in quello di mantenimento, ma la Regione obbligava ad effettuare trattamenti a scalare. Non erano molti i CMAS in Italia ed in pochissimi si facevano trattamenti con metadone. C'era chi faceva trattamenti a scalare con morfina e c'era chi faceva solo proposte senza farsi carico di nulla. Certamente i finanziamenti che arrivavano a Sanpatrignano erano ingenti e la comunit&agrave; cresceva in modo esponenziale nonostante fosse sotto processo o forse proprio per quello.<br /><br />La fama di Muccioli, dovuta allo schieramento a suo favore perch&eacute; ritenuto un'autorit&agrave; in grado di decidere i trattamenti obbligatori, le reclusioni in luoghi come i tini per il vino o altre celle buie e strette, le violenze fisiche, i recuperi per le persone fuggite, fino alla benedizione <em>coram populo</em> delle catene, era sempre pi&ugrave; diffusa. Il documentario mostra gli interventi di Mike Buongiorno, di Pippo Baudo, ma anche di Enzo Biagi e di altri. Particolarmente odioso l'intervento di Montanelli, che rivendica orgoglioso il suo fascismo giovanile e se Red Ronnie, glielo avesse chiesto avrebbe anche rivendicato il possesso in tutti i sensi di una povera ragazza etiope da lui definita "povero animaletto". Quell'intervento fa capire che Vincenzo Muccioli ha fatto riemergere, nell'immaginario collettivo, l'imago di Mussolini: il duce che imponeva l'ordine alla anarchia degli italiani. Il padre padrone, l'uomo con le palle ecc...<br /><br />Insomma la vicenda si svolgeva in vari ambiti a partire da quello individuale in cui la dipendenza da eroina caratterizzata dalla "demoniaca" coazione a ripetere che tenta di chiudere il "buco" dovuto, da una parte, alla mancanza e, dall'altra, alla sovrabbondanza di Super-io. Ma non ci riesce mai. Per chi sente questo lacerazione dell'anima, le regole di vita si presentano come "fredde e crudeli", fonte di un godimento mortifero. Solo l'identificazione con un Super-io esterno, <em>"il dio che passava e salutava"</em> come dice Andrea Delogu nel documentario, permette di uscire dall'automatismo di ripetizione per entrare nel vincolo con un grande Altro vivente, con la Legge incarnata, con una funzione paterna che &egrave; stata assente. Da qui &egrave; necessario, con il tempo, diverso per ciascuno, prendere coscienza che tutto questo &egrave; l'effetto del transfert e su questo si deve lavorare in gruppo per apprendere a stare nella realt&agrave; con atteggiamento attivo e non passivo. Ma questo a Sampa era ostacolato: la comunit&agrave; era vista come un Truman show e la realt&agrave; esterna, come ho detto, era (&egrave;?) vissuta come persecutoria e permeata dal male.<br /><br />Il gruppo oscillava sempre fra l'assunto di base di dipendenza e quello di attacco e fuga. Questo stato emotivo, non interpretato, impediva il lavoro terapeutico sul compito che &egrave; l'adattamento attivo alla realt&agrave;. Anche l'ambito famigliare non riusciva ad elaborare il deposito che i membri avevano fatto sul portatore del sintomo. Infatti, il dipendente patologico &egrave; sovraccarico delle ansie persecutorie, depressive o confusionali, che si sono prodotte nel gruppo famigliare per tantissimi motivi: lutti, traumi non elaborati, migrazioni, fallimenti, abbandoni ecc. e che sono proiettate su di lui. Sanpatrignano ha funzionato come un deposito di questi depositi famigliari: una istituzione totale privata, retta da un padre padrone, che sostituiva i padri mancanti e che rieducava i disadattati facendoli diventare tutti dei <em>"bravi soldatini"</em> come dice Fabio Cantelli, cio&egrave; dei disciplinati abitanti di una realt&agrave;, soprattutto lavorativa, immodificabile.<br /><br />La cura, cos&igrave;, non &egrave; altro che l'accettazione dell'ordine sociale dominante, il rispetto delle gerarchie per come si presentano compreso il rapporto fra maschio e femmina, in cui la donna &egrave; subordinata al maschio e dedita ai lavori domestici. Questo tradizionale maschilismo a Sampa era visto come "naturale" e tutta l'ideologia della comunit&agrave; era (&egrave;) presentata come la riproposizione dei "valori tradizionali" e del sistema dell'autorit&agrave; del patriarcato messo in crisi dalla rivoluzione del 68. Sanpatrignano diceva che la droga era effetto del 68 e la cura, e se vogliamo la prevenzione, per loro era (&egrave;?) caratterizzata in ultima istanza dal ripristino dei valori tradizionali come Dio, patria e famiglia.<br /><br />Difficile da digerire per uno, come me, che ha occupato il liceo nel marzo 1968 ed in fondo si &egrave; sempre sentito, ed ancora si sente, dentro il movimento. Per me, che avevo visto e vissuto la scritta "la libert&agrave; &egrave; terapeutica" nel muro del manicomio di Trieste, ascoltare persone che avevo seguito, raccontarmi che ringraziavano Muccioli che li aveva legati era complicato. Dovevo capire che cosa succedeva ma, come dice Fabio Cantelli, non potevo n&eacute; posso negarmi la verit&agrave;. Per questo sono sempre stato convinto che a Sanpatrignano, molte persone che non erano riuscite a liberarsi dalla dipendenza l&igrave; ci sono riuscite. Sono anche convinto che in determinate circostanze i trattamenti obbligatori siano necessari, ma non possono e non debbono essere prescritti da persone prive di autorizzazione e di controllo. Devono anche essere prescritti per periodi limitati. Sicuramente i trattamenti devono essere effettuati da &eacute;quipe di lavoro e non da singoli, proprio per tutelare anche i terapeuti dalla onnipotenza. Ma, soprattutto, penso che non vadano costruite comunit&agrave; terapeutiche enormi completamente sganciate dal territorio che le ospita.<br /><br />Queste strutture sono istituzioni totali private che inevitabilmente costruiscono attorno a s&eacute; una rete di fornitori, una serie di attivit&agrave; economiche che facilmente le fanno entrare in un processo di istituzionalizzazione, cio&egrave; subiscono una eterogenesi dei fini ed il compito principale non &egrave; pi&ugrave; ad esempio la soluzione della dipendenza ma il mantenimento della stessa istituzione.<br />Quando avviene questo processo e, secondo me, a Sanpatrignano &egrave; avvenuto da molto tempo, c'&egrave; la tendenza a prolungare i tempi di permanenza nell'istituzione, a passivizzare gli utenti ed a non curare il reinserimento sociale.<br /><br />Per terminare, a me sembra che il documentario "Sampa: luci e tenebre di Sanpatrignano", stia funzionando come l'opera teatrale "The Brig" del Living Theatre, che mostr&ograve; il funzionamento di una istituzione totale, in quel caso una prigione, sospendendo il giudizio. Lo spettatore, vedendo la messa in scena non aveva bisogno di guide, o di voci fuoricampo, capiva da s&eacute; il funzionamento della istituzione totale. Mutando il contesto, Stanley Kubrik, in "Full metal jacket ", ha fatto la stessa operazione con l'addestramento dei Marines nella prima parte del film. Sampa, il documentario, mostra le luci e le tenebre; capisco che chi &egrave; nella politica da tanti anni come la signora Letizia Moratti prima come presidente della Rai, poi come ministro dell'istruzione, poi Sindaco di Milano ed ora, sembra Assessore alla Sanit&agrave; della regione Lombardia, volesse una storia ambientata sempre a mezzogiorno quando non ci sono ombre. Eppure questa tragedia italiana ha molte tenebre ed &egrave; importante vederle per non ripeterle e per cambiare questa situazione. Sanpatrignano potrebbe cominciare chiedendo scusa a Giuseppe Maranzano ed alla sua famiglia. Sarebbe un atto simbolico molto importante.<br />Avanti un po' di coraggio...<br /><br /><br />(da www.psychiatryonline.it)</span></font><br /></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Essere animali significa desiderare]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/essere-animali-significa-desiderare]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/essere-animali-significa-desiderare#comments]]></comments><pubDate>Tue, 07 Jul 2020 14:37:00 GMT</pubDate><category><![CDATA[desiderio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/essere-animali-significa-desiderare</guid><description><![CDATA[ di Roberto Marchesini1. PREMESSAL&rsquo;essere animale &egrave; qualcosa che ci riguarda in modo diretto, ma non nella veste di contro-termine da cui ricavare per esclusione la nostra condizione umana n&eacute; come cifra regressiva, retaggio oscuro che in ogni momento pu&ograve; risalire dai fondali filogenetici per mettere a rischio la nostra umanit&agrave;, bens&igrave; come fondamento stesso della nostra soggettivit&agrave;, del nostro essere affacciati al mondo attraverso la vitalit&agrave [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<span class='imgPusher' style='float:right;height:60px'></span><span style='display: table;width:auto;position:relative;float:right;max-width:100%;;clear:right;margin-top:20px;*margin-top:40px'><a><img src="http://www.lorenzosartini.com/uploads/1/2/8/3/12833450/editor/animot-5-tmb.jpg?1594135385" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 0px; margin-left: 20px; margin-right: 0px; border-width:0; max-width:100%" alt="Foto" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -0px; margin-bottom: 0px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="display:block;"><font size="3">di <strong>Roberto Marchesini</strong><br /><br /><strong>1. PREMESSA</strong><br />L&rsquo;essere animale &egrave; qualcosa che ci riguarda in modo diretto, ma non nella veste di contro-termine da cui ricavare per esclusione la nostra condizione umana n&eacute; come cifra regressiva, retaggio oscuro che in ogni momento pu&ograve; risalire dai fondali filogenetici per mettere a rischio la nostra umanit&agrave;, bens&igrave; come fondamento stesso della nostra soggettivit&agrave;, del nostro essere affacciati al mondo attraverso la vitalit&agrave; del desiderio. L&rsquo;essere animale ha a che fare con il non-equilibrio, l&rsquo;apertura referenziale che rigetta qualunque autarchia ontologica, la non esplicabilit&agrave; in termini di fenomeno attraverso una ricognizione seppur puntuale ed esaustiva delle causalit&agrave; agenti nel qui-e-ora. L&rsquo;essere animale &egrave; una continua invenzione di presente, un andare oltre l&rsquo;algoritmica delle cause, un trascendere il fenomeno attraverso l&rsquo;emergenza epifanica, l&rsquo;invenzione singolare dell&rsquo;esistere.<br />La condizione animale &egrave; un continuo porre a sintesi &ldquo;scansioni temporali&rdquo; differenti e moventi altrettanto diversi, per cui il suo porsi nel momento, la sua presenza, si realizza nel non essere mai interamente compreso nell&rsquo;istantaneit&agrave; della funzione. Paradossalmente l&rsquo;animale pu&ograve; dire di esserci, cio&egrave; di avere una presenza, perch&eacute; non interamente spiegabile facendo riferimento a meccanismi causali agenti nell&rsquo;istante in cui lo si considera. L&rsquo;essere animale &egrave; pertanto un continuo desiderare, l&rsquo;azione di un&rsquo;infaticabile Penelope che mette in relazione cause prossime e cause remote, moventi filogenetici e moventi ontogenetici, motivazioni inerenti e opportunit&agrave; contestuali, in un flusso diacronicorelazionale dove l&rsquo;animalit&agrave; si manifesta in questa presenza connettiva piuttosto che nella funzione in s&eacute;. Diciamo che l&rsquo;animale &egrave; soggettivo perch&eacute; sfugge all&rsquo;oggettivit&agrave; delle cause agenti nell&rsquo;istantaneit&agrave;.</font></div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <div class="paragraph"><font size="3">Lo vediamo piuttosto flettere la situazione secondo coordinate di parzialit&agrave;, da cui ricaviamo l&rsquo;impressione di un giudizio soggettivo, proprio perch&eacute; singolare, creativo nel suo non essere prevedibile: traducibile come &ldquo;attribuzione di un significato-valore&rdquo; alla mera datit&agrave; fenomenica. Dichiararsi presente significa avere sovranit&agrave; sul proprio stato e, in tal senso, non essere schiavo del presente. D&rsquo;altro canto per questa sovranit&agrave; &egrave; indispensabile avere in mano gli strumenti onde agire nel presente e non attribuire a detti strumenti l&rsquo;autonomia e l&rsquo;esaustivit&agrave; esplicativa nel dettare le coordinate di azione dell&rsquo;individuo. Occorre cio&egrave; evitare di meccanizzare il comportamento ovvero di pretendere che l&rsquo;espressione animale sia dettata da automatismi il cui funzionamento sia in s&eacute; necessario e sufficiente per definire il comportamento.<br />L&rsquo;essere animale pu&ograve; manifestare un Dasein solo a patto di ammettere una titolarit&agrave; espressiva e, di conseguenza, solo a patto di considerare l&rsquo;individuo titolare delle proprie dotazioni: &egrave; lui che le utilizza e non sono loro che lo muovono.<br /><br />Tuttavia, per fare questo, &egrave; indispensabile cambiare profondamente il modello esplicativo che da Cartesio in poi ha caratterizzato la spiegazione del comportamento animale. Come sappiamo, nell&rsquo;idea cartesiana l&rsquo;incapacit&agrave; del modello isocrono e lineare della <em>res extensa</em> di spiegare il comportamento umano veniva compensata dalla controparte cogitans, principio trascendente che non richiedeva una spiegazione scientifica. &Egrave; ovvio d&rsquo;altro canto che in una visione materialistica l&rsquo;elisione della gemella <em>cogitans </em>richiede un ripensamento epistemologico della res extensa, pena il dover ricorrere ad altri dualismi chiamati in soccorso di una spiegazione zoppicante. Nel momento in cui riconosciamo il principio darwiniano della continuit&agrave;, non possiamo mantenere inalterato il paradigma metapredicativo del meccanicismo esplicativo. Dobbiamo cio&egrave; considerare le dotazioni filo-ontogenetiche, innate e apprese, non pi&ugrave; come automatismi che muovono l&rsquo;individuo - il burattino - ma come strumenti che lui utilizza. Dobbiamo tornare al desiderio come mastro di soggettivit&agrave;.<br /><br /><strong>2. LA MACCHINA ANIMALE QUALE CONDIZIONE METAPREDICATIVA</strong><br />La tradizione occidentale, informata sul modello cartesiano di animale come &ldquo;automa&rdquo; - ossia entit&agrave; meccanica totalmente retta da cascate d&rsquo;inneschi, destinati a produrre determinismi funzionali - ha dato luogo a una ricca tradizione di modelli degli uomini mortali, gli uccelli del cielo e tutte le specie animali, che la terra e il esplicativi, varianti spesso antagoniste o conflittuali tra loro, ma in realt&agrave; filiazioni del medesimo paradigma concettuale e perfettamente coerenti con i suoi presupposti epistemologici.<br />Tanto la psicoidraulica di tradizione europea quanto il chaining nordamericano, pur nel dibattito che li ha visti contrapposti nella prima met&agrave; del Novecento, non mettono in discussione il principio meccanicistico che esautora l&rsquo;animale di qualunque soggettivit&agrave; espressiva. L&rsquo;animalit&agrave; viene letta come dimensione biomeccanica: poco importa se l&rsquo;innesco sia pulsionale o reattivo, se l&rsquo;automatismo sia informato dalla filogenesi o dall&rsquo;ontogenesi. Spogliare l&rsquo;animale del carattere di soggettivit&agrave; vuol dire metterlo alla merc&eacute; del caso e della necessit&agrave;, sottrargli persino il barlume di una presenza che non sia il mero esercizio funzionale.<br />&Egrave; con questa tradizione che ci si deve confrontare, indagandone i presupposti paradigmatici e non la semplice epidermide descrittiva, ogni volta che si desidera mettere a fuoco il significato dell&rsquo;agibilit&agrave;, ancor prima che della specifica azione, inerente all&rsquo;essere animale. Qual &egrave; il campo d&rsquo;azione di questa dimensione che vediamo interpretare il suo qui-e-ora con un protagonismo implicito e articolato, utilizzando le proprie dotazioni pi&ugrave; che esserne agito?<br />Considerare la condizione animale in termini meccanicistici significa infatti non solo valutarne l&rsquo;espressione secondo canoni retti da una molteplicit&agrave; di fattori ontopoietici ed elicitativi - non necessariamente lineari nel loro svolgersi causale - ma soprattutto negare qualsivoglia forma di titolarit&agrave; dell&rsquo;essere animale sul proprio comportarsi.<br /><br />La condizione animale non viene perci&ograve; interpretata come piena presenza nel mondo: l&rsquo;animale non &egrave; libero, non sceglie, non &egrave; in grado di valutare, di prendere distanza dal magnete stimolativo-pulsionale, non decide ma semplicemente fruisce, seguendo meccaniche prefissate.<br />L&rsquo;analisi evoluzionistica, basata sulla specializzazione adattativa, cui fa da contrafforte quella ecologica, attenta alle dinamiche di sostenibilit&agrave; dei diversi biomi, ci mette di fronte a una pluralit&agrave; di forme che rivelano precisi range di espressioni &ndash; le famose Umwelten del barone Jakob von Uexku&#776;ll(1) o gli etogrammi di Niko Tinbergen(2) - ma, cos&igrave; facendo, distrarci dal problema paradigmatico: cosa significa essere animale? Analizziamo i coreogrammi delle varie specie, i processi di strutturazione dei diversi pattern, l&rsquo;organizzazione gestaltica dei segnali-chiave, le molteplici immersioni della percezione, le plurali scansioni dei comportamenti alimentari, territoriali, parentali, sociali e via dicendo, arrivando persino a compilare articolati repertori di occorrenze culturali, di utilizzo di strumenti, di flessibilit&agrave; espressiva, fino alle soglie della coscienza, ma senza andare a fondo sul presupposto di base e, di conseguenza, senza metterlo in discussione(3). Ripeto: cosa significa essere animali?<br />Secondo la tradizione, ogni specie non &egrave; altro che una forma, una particolare declinazione di questa meccanica paradigmatica, che rappresenta lo statuto di base dell&rsquo;essere animale quale res-extensa, ossia entit&agrave; misurabile e perci&ograve; trasformabile nella condizione astorico-necessitata di formula algebrica. La conseguenza &egrave; molto semplice: gli animali sono macchine &ndash; &egrave; il fondamento comune &ndash; e ogni specie ne &egrave; un particolare modello. Ecco allora che tutte le descrizioni ecologico-adattative altro non divengono che modi per descrivere la macchina animale, plurale come molteplici sono le funzioni richieste per dissipare l&rsquo;energia nei diversi ambienti e nelle differenti posizioni lungo la catena trofica. Il principio cartesiano resta in sottofondo, ma ben saldo nel dettare le coordinate di traduzione esplicativa, qualunque sia la genealogia descrittiva pronta a enunciare un suo modello. La descrizione della macchina diventa un modo come un altro per non entrare nello specifico paradigmatico del problema o, meglio, per non mettere in discussione lo status quo esplicativo.<br /><br />Il trucco del sottinteso paradigmatico o metapredicativo consente di spostare l&rsquo;attenzione su altri dettagli e quindi di evitare di porsi il vero problema di cosa significhi essere animali alla luce del continuismo darwiniano: 1) ci si limita all&rsquo;analisi predicativa &ndash; i famosi quattro perch&eacute; dell&rsquo;esplicazione etologica di Tinbergen &ndash; spostando la discussione dall&rsquo;animalit&agrave;, come condizione, al repertorio adattativo ed evolutivo specie specifico; 2) ci si sofferma sui caratteri generali della macchina, se chimica o termodinamica, se cibernetica o informatica, spostando la spiegazione sulle configurazioni energetico-funzionali e non sul paradigma esplicativo di fondo. Si tratta di un trucco o di una rimozione che consente di assumere Darwin come prodotto topico, senza cio&egrave; farlo interagire con la sistemica dell&rsquo;organismo culturale umanistico. Fuorviati dall&rsquo;attenzione sui caratteri descrittivi - l&rsquo;etogramma del cane oppure del gatto - o dalle spiegazioni funzionali, vale a dire se ha ragione Lorenz con la sua teoria psicoenergetica(4) o Skinner con la sua cibernetica(5), ci scordiamo del non-detto cartesiano che pu&ograve; continuare a dettar legge sul principio ontologico di base.<br />Questo aspetto era stato ben compreso da Martin Heidegger(6) allorch&eacute; si rese conto che la spiegazione predicativa, ancora in voga tra i veteroumanisti affascinati dalla plasticit&agrave; del vitruviano, non era il nodo della questione, perch&eacute;, tra l&rsquo;essere umano e l&rsquo;alterit&agrave; animale, la differenza andava posta in termini ontologici ossia metapredicativi.<br /><br />L&rsquo;animale macchina pu&ograve; esercitare delle azioni, prendere parte a delle funzioni, essere compreso in un lasso temporale, ma se/finch&eacute; rester&agrave; macchina: non potr&agrave; essere veramente presente, perch&eacute; una macchina si trova in uno stato d&rsquo;isocronia e non possiede un hic-et-nunc.<br />Di conseguenza: a) pu&ograve; avere orme-fossili del suo passato, non ricordi; b) cascate di eventi sul futuro, non progetti; c) uno scorrere di funzioni, non un&rsquo;esistenza; d) un termine o spegnimento del processo, non una morte. Inoltre una macchina non ha una vera relazione con il mondo, perch&eacute; in realt&agrave; si limita a processarlo, a tradurre cio&egrave; gli input in voci di output, a fruirlo o a evitarlo, giacch&eacute; prossimit&agrave; non &egrave; in lui vicinanza e distanza non &egrave; mai contemplazione.<br />L&rsquo;animale &egrave; stordimento funzionale, povero di mondo: quello utile per sopravvivere.<br />Ecco allora che in Heidegger si chiarisce il non-detto cartesiano.<br />Con la traduzione macchinica dell&rsquo;animalit&agrave; si poneva una distanza incolmabile tra l&rsquo;essere umano e le altre specie e parallelamente si sanciva in modo definitivo la libert&agrave; operativa sull&rsquo;universo non-umano. Indubbiamente &egrave; stata un&rsquo;evoluzione paradigmatica non facile e controversa fin dal XVII secolo: si trattava pur sempre di accentuare quella dialettica esclusiva solo in nuce nei primi umanisti.<br />Non stupisce pertanto che, accanto alle ipotesi postcartesiane che sempre pi&ugrave; configuravano un piano riduzionista dell&rsquo;espressivit&agrave; animale, a singhiozzo tornavano in modo, per cos&igrave; dire polare, proposte tese a riportare la soggettivit&agrave; tra le pieghe della natura. D&rsquo;altro canto innumerevoli fattori hanno finito per previlegiare quella sponda riduzionista cui Cartesio offriva un nodo paradigmatico particolarmente efficace &ndash; primo fra tutti l&rsquo;operatore autarchico e autopoietico dell&rsquo;umano quale unico protagonista, principio gi&agrave; attivo nella metamorfosi umanista che da due secoli imperversava in Occidente.<br /><br />A ci&ograve; aggiungasi che il meccanicismo indubbiamente era in linea con lo spirito del tempo, dove le conquiste scientifiche andavano ad affiancarsi a quelle geografiche, sociali, tecnologiche, in uno scialo di potenza e di meraviglia. La macchina perci&ograve; fungeva da ottima icona a quell&rsquo;espansione operativa dell&rsquo;uomo tuffato nella modernit&agrave;. L&rsquo;antroposfera si allargava attraverso ruote dentate e macchine idrauliche e cos&igrave; anche il non-umano veniva ingoiato all&rsquo;interno degli ingranaggi. A ulteriore vantaggio c&rsquo;era peraltro un artifizio esplicativo non indifferente: l&rsquo;appello a una meccanica apparentemente esplicitata ma, di fatto, totalmente teorica. A ben vedere l&rsquo;ipotesi meccanicistica di Cartesio non rispetta i canoni popperiani di falsificabilit&agrave;(7) perch&eacute;, non specificando il tipo di meccanismo chiamato a regolare la funzione animale &ndash; ovvero non avendo a disposizione una macchina capace di riprodurre la condizione animale &ndash; si appella a un dettato che non pu&ograve; essere messo alla prova, ma solo accettato. Tuttavia la criptotautologia riduzionista si presta a un dinamismo metamorfico in linea con la progressione tecnopoietica del progresso e ogni innovazione, col suo seguito di stupore e autocompiacimento, si presta a interpretare l&rsquo;animalit&agrave; godendo di una sorta di sospensione del giudizio critico: &egrave; cio&egrave; in grado di celare l&rsquo;artificio.<br /><br />Come ho detto, a differenziare il principio descrittivo della macchina, non c&rsquo;&egrave; solo la forma-immagine di specie - l&rsquo;essere cane invece che gatto - ma anche il tipo di macchina cui far riferimento, ovviamente in continua trasformazione in virt&ugrave; dell&rsquo;evoluzione tecnologica.<br />Da Cartesio in poi assisteremo pertanto a un susseguirsi di &ldquo;modelli esplicativi&rdquo; chiamati a descrivere il modo funzionale degli animali automata, senza intaccare il paradigma: la condizione di macchina. Il pullulare di modelli di spiegazione circa la costruzione del catalogo dei diversi automatismi e del loro innesco (definizione predicativa) non ha cio&egrave; messo in discussione il paradigma di base chiamato all&rsquo;esplicazione della condizione di animalit&agrave; (definizione metapredicativa). Questa situazione di stallo paradigmatico &egrave; giunto fino ai giorni nostri, nonostante la discussione sull&rsquo;intelligenza o sulla coscienza delle altre specie.<br /><br />In altre parole, nel susseguirsi di tentativi interpretativi che dal Seicento sono stati proposti, a mutare non &egrave; stata la condizione metapredicativa - l&rsquo;essere una macchina - chiamata a spiegare la condizione animale, bens&igrave; la tipologia di automatismi invocati alla funzione esplicativa, ossia come funzionava e a che tipo di macchina era plausibile attribuire l&rsquo;animalit&agrave;. Cambiavano i predicati di risulta assunti dall&rsquo;essere-animale: non pi&ugrave; fili e pulegge come pretendeva Cartesio ma, in rapida successione, in virt&ugrave; della febbrile evoluzione tecnologica dei secoli successivi alla rivoluzione scientifica, eccolo diventare &ldquo;sensore chimico&rdquo; orientabile attraverso tropismi, &ldquo;motore a vapore&rdquo; per pulsionalit&agrave; interpretabili secondo logiche termodinamiche, &ldquo;meccanismo cibernetico&rdquo; retto da complesse ricorsivit&agrave; di retroazioni, computer istruito filogeneticamente da algoritmi ed euristiche.<br /><br /><strong>3. DIALETTICA DELL&rsquo;ESCLUSIONE E MACCHINA ANTROPOLOGICA</strong><br />A tutto questo vanno aggiunti altri elementi per comporre il quadro dell&rsquo;essereanimale, quale ancora si presenta ai nostri occhi. Il riduzionismo meccanicista non &egrave; stato l&rsquo;unica bussola orientativa circa il modo di interpretare l&rsquo;animalit&agrave; come condizione. Possiamo dire che altre tradizioni e altri presupposti l&rsquo;hanno preceduto e accompagnato dando luogo a un prospetto sincretistico che lo ha reso &ldquo;cifra oppositiva&rdquo; rispetto alla condizione umana. Riflettere sulla condizione animale significa pertanto incamminarsi all&rsquo;interno di un labirinto involuto e ricorsivo di attribuzioni e d&rsquo;interpretazioni preconcette. L&rsquo;animalit&agrave; &egrave; stata puntualmente trasformata: a) in oscura dimora ove proiettare paure o scomode presenze, b) in fondale per fare emergere la distinzione metapredicativa dell&rsquo;essere umano, c) in amorfa categoria fatta di pluralit&agrave; apparenti, d) nel tappeto elastico da cui balzare verso l&rsquo;iperuranio, e) in territorio infettivo da evitare attraverso riti di purificazione. Difficile attribuire una genealogia a questa lettura pregiudiziale, ovvero un&rsquo;unica fonte o una prevalenza.<br /><br />Possiamo dire che ognuna ha reso il suo piccolo contributo al grande castello dell&rsquo;antropocentrismo ontologico, proiettato sulla disgiunzione. Accanto alla tradizione meccanicista, la cultura occidentale ha stigmatizzato la condizione animale facendone un contro-termine rispetto all&rsquo;umana dimensione. Si &egrave; trattato di un processo graduale e articolato, una narrazione che ha percorso l&rsquo;arte, la religione, la filosofia, ma da cui si sono innalzate le colonne portanti dell&rsquo;antropopoiesi stessa, ossia di quel percepirsi<br />e riconoscersi, intercettare il proprio telos e tendere, indirizzare l&rsquo;ontopoiesi attraverso prassi antropotecniche, normare i codici di accettazione e rifiuto. L&rsquo;animalit&agrave; &egrave; divenuta cos&igrave; la sponda da cui congedarsi e parimenti da tenere sempre sotto osservazione per capire se la rotta tenuta era corretta, quasi una stella polare capace di indicarci il cammino da non percorrere. A presupposto o come logica conseguenza - difficile dirlo e probabilmente entrambi - si &egrave; stabilita la creazione di una &ldquo;categoria animale&rdquo;, pi&ugrave; semplicemente &ldquo;gli animali&rdquo;, caratterizzata da predicati contrapposti a quelli attribuibili all&rsquo;essere umano.<br />In un certo senso possiamo dire che il percorso tracciato nella nostra cultura - seppur con momenti di deviazione di rotta e stagnazioni ma, per converso, con momenti d&rsquo;improvvise accelerazioni - &egrave; stato all&rsquo;insegna di un distanziamento da un&rsquo;idea fittizia di animalit&agrave;, categorizzata attraverso un&rsquo;arbitraria attribuzione di predicati che, quantunque impropri e nell&rsquo;errore categoriale, si rivelavano utili all&rsquo;operazione oppositiva presupposta. Per comprendere tale dettato occorrerebbe entrare in profondit&agrave; in quella dialettica dell&rsquo;esclusione che ha caratterizzato il progetto umanistico, teso a estrarre un&rsquo;immagine metrico-sussuntiva, ossia universale dell&rsquo;umano, attraverso operazioni di rigetto di ogni forma di declinazione funzionale. Il progetto umanistico si basa su un&rsquo;epurazione radicale dei caratteri epimeteici dall&rsquo;umano per dar luogo a due genealogie differenti.<br /><br />La stirpe animale, frutto dell&rsquo;incarnato funzionale, ossia del rango performativo, figlia del titano Epimeteo(8), non ha nulla a che vedere con quella umana, dalla virtualit&agrave; somatica, larvale e indeclinata, perci&ograve; applicabile come unit&agrave; di misura, priva di un rango e di conseguenza libera e autopoietica, figlia di Prometeo, dell&rsquo;estro e della techne, dell&rsquo;esternalizzazione performativa e quindi in grado di sussumere qualsivoglia performazione. L&rsquo;artificio della doppia genealogia, tutt&rsquo;altro che una semplice mitopoiesi, influenza alla radice la filosofia occidentale che ne ripeter&agrave; come una cantilena, seppur in forme poetico-semantico sempre differenti, gli stessi contenuti. A ben vedere tale operazione si manifesta come una tautologia tutt&rsquo;altro che criptica: gli animali non condividono nulla con gli umani essendo, per l&rsquo;appunto, animali. Nondimeno oggi &egrave; difficile uscire da questo errore interpretativo cosicch&eacute; l&rsquo;animale come contro-termine e alterit&agrave;, pi&ugrave; che una realt&agrave; su cui discutere diviene la cifra stessa del confronto e lo sfondo che consente di far emergere l&rsquo;essere umano.<br />Come ho detto l&rsquo;errore &egrave; triplice: 1) si disgiunge l&rsquo;essere umano, nei suoi caratteri precipui, vale a dire in ci&ograve; che lo rende tale, dalla condizione animale; 2) si pretende di estrarre una struttura categoriale che preveda denominatori comuni agli eterospecifici in opposizione all&rsquo;essere umano; 3) si attribuisce a tale categoria, in modo arbitrario, predicati che l&rsquo;essere umano vuole rimuovere da s&eacute;. Si tratta in buona sostanza di un&rsquo;epurazione dell&rsquo;animalit&agrave; dall&rsquo;essere umano. Si scambiano le differenze predicative, vigenti in ogni specie (e in un certo senso persino in ogni individuo) e quindi valide per l&rsquo;essere-umano, qualitativamente diverso dall&rsquo;essere-gatto, per differenze metapredicative, vale a dire riguardanti non il profilo adattativo-ecologico bens&igrave; la dimensione ontologica.<br />Proponendo una diversit&agrave; sui predicati poi la si elegge come dimensione profonda e quindi la si contrappone non alla singola specie non-umana ma alla condizione stessa di animalit&agrave;.<br /><br />Di questo pertanto occorre discutere, andando fino in fondo nell&rsquo;analisi del modello paradigmatico chiamato a spiegare l&rsquo;espressione animale, ancor prima di soffermarsi sulle performativit&agrave; cognitive o sui livelli d&rsquo;intenzionalit&agrave; presenti nelle specie non-umane. Rimanendo adesi in modo tolemaico al paradigma antropocentrico e all&rsquo;artificio cartesiano, ogni tentativo di costruire un continuismo, che da una parte faccia emergere la soggettivit&agrave; animale dall&rsquo;altra sia rispettosa di una diversit&agrave; di specie, &egrave; vano o forviante. Parlare di soggettivit&agrave; significa infatti accettare la sfida darwiniana delle peculiarit&agrave; adattativo-ecologiche, applicando alle dotazioni cognitivo-comportamentali le stesse categorie analitiche che utilizziamo in anatomia o fisiologia comparata.<br />Dobbiamo tuttavia aver presente che, cos&igrave; facendo, estrarremo contiguit&agrave; di parentela - le omologie - e convergenze in semantiche adattative - le analogie - ma non la tradizionale dicotomia tra essere umano e animale che sta alla base del progetto umanistico. L&rsquo;animalit&agrave; &egrave; una costellazione che ci comprende, non il contro-termine per una dicotomia antropo-poietica.<br />Penso che si debba affrontare la questione dell&rsquo;animalit&agrave; secondo due scansioni: 1) l&rsquo;analisi predicativa, partendo dal fatto che ogni singolarit&agrave; animale &egrave; un modo specifico di inventare uno o pi&ugrave; mondi, sulla base di specificit&agrave; che non possono essere ricondotte nella dicotomia esclusiva dell&rsquo;animale contro-termine o in quella inclusiva dell&rsquo;antropomorfismo; 2) l&rsquo;analisi metapredicativa, riflettendo su cosa significhi essere-animale, ovviamente includente l&rsquo;umano, rimettendo in discussione il paradigma meccanicistico della res extensa e considerando la soggettivit&agrave; non come espressione cosciente o razionale dell&rsquo;essere, bens&igrave; come comprensione nel desiderio, come intenzionalit&agrave; del desiderio. Agendo di concerto sulle due scansioni, si annulla quell&rsquo;operazione umanistica che Agamben chiama &ldquo;macchina antropologica&rdquo;, per riscoprire la pluralit&agrave; della condizione animale e parimenti quella matrice comune dell&rsquo;essere-animale che ci rende parti della stessa costellazione.<br /><br /><strong>4. RITORNO ALLA SOGGETTIVIT&Agrave; IRRAZIONALE</strong><br />&Egrave; indubbio che la condizione di animalit&agrave; ci riguardi da vicino, in specie dopo la rivoluzione operata da Darwin. Il naturalista inglese ha posto in evidenza la continuit&agrave; dei viventi e, in ossequio a una logica popolazionale dei predicati e a prossimit&agrave; filogenetiche di somiglianze e divergenze, ha fatto emergere una tassonomia non antropocentrica, fondata su piani di appartenenza genealogici e non su essenze &ndash; queste ultime per definizione disgiunte(9). Con l&rsquo;evoluzionismo &ndash; e nelle successive sintesi operate dalla genetica, dall&rsquo;embriologia, dalla paleontologia, dalle scienze informatiche &ndash; si rompe l&rsquo;isolamento ontologico dell&rsquo;essere umano e ogni tentativo di mantenere le vecchie distinzioni di matrice umanista &egrave; destinato a vacillare, tenendosi in equilibrio precario su matrici ontopoietiche esterne come il linguaggio, la techne, la cultura.<br />Anche sospinta nei fondali dell&rsquo;essere umano, da una tradizione che non accetta di rinunciare all&rsquo;ancoraggio pichiano, l&rsquo;animalit&agrave; forza il confinamento ed entra nel cuore della costruzione identitaria e della manifestazione espressiva, per cui non &egrave; pi&ugrave; possibile l&rsquo;operazione di distanziamento: il nostro essere fluttua nella condizione animale.<br /><br />D&rsquo;altro canto, forse proprio in risposta allo tsunami darwiniano, abbiamo assistito nel corso del XX secolo a modelli che, seppur in differente modo, rilanciavano il dettato cartesiano proponendosi di spiegare l&rsquo;espressione meccanizzando le dotazioni dell&rsquo;animale. L&rsquo;istinto, o automatismo innato, della tradizione di etologia classica, e il condizionamento, o automatismo appreso, del behaviorismo, ne sono esempi eclatanti, che ancora campeggiano nella spiegazione dell&rsquo;espressione animale. Come si pu&ograve; notare, non c&rsquo;&egrave; spazio in questo modello esplicativo per una soggettivit&agrave; giacch&eacute; l&rsquo;istinto &egrave; condizionamento, ossia le dotazioni, sono gi&agrave; in s&eacute; esaustive a spiegare ci&ograve; che l&rsquo;animale compie.<br />Non pu&ograve; darsi una presenza soggettiva perch&eacute; manca una sovranit&agrave; sulla dotazione: l&rsquo;animale non pu&ograve; averne titolarit&agrave; perch&eacute; il modello che spiega la dotazione &egrave; meccanicistico e imperativo sul soggetto. Se la dotazione &egrave; da sola responsabile nella sua struttura di ci&ograve; che esprime, la soggettivit&agrave; di fatto non esiste, &egrave; pura apparenza. Inutile a questo punto aggiungere la coscienza se abbiamo compreso il principio d&rsquo;intenzionalit&agrave; di Brentano.<br /><br />&Egrave; ovvio che per ammettere una soggettivit&agrave; animale sia indispensabile assumere una non esaustivit&agrave; esplicativa della dotazione nell&rsquo;espressione comportamentale: &egrave; il soggetto che la utilizza, che ne &egrave; titolare, avendo dei margini di utilizzo ovvero una pluralit&agrave; di uso e una possibilit&agrave; di modifica. Se infatti la dotazione in s&eacute; viene chiamata a spiegare in modo esaustivo ci&ograve; che l&rsquo;animale fa, inevitabilmente la dotazione non &egrave; pi&ugrave; uno strumento a disposizione del soggetto - una dotazione per l&rsquo;appunto - ma diventa un automatismo che muove l&rsquo;individuo, un filo che trasforma l&rsquo;animale in un burattino. Non &egrave; pertanto la complessit&agrave; della funzione espressa a liberare l&rsquo;animale dal paradigma esplicativo meccanicistico che va da Cartesio ai giorni nostri, bens&igrave; &egrave; la pretesa di leggere il comportamento come la manifestazione diretta di un automatismo.<br />Finch&eacute; rimarremo imbrigliati in questa pretesa non ci sar&agrave; espressione per quanto complessa che non possa venir trasformata in modo meccanicistico, togliendo tuttavia il cuore stesso dell&rsquo;essere-animali che si basa su una presenza e non semplicemente su una funzione espressiva.<br /><br />Quando diciamo che gli animali non sono oggetti poniamo un problema epistemologico ineludibile che non pu&ograve; essere bypassato attraverso il ricorso al <em>deus ex machina</em> della coscienza o al principio tautologico della capacit&agrave; di cogliere il mondo in quanto tale. Se di un esistenzialit&agrave; animale bisogna parlare occorre farlo sulla base non di una petizione di principio trascendente, ma su un ripensamento profondo della condizione dell&rsquo;essere animali. E il problema non riguarda, perlomeno non in prima battuta, il modello che utilizziamo per descrivere e spiegare l&rsquo;espressione della soggettivit&agrave;, quanto piuttosto i presupposti che rendono possibile la soggettivit&agrave; e ancor prima il concetto stesso di soggettivit&agrave;. Soggettivo pu&ograve; essere solo un ente il cui comportamento non sia predeterminato dalle strutture che lo compongono. Perch&eacute; si possa parlare di soggettivit&agrave; l&rsquo;individuo dev&rsquo;essere titolare dei propri strumenti, qualsiasi componente innata o acquisita nel corso della propria esistenza dev&rsquo;essere uno strumento e non un automatismo.<br />Essere soggettivi significa poter utilizzare le proprie dotazioni come si usa una mappa di una citt&agrave; per realizzare in modo corretto la singolarit&agrave; del proprio itinerario.<br /><br />Ma allora, non volendo ricadere nell&rsquo;infinita regressione dell&rsquo;homunculus o ricorrere ad altre forme di pseudo-spiegazioni che, a ben vedere, altro non sono che sottili sotterfugi tautologici o petitio principii, occorre tornare a riflettere sulla soggettivit&agrave;, ammettendo che le espressioni predicative dell&rsquo;essere animale mi mostrano un modo di declinare la soggettivit&agrave;, un come-espressivo di questa, ma non risolvono interamente la questione. Ogni animale - ed &egrave; ovvio che sottintendo l&rsquo;essere umano, ma altres&igrave; le diverse scansioni dell&rsquo;identit&agrave; tassonomica che non si ferma all&rsquo;individualit&agrave; ma alla momentaneit&agrave; della condizione vissuta - si esprime utilizzando, in modo libero, creativo, cooptativo e chi pi&ugrave; ne ha pi&ugrave; ne metta, le dotazioni che si ritrova: endocrine, cognitive, metaboliche, motorie, sensoriali. Ed &egrave; ovvio che modificando dette dotazioni l&rsquo;espressione soggettiva risulter&agrave; modificata. Tuttavia il motore della soggettivit&agrave; sta nell&rsquo;utilizzare dette dotazioni in modo libero e creativo, non aderendo pienamente ai suoi dettati performativi. La soggettivit&agrave; sta pi&ugrave; nel desiderio che espone il soggetto al mondo e lo porta a immergersi in una costante condizione di problematicit&agrave;.<br /><br />Desiderare significa infatti avere/porsi dei problemi. La vita di ogni essere vivente &egrave; in una continua condizione di scacco, ove con tale termine si debba intendere sia la necessit&agrave;/opportunit&agrave; di raggiungere un target non disponibile sia evitare un rischio immediato o uscire da una situazione di criticit&agrave;. La parola<br />&ldquo;scacco&rdquo; implica cio&egrave; una condizione di problematicit&agrave;, vale a dire l&rsquo;essere inserito nel qui-e-ora come dimensionato in un problema. Lo stato di problematicit&agrave; &egrave; perci&ograve; la condizione stessa dell&rsquo;essere animale, che attraverso il suo comportamento, ossia il suo agire nel/sul mondo, esprime inevitabilmente una connotazione desiderante, una vitalit&agrave; libidica. Soffermarsi sulle modalit&agrave; di espressione di questo stato di languore permanente &egrave; senz&rsquo;altro utile per carpire il profilo di chi abbiamo di fronte ma non per comprendere fino in fondo il suo stato. Questo sembra pi&ugrave; un portato emergenziale ovvero sistemico, che pertanto trascende la singola dotazione, piuttosto che l&rsquo;effetto sommatorio di queste. Forse proprio per questo l&rsquo;essere-animale si caratterizza etimologicamente come colui che trascende il suo essere fenomenico.<br /><br />D&rsquo;altro canto la soggettivit&agrave; richiede sempre un&rsquo;intersezione epifanica con il mondo, se consideriamo il semplice principio di singolarit&agrave; del reale, espresso da Ilya Prigogine(10) in aperta opposizione all&rsquo;immagine deterministica, vecchio retaggio del demone di Pierre-Simon Laplace. Desiderare pertanto significa costruire un dialogo singolare con la realt&agrave;, facendo emergere un piano negoziale - un range di possibilit&agrave; nel campo virtuale - con essa e non semplicemente adattarsi a condizioni prefissate. Il comportamento non va pertanto interpretato come consumazione di una pulsione o come reazione a uno stimolo, bens&igrave; come espressione di permanere nel desiderio scalando sempre nuovi piani di realt&agrave;. Se il mondo si presenta al soggetto in modo singolare, &egrave; evidente che, seppur riconducibile a somiglianze, ogni scacco presenta connotati di novit&agrave;, per cui il soggetto se vuole dar corso ai propri desideri deve giocoforza essere creativo: visionario e cooptativo rispetto alle dotazioni possedute.<br /><br />Torniamo a vecchi paradossi, che Cartesio ha semplicemente dribblato con eleganza nel suo dualismo, trasformando il vivente in carne putrefatta. Ci&ograve; che ci rende soggettivi, vitali perch&eacute; desideranti, emergenti perch&eacute; non sussumibili, infedeli a noi stessi, sempre pronti all&rsquo;infrazione e all&rsquo;emancipazione dei vincoli costitutivi per paradosso non ci appartiene. Non scegliamo i nostri desideri, le emozioni che percorrono i nostri sogni, i languori che agitano la nostra immaginazione, i sentimenti che si prendono gioco della nostra razionalit&agrave;, le motivazioni che ci coniugano e ci orientano verso il mondo. Tutto ci&ograve; che possiamo fare &egrave; dar loro una qualche figurazione fittizia, ben sapendo che non &egrave; la pallina che muove il predatorio del nostro gatto: la stessa cosa vale per le mille scuse che ci diamo per spiegare l&rsquo;incontenibile voglia che ci fa dipanare la vita come una matassa, per poi arrivare in fondo e rimpiangere quel languore ignorante che ci faceva rimaner stupiti da bambini.<br />C&rsquo;&egrave; pi&ugrave; soggettivit&agrave; nel sogno e nell&rsquo;allucinazione che nel logico raziocinio con cui riponiamo i desideri nel cassetto dei pensieri e delle rappresentazioni.<br />Ecco allora che per comprendere la nostra soggettivit&agrave; dobbiamo tornare al desiderio che anima, abbandonando la pretesa di essere al timone di questa vita che ci possiede.<br /><br /><br /><strong>Note:</strong><br />1. Jakob von Uexk&uuml;ll, Ambienti animali e ambienti umani. Una passeggiata in mondi sconosciuti e invisibili, trad. it. di M. Mazzeo, Quodlibet, Macerata 2010.<br />2. Nikolaas Tinbergen, Il comportamento sociale degli animali, Einaudi, Torino, 1963.<br />3. Cfr. Roberto Marchesini, Fondamenti di zooantropologia. La zooantropologia teorica, Apeiron, Bologna, 2014 ed Epifania animale. L&rsquo;oltreuomo come rivelazione, Mimesis, Milano-Udine 2014. Qui ho mostrato come l&rsquo;incontro con l&rsquo;animale non umano stia alla base della nostra dimensione culturale.<br />4. Konrad Lorenz, L&rsquo;aggressivit&agrave;, Mondadori, Milano, 1986.<br />5. B. F. Skinner, Verbal behaviour, Appleton-Century-Crofts, New York, 1957.<br />6. Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica. Mondo &ndash; finitezza - solitudine, Il Melangolo, Genova, 1999.<br />7. Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino, 1970.<br />8. Cfr. Roberto Marchesini, Alla fonte di Epimeteo, &ldquo;Aut Aut. La condizione postumana&rdquo;, 361, 2014, pp. 34-51.<br />9. Charles Darwin, L&rsquo;origine delle specie. Selezione naturale e lotta per l&rsquo;esistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1967 e L&rsquo;origine dell&rsquo;uomo, Rizzoli, Milano, 1982.<br />10. Ilya Prigogine, Le leggi del caos, Laterza, Roma-Bari, 1993.<br /><br /><em>Roberto Marchesini (bologna, 1959) &egrave; filosofo, etologo e zooantropologo. da oltre vent&rsquo;anni conduce una<br />ricerca interdisciplinare volta a ridefinire il ruolo degli animali non umani nella nostra societ&agrave;. Direttore del centro studi filosofia Postumanista e della scuola di interazione Uomo-animale (siua), &egrave; autore di oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo della bioetica animale, delle scienze cognitive e della filosofia post-human. Tiene conferenze in tutto il mondo (stati Uniti, germania, lituania, regno Unito, grecia, india, corea) nelle quali affronta il tema del rapporto uomo-animale (zooantropologia). tra gli ultimi lavori: Contro i diritti degli animali? Proposta per un antispecismo postumanista (sonda, 2014), Epifania Animale. L&rsquo;oltreuomo come rivelazione (mimesis, 2014), Cos&igrave; parl&ograve; il postumano (con leonardo caffo) (novalogos ,2014), Fondamenti di zooantropologia (apeiron, 2014), Il dio Pan. Racconti lirici (graphe.it, 2015) e l&rsquo;autobiografia Ricordi di animali (mursia, 2013). &Egrave; inoltre direttore della rivista &ldquo;animal studies. rivista italiana di antispecismo&rdquo; (novalogos).</em><br /><br />Articolo tratto da: "Animot &ndash; l&rsquo;altra filosofia", anno III, numero 1, giugno 2016</font><br /><br /><br /></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Materialismo dialettico e psicoanalisi (1929)*]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/materialismo-dialettico-e-psicoanalisi-1929]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/materialismo-dialettico-e-psicoanalisi-1929#comments]]></comments><pubDate>Sun, 23 Feb 2020 11:11:14 GMT</pubDate><category><![CDATA[Materialismo dialettico]]></category><category><![CDATA[Psicoanalisi]]></category><category><![CDATA[Wilhelm Reich]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/materialismo-dialettico-e-psicoanalisi-1929</guid><description><![CDATA[di Wilhelm ReichPREFAZIONEEsiste un qualche legame fra la psicoanalisi di Freud e il materialismo dialettico di Marx ed Engels? Rispondere a questa domanda, scoprire questi legami, se essi esistono, &egrave; lo scopo che ci proponiamo. La nostra risposta ci autorizzer&agrave; anche a dire se si possa aprire una discussione sui rapporti della psicoanalisi con la rivoluzione proletaria e la lotta di classe.Non appena si abbandona il terreno peculiare della psicoanalisi e specialmente quando si ten [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<div class="paragraph"><font size="3">di <strong>Wilhelm Reich</strong><br /><br /><br /></font><ol><li><font size="3"><strong>PREFAZIONE</strong></font></li></ol><font size="3"><br />Esiste un qualche legame fra la psicoanalisi di Freud e il materialismo dialettico di Marx ed Engels? Rispondere a questa domanda, scoprire questi legami, se essi esistono, &egrave; lo scopo che ci proponiamo. La nostra risposta ci autorizzer&agrave; anche a dire se si possa aprire una discussione sui rapporti della psicoanalisi con la rivoluzione proletaria e la lotta di classe.<br />Non appena si abbandona il terreno peculiare della psicoanalisi e specialmente quando si tenta di applicarla ai problemi sociali, la si trasforma immediatamente in una Weltanschauung, una concezione del mondo, una specie di filosofia; essa prende allora la forma di sistema psicologico, di sistema che, contrariamente al marxismo, preconizza il regno della ragione e pretende di migliorare il divenire sociale per mezzo di una regolamentazione tesa al controllo cosciente degli istinti. Questo razionalismo utopistico - che tradisce d&rsquo;altronde una concezione individualistica del fenomeno sociale - non &egrave; n&eacute; originale n&eacute; rivoluzionario ed esula dalla competenza della psicoanalisi. Quest&rsquo;ultima, secondo la definizione del suo stesso fondatore, &egrave; soltanto un metodo psicologico che, servendosi di procedimenti scientifici, cerca di descrivere e spiegare la vita psichica intesa come un dominio particolare della natura. Poich&eacute; non &egrave; un sistema filosofico, poich&eacute; non &egrave; nemmeno capace di generarne uno, la psicoanalisi non potrebbe n&eacute; sostituire n&eacute; completare la concezione materialistica della storia. Scienza naturale, essa non ha niente in comune con le concezioni storiche di Marx.<br /><br />Il vero oggetto della psicoanalisi, tuttavia, &egrave; la vita psichica dell&rsquo;uomo divenuto essere sociale. Essa non si occupa della psicologia delle masse se non in quanto vi appaiono fenomeni individuali (problema del capo, per esempio) e in quanto, grazie alle sue esperienze sull&rsquo;individuo, essa pu&ograve; spiegare le manifestazioni &ldquo;dell&rsquo;anima delle masse&rdquo; quali la paura, il panico, l&rsquo;obbedienza, ecc.<br />Ma il fenomeno della coscienza di classe sembra esserle appena accessibile, e problemi come il movimento di massa, la politica, lo sciopero, che sono di competenza della sociologia, sfuggono al metodo psicoanalitico. Esso non pu&ograve; quindi sostituirsi alla sociologia, n&eacute; trarre da s&eacute; una dottrina sociologica. Tuttavia, rispetto alla sociologia, pu&ograve; esercitare la parte di scienza ausiliaria, sotto forma di psicologia sociale, per esempio.<br />La psicoanalisi pu&ograve; scoprire le cause irrazionali che spingono una natura di capo[1] ad accostarsi al socialismo piuttosto che al nazionalismo, e viceversa; essa pu&ograve; anche distinguere l&rsquo;influenza delle ideologie sociali sullo sviluppo psichico dell&rsquo;individuo. Le critiche marxiste hanno dunque ragione quando rimproverano a molti psicoanalisti di voler spiegare quello che, con il loro metodo, non &egrave; spiegabile; ma hanno torto quando identificano il metodo con coloro che lo applicano e quando gli fanno carico degli errori commessi da questi ultimi.</font><br /></div>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <div class="paragraph">Bisogna fare una distinzione necessaria - ma non sempre chiara nella letteratura marxista - fra il marxismo-sociologia, dunque scienza, e il marxismo considerato come metodo e sistema filosofico[2].<br />La sociologia marxista &egrave; il risultato dell&rsquo;applicazione del metodo marxista alla vita sociale. In quanto scienza, la psicoanalisi &egrave; l&rsquo;equivalente della sociologia marxista: l&rsquo;una tratta dei fenomeni psichici, l&rsquo;altra dei fenomeni sociali, e, se accade loro di assistersi mutualmente, &egrave; soltanto in quanto il fatto sociale deve essere esplorato nello psichismo individuale, e viceversa. Il marxismo non potrebbe mai spiegare, infatti, una nevrosi, uno scompiglio dell&rsquo;attitudine al lavoro, o un impulso della sessualit&agrave;. Ma le cose sono diverse se si tratta del materialismo dialettico. Il confronto dei due metodi &egrave; possibile e le alternative sono due: o la psicoanalisi si propone come metodo alternativo al marxismo - essa sarebbe in tal caso idealistica ed antidialettica - oppure, nel suo campo particolare, la psicoanalisi ha effettivamente scoperto il materialismo dialettico e sviluppato delle teorie corrispondenti: inconsapevolmente, d&rsquo;altronde, come tante altre scienze naturali.<br />Dal punto di vista metodologico la psicoanalisi non pu&ograve; opporsi al marxismo o inquadrarsi in esso. Nel primo caso, ossia se le conclusioni della psicoanalisi non sono dialettiche o materialistiche, il marxismo deve respingere questa dottrina; ma, nel secondo caso, esso sa di trovarsi di fronte ad una scienza che non &egrave; in contraddizione con il socialismo.<br />Due obiezioni sono state fatte dai marxisti alla psicoanalisi in quanto disciplina che si pretende collegata al socialismo.<br />&nbsp;<br />&nbsp;<br /><strong>1. Essa sarebbe un fenomeno di decomposizione della borghesia decadente.</strong><br />&nbsp;<br />Questa obiezione tradisce un&rsquo;insufficiente comprensione dell&rsquo;origine dialettica della psicoanalisi. La dottrina sociale marxista non &egrave; stata anch&rsquo;essa un &ldquo;fenomeno di decomposizione&rdquo; della borghesia? Essa &egrave; stata &ldquo;fenomeno di decomposizione&rdquo; in quanto non avrebbe mai potuto sorgere senza la contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione del capitalismo; ma essa &egrave; anche stata il riconoscimento e, nello stesso tempo, il germe ideologico del nuovo ordine economico che si sviluppava in seno all&rsquo;antico.<br />Noi torneremo pi&ugrave; tardi sul punto di vista sociologico della psicoanalisi; per il momento faremo appello al marxista Wittfogel[3], che discute quest&rsquo;obiezione meglio di quanto avremmo potuto fare noi.<br />&nbsp;<br />&laquo;Alcuni critici marxisti - gli iconoclasti - non provano alcun imbarazzo nel giudicare la scienza attuale. Con voci e gesti taglienti essi affermano: scienza borghese! E per loro queste due parole risolvono tutta la questione.<br />Un tale metodo (se cos&igrave; lo si pu&ograve; chiamare) lavora con lo strumento dei barbari. Di Marx e del suo pensiero dialettico esso non ha preso, ahim&eacute;, che il nome. Il dialettico sa che la cultura non &egrave; un tutto uniforme. Esso sa che ogni ordine sociale ha le proprie contraddizioni e che nel suo seno crescono i germi delle nuove epoche sociali. Di conseguenza il dialettico non considera come valori inferiori e inutilizzabili nella futura societ&agrave; quel che le mani borghesi hanno creato all&rsquo;epoca della borghesia&raquo;.<br />&nbsp;<br />&nbsp;<br /><strong>2. Essa sarebbe una scienza idealista.</strong><br />&nbsp;<br />Una conoscenza un po&rsquo; pi&ugrave; estesa avrebbe risparmiato ai critici questo giudizio; con un po&rsquo; di obiettivit&agrave; essi non avrebbero dimenticato che, nella societ&agrave; borghese, ogni scienza d&agrave; luogo, e deve darlo, a deformazioni idealistiche. Nella formazione della teoria, non appena ci si allontana necessariamente, per quanto poco, dall&rsquo;empirismo, si concepisce una deviazione idealistica senza che per questo la reale natura della scienza possa essere pregiudicata. Jurinetz si &egrave; dato molto da fare per cercare di sottolineare proprio le deformazioni idealistiche della psicoanalisi. Certo ve ne sono, e anche numerose; ma non sta qui la questione; in realt&agrave; sono in causa gli elementi della teoria, le concezioni fondamentali dei fenomeni psichici.<br />Molto spesso la psicoanalisi si trova evocata nella discussione delle correnti politiche riformiste. Si trae argomento dal fatto che la filosofia riformista si rimette volentieri al giudizio della psicoanalisi: de Man, per esempio, si &egrave; servito in modo reazionario della psicoanalisi contro il marxismo. Ora io affermo - e posso riferirmi qui a dei marxisti di sinistra - che si pu&ograve;, quando si vuole, servirsi del &ldquo;marxismo&rdquo; contro il marxismo in modo altrettanto reazionario. Ma un critico che conoscesse realmente la psicoanalisi non avrebbe mai avuto l&rsquo;idea di stabilire un legame qualsiasi fra la &ldquo;psicoanalisi&rdquo; di de Man e la psicoanalisi di Freud. Ci si domanda che cosa il socialismo sentimentale di de Man possa avere in comune con la teoria della libido, anche quando egli invoca la psicoanalisi che non ha mai compreso. Nell&rsquo;ultimo capitolo cercher&ograve; di dimostrare che, nelle mani dei riformisti, la psicoanalisi ha sub&igrave;to la stessa sorte del marxismo ortodosso: avvilimento e liquefazione.<br />Noi studieremo nell&rsquo;ordine:<br />&nbsp;<br />&#447; La base materialistica della teoria psicoanalitica.<br />&#447; La dialettica nella vita mentale.<br />&#447; La posizione sociologica della psicoanalisi.<br />&nbsp;<br />&nbsp;<br /><strong>II. LE NOZIONI MATERIALISTE DELLA PSICOANALISI E QUALCHE DEFORMAZIONE IDEALISTICA.</strong><br />&nbsp;<br />Prima di mostrare quale grande progresso la psicoanalisi rappresenti in senso materialistico, nei confronti della psicologia, soprattutto idealistica e formalistica, che l&rsquo;ha preceduta, conviene mettere da parte, una volta per tutte, una concezione &ldquo;materialistica&rdquo; erronea della vita psichica, concezione ancora molto diffusa perfino negli ambienti marxisti.<br />Essa &egrave; il materialismo meccanicistico, quale fu patrocinato dai materialisti francesi del XVIII secolo e quale sopravvive nella concezione volgare del materialismo[4]. Secondo questa concezione i processi psichici non hanno alcuna realt&agrave; in se stessi; il materialista conseguente non deve trovare nel mondo materiale che fenomeni esclusivamente fisici. Per alcuni materialisti la sola nozione di &ldquo;spirito&rdquo; appare come un errore idealistico, il che &egrave;, certamente, una reazione estrema contro idealismo platonico.<br />Non &egrave; lo spirito ad essere reale e materiale - affermano essi - ma i dati fisici che gli corrispondono, vale a dire i dati non soggettivi, ma obiettivi, misurabili e ponderabili.<br />L&rsquo;errore meccanicistico sta nel fatto di identificare con la materia ci&ograve; che &egrave; misurabile e ponderabile, ossia tangibile.<br />&nbsp;<br />&laquo;Il grande difetto di tutto il materialismo passato (compreso quello di Feurbach), &egrave; che la cosa concreta, il reale, il sensibile non &egrave; altro che la forma dell&rsquo;oggetto o dell&rsquo;intuizione, non come attivit&agrave; umana sensibile, come pratica; non soggettivamente. Ecco perch&eacute; il lato attivo si trova sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall&rsquo;idealismo: quest&rsquo;ultimo ignora naturalmente la reale attivit&agrave; sensibile come tale. Feurbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del pensiero: ma egli non concepisce l&rsquo;attivit&agrave; umana stessa come attivit&agrave; oggettiva&raquo;[5].<br />&nbsp;<br />Per Marx, la questione dell&rsquo;obiettivit&agrave; dunque della realt&agrave; materiale dell&rsquo;attivit&agrave; psichica (&ldquo;del pensiero umano&rdquo;), &egrave; una questione puramente scolastica quando la si isoli dalla pratica.<br />&nbsp;<br />&laquo;La dottrina materialistica della trasformazione indotta dall&rsquo;ambiente e dall&rsquo;educazione dimentica che l&rsquo;ambiente &egrave; trasformato dagli uomini e che l&rsquo;educatore deve essere lui stesso educato&raquo;[6].<br />&nbsp;<br />In nessun luogo Marx parla di negare la realt&agrave; materiale dell&rsquo;attivit&agrave; mentale. Se si riconoscono come praticamente materiali i fenomeni della psicologia umana, si &egrave; per&ograve; obbligati ad ammettere ipso-facto la possibilit&agrave; teorica di una psicologia materialistica, anche se essa non spiega quest&rsquo;attivit&agrave; mentale per mezzo dei processi organici. Non ammettere questo punto di vista significa interdirsi di discutere marxisticamente un metodo puramente psicologico. Ma per essere logici, non si dovr&agrave; pi&ugrave; parlare di coscienza di classe, di volont&agrave; rivoluzionaria, di ideologia religiosa, ecc.; ci si contenter&agrave; semplicemente di attendere che la chimica abbia fissato in formule tutti i fenomeni psicologici corrispondenti, o che la reflessologia abbia scoperto i riflessi in questione.<br />Una psicologia di questo genere, dovendo restare necessariamente fissata entro un formalismo causale, senza dare accesso al contenuto pratico delle idee e dei sentimenti, non giunger&agrave; affatto ad una migliore comprensione del piacere, della sofferenza o della coscienza di classe. Queste considerazioni risolvono la questione: nel sistema del marxismo appare indispensabile una psicologia che analizzi i fenomeni psichici per mezzo di un metodo psicologico e non organico.<br />Certamente non baster&agrave; per qualificare come materialista una psicologia, che essa si occupi dei dati materiali della vita mentale. Bisogner&agrave; soprattutto che essa ci dica chiaramente se considera l&rsquo;attivit&agrave; psichica come un dato metafisico, ossia al di l&agrave; della vita organica, o come una funzione secondaria che si innesta sull&rsquo;organismo fisico ed &egrave; legata alla sua esistenza. Secondo Engels, nell&rsquo;opera gi&agrave; citata, l&rsquo;idealismo e il materialismo si distinguono essenzialmente l&rsquo;uno dall&rsquo;altro, in quanto il primo d&agrave; la precedenza allo &ldquo;spirito&rdquo;, il secondo alla materia (organica), alla natura; ed Engels sottolinea che non usa queste due nozioni in un altro senso.<br />In Materialismo ed empiriocriticismo[7] Lenin ha preso come oggetto dei suoi studi critici una seconda differenza: l&rsquo;attitudine osservata nei confronti della teoria della conoscenza. E&rsquo; reale il mondo? Esiste esso al di fuori e indipendentemente dal nostro pensiero (materialismo), o non esiste che nel nostro spirito, come rappresentazione, sensazione e percezione (idealismo)?<br />Una terza differenza, legata alle precedenti, sta in questa domanda: &egrave; l&rsquo;organico che edifica il mentale? O viceversa?<br />Tutte queste domande si pongono alla psicoanalisi. Invece di dar loro una risposta generica, cominceremo con l&rsquo;esporre le teorie fondamentali della psicoanalisi. Non cercheremo di dimostrarle, perch&eacute; un impegno di questo genere supererebbe il programma di questo lavoro e sarebbe d&rsquo;altronde sterile. Il lettore trover&agrave; delle prove nella propria personale esperienza empirica.<br />&nbsp;<br /><strong>1. La dottrina psicoanalitica degli istinti.</strong><br />La teoria degli istinti costituisce l&rsquo;ossatura delle dottrine psicoanalitiche; l&rsquo;elemento pi&ugrave; solido di essa &egrave; la teoria della libido, della dinamica della vita sessuale. L&rsquo;istinto &egrave; una &ldquo;nozione limite fra lo psichico e il somatico&rdquo;. Freud[8], per libido, intende l&rsquo;energia dell&rsquo;istinto sessuale. Secondo lui la sorgente della libido &egrave; un processo mal conosciuto che si svolge nell&rsquo;organismo, particolarmente nell&rsquo;apparato sessuale e nelle zone dette &ldquo;erogene&rdquo;, ossia nelle parti dell&rsquo;organismo maggiormente sensibili all&rsquo;eccitazione sessuale e dove questa si concentra. Su queste basi si edifica la possente superstruttura delle funzioni psichiche della libido: questa struttura resta legata alla base, si modifica con essa, sia quantitativamente che qualitativamente - nella pubert&agrave;, per esempio- e comincia ad estendersi con essa, come dopo la menopausa. La libido si riflette nella coscienza come una tendenza fisica e psichica alla soddisfazione sessuale.<br />Freud ha espresso la speranza di vedere un giorno la psicoanalisi sistemata su di un fondamento organico; e l&rsquo;idea del chimismo sessuale rappresenta, a titolo di nozione ausiliaria, una parte importante della sua teoria della libido. Comunque sia, la psicoanalisi non pu&ograve; abbordare metodicamente i fenomeni organici concreti: questo studio rimane riservato alla fisiologia.<br />La natura materiale della nozione di libido elaborata da Freud appare molto bene dal fatto che la sua teoria della sessualit&agrave; infantile &egrave; stata, dopo di allora, completamente confermata dai fisiologi, che hanno scoperto dei processi evolutivi perfino nell&rsquo;apparato sessuale dei neonati.<br />Freud ha fatto tabula rasa della concezione secondo la quale l&rsquo;istinto sessuale non si sveglia che alla pubert&agrave;; egli ha mostrato che fin dalla nascita la libido passava per determinate tappe di sviluppo prima di raggiungere lo stadio della sessualit&agrave; genitale. Egli ci ha dato una nozione di sessualit&agrave; comprendente tutte le funzioni del piacere che non sono legate alla sfera genitale, ma che sono innegabilmente di natura sessuale, come le tendenze erotiche orali, anali, ecc. Le forme infantili &ldquo;pregenitali&rdquo; vengono pi&ugrave; tardi subordinate alla preponderanza del genitale, alla supremazia dell&rsquo;apparato sessuale propriamente detto.<br /><br />Ciascuna delle fasi di sviluppo della libido - e torneremo pi&ugrave; avanti sul carattere dialettico di questo sviluppo -&nbsp; caratterizzata dalle condizioni di vita del bambino; cos&igrave; la fase orale ha origine con l&rsquo;ingestione del nutrimento, la fase anale con l&rsquo;insegnamento della pulizia.<br />La scienza, imbevuta di morale borghese, ha puramente e semplicemente trascurato questi fatti, confermando la concezione popolare della &ldquo;pulizia&rdquo; del bambino. La rimozione sessuale di origine sociale era ormai divenuta un ostacolo all&rsquo;indagine scientifica.<br />Fra gli istinti, Freud distingue due gruppi principali, psicologicamente indivisibili: l&rsquo;istinto di conservazione e l&rsquo;istinto sessuale, conformandosi cos&igrave; alla distinzione popolare tra fame e amore. Tutti gli altri istinti - volont&agrave; di potenza, ambizione, avidit&agrave; di guadagno, ecc. - non sono, per Freud, che formazioni secondarie, derivate da questi due bisogni fondamentali. Freud scrisse in qualche luogo che l&rsquo;istinto sessuale sembrava fondato soltanto sull&rsquo;istinto di nutrizione; questa frase rivestirebbe la massima importanza per la psicologia sociale, se si arrivasse a trovare in essa una corrispondenza con quella tesi analoga di Marx secondo la quale nella vita sociale il bisogno di nutrimento &egrave; anche la base delle funzioni genitali della societ&agrave;.<br />Pi&ugrave; tardi Freud ha contrapposto l&rsquo;istinto sessuale all&rsquo;istinto di distruzione e collegato l&rsquo;istinto di nutrizione all&rsquo;eros, in quanto funzione d&rsquo;amore dell&rsquo;io (narcisismo di conservazione dell&rsquo;io)[9].<br />I rapporti fra la nuova teoria degli istinti e l&rsquo;antica non sono ancora chiaramente determinati. Le nuove nozioni della teoria degli istinti: istinto dell&rsquo;eros e istinto di morte (istinto sessuale e istinto di distruzione), sono stati definiti come le due funzioni fondamentali della sostanza organica: assimilazione (costruzione) e disassimilazione (distruzione); l&rsquo;eros raccoglie tutte le tendenze dell&rsquo;organismo psichico che costruiscono, riuniscono, stimolano; l&rsquo;istinto di distruzione raccoglie al contrario le tendenze che distruggono, disperdono, riportano allo stato originario. Lo sviluppo psichico risulterebbe cos&igrave; da una lotta fra queste due tendenze antagonistiche; ecco una concezione essenzialmente dialettica dello sviluppo.<br />Ma la difficolt&agrave; non &egrave; qui. Mentre la base fisica dell&rsquo;istinto sessuale e dell&rsquo;istinto di nutrizione &egrave; evidente, manca alla nozione di istinto di morte un fondamento materiale altrettanto chiaro: il richiamo al processo organico della disassimilazione rappresenta in questo caso pi&ugrave; un&rsquo;analogia formale che un&rsquo;affinit&agrave; di contenuto effettivo.<br /><br />L&rsquo;&ldquo;istinto di morte&rdquo; &egrave; materialistico soltanto se un reale rapporto lo ricongiunge ai processi di autodistruzione nell&rsquo;organismo. Ma non si potrebbe negare che il suo contenuto impreciso e l&rsquo;impossibilit&agrave; di considerarlo da questo punto di vista - come si fa per la libido, per esempio - ne fanno facilmente il rifugio di speculazioni idealistiche e metafisiche sulla vita psichica. Esso ha gi&agrave; suscitato nella psicologia pi&ugrave; di un malinteso, portato a delle teorie finalistiche e a delle esagerazioni delle funzioni morali, cosa che noi consideriamo come una deviazione idealistica della psicoanalisi.<br />Secondo lo stesso Freud, l&rsquo;&ldquo;istinto di morte&rdquo; &egrave; un&rsquo;ipotesi extraclinica, ma non &egrave; per caso che ci si destreggia cos&igrave; facilmente con esso e che esso ha aperto, in psicoanalisi, la porta a speculazioni inutili. Per reagire alla corrente idealistica che si &egrave; sviluppata nella psicoanalisi con la nuova ipotesi degli istinti, l&rsquo;autore di queste righe ha tentato di concepire l&rsquo;istinto di distruzione come dipendente dalla libido, di sistemarlo dunque entro<br />la teoria materialistica della libido.<br />Questo tentativo poggia sull&rsquo;osservazione clinica; ci si convince che le disposizioni ostili di un individuo e i suoi sentimenti di colpevolezza dipendono, almeno per quanto riguarda la loro intensit&agrave;, dallo stato della libido; l&rsquo;insoddisfazione sessuale aumenta l&rsquo;aggressivit&agrave;, la soddisfazione la diminuisce.<br />Secondo questa concezione l&rsquo;istinto di distruzione &egrave; psicologicamente una reazione alla mancanza di soddisfazione sessuale, e la sua base materiale &egrave; lo spostamento dell&rsquo;eccitazione libidinale convogliata verso il sistema muscolare.<br />Ma &egrave; innegabile che l&rsquo;istinto aggressivo &egrave; anche uno strumento dell&rsquo;istinto di nutrizione e che esso si rinforza particolarmente quando il bisogno di nutrimento non &egrave; abbastanza soddisfatto.<br />A mio parere l&rsquo;istinto di distruzione &egrave; una formazione secondaria e tardiva dell&rsquo;organismo, determinata dalle condizioni in cui l'istinto di nutrizione e la sessualit&agrave; sono soddisfatti.<br /><br />Regolatore della vita istintiva &egrave; il &ldquo;principio piacere-dispiacere&rdquo;. L&rsquo;istinto ricerca il piacere e tende ad evitare il dispiacere. La tensione sgradevole del desiderio non pu&ograve; essere soppressa che per mezzo della soddisfazione del bisogno che ne &egrave; la causa. Lo scopo dell&rsquo;istinto &egrave; dunque di sopprimere la tensione sopprimendo l&rsquo;eccitazione che origina l&rsquo;istinto. Questa soddisfazione procura piacere. Un&rsquo;eccitazione fisica nella zona genitale, per esempio, provoca un&rsquo;eccitazione che genera, a sua volta, un bisogno (un istinto) di sopprimere la tensione creatasi. Un&rsquo;eccitazione fisica degli organi della nutrizione genera la fame e spinge all&rsquo;ingestione di nutrimento. Questa considerazione causale comporta la considerazione finale, lo scopo a cui tende l&rsquo;istinto essendo determinato dalla fonte dell&rsquo;eccitazione. Qui, la psicoanalisi, si oppone completamente alla psicologia individuale di Alfred Adler, a orientamento esclusivamente finalistico.<br />Tutto ci&ograve; che provoca il piacere attira, tutto ci&ograve; che provoca il dispiacere respinge: cos&igrave; il principio del piacere determina il movimento, la trasformazione dello stato di cose esistente. La fonte di questa funzione &egrave; l&rsquo;apparato organico degli istinti, in particolare il chimismo sessuale. Soddisfatto il bisogno, sopravviene un periodo di riposo alla fine del quale l&rsquo;apparato degli istinti si tende di nuovo. Alla base di questa tensione noi troveremo dei fenomeni di assimilazione e disassimilazione.<br />Ma il modo del funzionamento dei due bisogni umani fondamentali assume la sua forma precisa soltanto nell&rsquo;esistenza sociale dell&rsquo;individuo: quest&rsquo;ultima, in effetti, limita la soddisfazione degli istinti. Nell&rsquo;enunciare il &ldquo;principio di realt&agrave;&rdquo;, Freud ha raccolto in esso tutte le limitazioni e tutti i contrasti sociali che tendono a limitare i bisogni o a ritardarne la soddisfazione. Questo &ldquo;principio di realt&agrave;&rdquo; si oppone dunque in parte al principio di piacere, nella misura in cui esso interdice completamente certe soddisfazioni; ma esso lo modifica anche, in quanto costringe l&rsquo;individuo a ricercare delle soddisfazioni di compenso o a ritardare determinate soddisfazioni.<br />Il lattante, per esempio, non deve succhiare il suo nutrimento che ad ore stabilite; la ragazza pubere, nell&rsquo;attuale societ&agrave;, non pu&ograve; soddisfare immediatamente i suoi bisogni sessuali naturali. Gli interessi economici (il borghese direbbe &ldquo;interessi culturali&rdquo;) la costringono a conservare la propria verginit&agrave; fino al matrimonio, sotto pena di incorrere nel pubblico disprezzo o a rischio di non trovare marito.<br />Il divieto della soddisfazione diretta dell&rsquo;erotismo anale, come lo pratica il bambino, &egrave; ugualmente la conseguenza del principio di realt&agrave;.<br /><br />Ma la definizione del principio di realt&agrave; come esigenza della societ&agrave; resta formale se non si mette in chiaro che il principio della realt&agrave;, sotto la forma che esso riveste per noi, &egrave; il principio della societ&agrave; attuale. Sono numerose le deviazioni della psicoanalisi per quanto riguarda il modo di concepire il principio di realt&agrave;. E cos&igrave; esso &egrave; spesso presentato come un dato assoluto. Per adattamento alla realt&agrave; si intende semplicemente l&rsquo;adattamento alla societ&agrave;, il che in pedagogia e nella terapeutica delle nevrosi costituisce innegabilmente una formulazione reazionaria. Concretamente: il principio di realt&agrave; nell&rsquo;epoca capitalistica impone al proletario una limitazione estrema dei suoi bisogni, non senza invocare a questo scopo gli obblighi religiosi di umilt&agrave; e modestia. Esso impone anche la forma sessuale monogamica e ben altre cose ancora. Il tutto &egrave; basato sulle condizioni economiche; la classe dominante possiede un principio di realt&agrave; che serve alla conservazione del suo dominio.<br />Inculcare questo principio al proletario, farglielo ammettere come assolutamente valido in nome della cultura, equivale a fargli sottoscrivere il proprio sfruttamento, a fargli accettare la societ&agrave; capitalista. Bisogna vedere chiaramente che il principio di realt&agrave;, quale &egrave; concepito oggigiorno da numerosi psicoanalisti, corrisponde ad un&rsquo;attitudine conservatrice (bench&eacute; inconscia, forse) e si trova cos&igrave; in contraddizione con il carattere obiettivamente rivoluzionario della psicoanalisi. Il principio di realt&agrave; aveva in origine un altro contenuto, esso si modificher&agrave; nella misura in cui si modificher&agrave; l&rsquo;ordine sociale.<br /><br />Naturalmente anche il contenuto concreto del principio di piacere non &egrave; assoluto e cambia con il modo di vita sociale. In un&rsquo;epoca cui si consacra una grande attenzione alla pulizia, la soddisfazione anale, per fare esempio un esempio, sar&agrave; pi&ugrave; debole, la tendenza a questa soddisfazione pi&ugrave; forte che in una societ&agrave; primitiva; questa differenza si esprime anche qualitativamente nella formazione di determinati tratti del carattere. Che si pensi soltanto all&rsquo;estetismo edificato sull&rsquo;erotismo anale ed al diverso significato che esso possiede nella societ&agrave; borghese, nella societ&agrave; primitiva o nel medioevo. Alcuni aspetti della tendenza al piacere sono condannati pi&ugrave; energicamente, altri pi&ugrave; debolmente; questo dipende naturalmente dalla classe a cui appartiene il bambino. Cos&igrave; le tendenze anali sembrano molto pi&ugrave; pronunziate nella borghesia che nel proletariato, mentre, al contrario, gli impulsi genitali sono molto pi&ugrave; intensi nel proletariato. Ma anche l&rsquo;educazione e le condizioni di abitazione entrano nel conto.<br />La differenza, nelle disposizioni biologiche, non deve essere, senza dubbio, n&eacute; troppo grande n&eacute; troppo determinata. Ma, fin dalla nascita, l&rsquo;ambiente sociale comincia a modellare il contenuto del principio del piacere. Le future ricerche ci diranno forse se le differenze nelle condizioni di nutrizione non agiscono sul germe stesso e non determinino la qualit&agrave; degli impulsi.<br />&nbsp;<br /><strong>2. La teoria dell&rsquo;inconscio e della rimozione.</strong><br />Nell&rsquo;apparato psichico Freud distinse tre sistemi. Anzitutto il conscio che abbraccia la funzione di percezione dell&rsquo;apparato sensoriale e l&rsquo;insieme delle rappresentazioni e dei sentimenti coscienti. Poi, il preconscio, che accoglie tutte le rappresentazioni inconsce in un determinato momento, ma che possono divenire o ridiventare coscienti in ogni momento. Questi due sistemi erano ben conosciuti dalla psicologia preanalitica. Quello che gli studiosi non psicoanalisti classificano come inconscio (paracosciente, subcosciente) fa parte ancora integralmente del sistema del preconscio di Freud. La vera scoperta di Freud riguarda il terzo sistema, l&rsquo;inconscio, caratterizzato dal fatto che i suoi contenuti non possono divenire coscienti, poich&eacute; una censura preconscia sbarra loro l&rsquo;accesso alla coscienza.<br />Questa censura non ha nulla di mistico: essa attinge dal mondo esterno un insieme di proibizioni e di regole.<br />L&rsquo;inconscio non abbraccia soltanto i desideri e le rappresentazioni proibite, incapaci di diventare coscienti, ma anche (verosimilmente) delle rappresentazioni ataviche, a cui corrispondono i simboli. Anche l&rsquo;inconscio, per&ograve;, si modifica con il tempo: l&rsquo;esperienza clinica mostra infatti che esso ricava dei nuovi simboli dallo sviluppo della tecnica; cos&igrave;, ai tempi degli zeppelin, numerose donne sognavano quelle navi aeree come rappresentazione dell&rsquo;organo sessuale maschile.<br />Poich&eacute; le ricerche avevano dimostrato che l&rsquo;inconscio contiene molto di pi&ugrave; che la zona vera e propria degli istinti rimossi, Freud si decise a completare la sua teoria sulla struttura dell&rsquo;apparato psichico. Egli distinse l&rsquo;es, l&rsquo;io e il super-io.<br />L&rsquo;es, da parte sua, non &egrave; al di sopra dei sensi; esprime la porzione biologica della personalit&agrave;. Una zona di esso &egrave; costituita dall&rsquo;inconscio nel senso precedentemente definito, dalla zona propriamente detta della rimozione.<br /><br />Che cos&rsquo;&egrave; dunque la rimozione? E&rsquo; un processo che si svolge fra l&rsquo;io e l&rsquo;aspirazione dell&rsquo;es. Ogni bambino porta con s&eacute;, nascendo, degli istinti e acquista nella sua prima et&agrave; dei desideri che non pu&ograve; soddisfare, perch&eacute; la grande societ&agrave; e la piccola &ndash; la famiglia - non lo permettono (desideri incestuosi, anali, esibizionistici, sadici, ecc.). La societ&agrave;, nella persona dell&rsquo;educatore, esige infatti dal bambino ch&rsquo;egli reprima i suoi desideri.<br />Il bambino, dotato di un io debole ed obbediente di preferenza al principio di piacere, non vi riesce, spesso, se non eliminando i propri desideri della coscienza e ignorandoli volontariamente. Per mezzo della rimozione i suoi desideri divengono inconsci. Un altro modo - sociale - di soppressione dei desideri irrealizzabili &egrave; la sublimazione, contropartita della rimozione: invece di essere rimosso, l&rsquo;istinto &egrave; soltanto deviato verso un&rsquo;attivit&agrave; sociale possibile.<br />Noi vediamo dunque che la psicoanalisi non pu&ograve; concepire il bambino senza la societ&agrave;; il bambino non esiste per lei che come essere sociale. La societ&agrave; esercita sugli istinti primitivi un&rsquo;azione continua: limitatrice, modificatrice, acceleratrice. I due istinti fondamentali si comportano d&rsquo;altronde in modo diverso. La fame &egrave; pi&ugrave; rigida, pi&ugrave; implacabile, esige pi&ugrave; imperiosamente dell&rsquo;istinto sessuale una soddisfazione immediata: in nessun modo essa pu&ograve; essere rimossa come quest&rsquo;ultimo.<br />L&rsquo;istinto sessuale &egrave; modificabile, plastico, sublimabile; le sue tendenze fondamentali sono trasformabili nei loro contrari, ma tuttavia non possono rinunciare ad ogni soddisfazione. L&rsquo;energia dedicata alle attivit&agrave; sociali, ivi comprese quelle che soddisfano l&rsquo;istinto sessuale, proviene dalla libido. Dal momento in cui essa cade sotto l&rsquo;influenza della societ&agrave;, diviene il motore dello sviluppo psichico.<br />Il motore della rimozione &egrave; l&rsquo;istinto di conservazione dell&rsquo;io. Esso domina l&rsquo;istinto sessuale; dal loro conflitto risulta lo sviluppo psichico. Fatta astrazione dal suo meccanismo e dai suoi effetti, la rimozione &egrave; un problema sociale perch&eacute; i suoi contenuti e i suoi modi dipendono dalla vita sociale dell'individuo. Essa &egrave; ideologicamente concentrata in una somma di formule, di prescrizioni e interdizioni, nel super-io. Delle grandi porzioni ne sono d&rsquo;altronde incoscienti.<br /><br />La psicoanalisi riconduce tutta l&rsquo;etica umana alle influenze dell&rsquo;educazione e rifiuta cos&igrave; di attribuire alla morale un carattere metafisico, come, ad esempio, la nozione morale di Kant. Essa analizza la morale con uno spirito materialistico, mettendola in rapporto con l&rsquo;esperienza e con l&rsquo;istinto di conservazione, e anche con il timore del castigo. Nel bambino la morale appare o come paura della punizione, o come amore per gli educatori.<br />Quando infine Freud parla di una &ldquo;morale inconscia&rdquo; e dei &ldquo;sentimenti inconsci di consapevolezza&rdquo;, egli intende dire soltanto con questo che, assieme ai desideri proibiti, sono anche rimossi alcuni elementi del senso di colpa: il che &egrave;, per esempio, ci&ograve; che succede con la proibizione dell&rsquo;incesto. Jurinetz non ha compreso nulla della nozione del sentimento incosciente di colpa quando egli pensa che, con esso, si ammetta indirettamente un&rsquo;essenza morale originaria dell&rsquo;io, una specie di peccato metafisico. Malgrado la psicoanalisi che applicano, e per non si sa quali ragioni, alcuni analisti possono credere nella morale e nella divinit&agrave; originaria dell&rsquo;uomo, ma essi non derivano certo questa fede dalla psicoanalisi. Al contrario la psicoanalisi distrugge radicalmente e scientificamente una simile credenza, negando alla filosofia il diritto di discutere della morale. Lasciamo che ogni psicoanalista risolva a modo proprio il conflitto fra la sua credenza in una morale metafisica e in un Dio e<br />le sue convinzioni psicoanalitiche. Non &egrave; fondato inquietarsi per la psicoanalisi finch&eacute; essa non comincia a smarrirsi nelle speculazioni metafisiche. La teoria del senso inconscio di colpa non demolisce quindi la teoria dell&rsquo;inconscio come teme Jurinetz, poich&eacute;, al contrario, essa rimanda a basi materiali l&rsquo;apparizione della morale.<br />Noi abbiamo mostrato fino ad ora che l&rsquo;es, come il super-io, sono ben lontani dall&rsquo;essere delle costruzioni metafisiche e che il loro contenuto si pu&ograve; ricondurre completamente a bisogni e ad attivit&agrave; reali del mondo esteriore.<br /><br />Certo, l&rsquo;opera di Freud, Al di l&agrave; del principio del piacere, si prestava a far nascere delle concezioni erronee nella psicoanalisi. Il suo stesso autore ha criticato, per&ograve;, questo lavoro sia oralmente che per iscritto, specificando che esso non si trova affatto sul terreno della psicoanalisi clinica. Se, ciononostante, esso &egrave; stato il punto di partenza di speculazioni completamente inconsistenti legate all&rsquo;ipotesi dell&rsquo;istinto di morte, questo dipende dal fatto che la teoria della libido &egrave; molto scomoda per l&rsquo;ideologia borghese ed essa la cambia ben volentieri con un ipotesi meno scabrosa.<br />La natura materiale dell&rsquo;io non pu&ograve; essere messa in dubbio per il fatto stesso che essa &egrave; legata a tutto il sistema percettivo degli organi sensoriali. In seguito, e come abbiamo gi&agrave; detto, l&rsquo;io deriva per Freud dall&rsquo;influenza delle eccitazioni materiali sull&rsquo;apparato degli istinti. Esso non &egrave; per lui che una porzione particolarmente differenziata dall&rsquo;es, un paraurti, una specie di organo protettivo fra l&rsquo;es e il mondo reale. L&rsquo;io non &egrave; libero nel proprio modo di agire; esso dipende dall&rsquo;es e dal super-io, vale a dire dal biologico e dal sociale.<br /><br />La psicoanalisi combatte dunque il libero arbitrio e la sua concezione quadra completamente con quella di Engels: &laquo;Il libero arbitrio non &egrave; nient&rsquo;altro che l&rsquo;attitudine a poter decidere con cognizione di causa&raquo;. La corrispondenza &egrave; cos&igrave; perfetta ch&rsquo;essa si esprime perfino nella concezione fondamentale della terapeutica analitica delle nevrosi: prendendo conoscenza di ci&ograve; che &egrave; rimosso, riconducendo alla coscienza il suo inconscio, il malato raggiunge la possibilit&agrave; di decidere &ldquo;con miglior cognizione di causa&rdquo; di quanto le sue tendenze essenziali restavano incoscienti. Naturalmente questo non &egrave; ancora il libero arbitrio nel senso in cui l&rsquo;intendono i metafisici; esso &egrave; sempre limitato dalle esigenze dei bisogni naturali. Quando i desideri sessuali, per esempio, sono divenuti coscienti, il malato non pu&ograve; decidersi a rimuoverli di nuovo; gli &egrave; ugualmente impossibile di optare per la continenza durevole, ma egli pu&ograve; proporsi di vivere in astinenza per un certo tempo. Dopo un&rsquo;analisi riuscita l'io non ha affatto scrollato il legame che lo subordina all&rsquo;es e alla societ&agrave;, ha soltanto imparato a risolvere meglio i conflitti.<br />Dalle condizioni che presiedono alla loro apparizione risulta che l&rsquo;io (in parte) o il super-io (per intero) comprendono nel loro contenuto completo istanze tratte dalla loro vita sociale. All&rsquo;epoca di Platone il super-io femminile &egrave; essenzialmente differente da ci&ograve; che esso &egrave; nella societ&agrave; capitalista e i contenuti del super-io si modificano naturalmente nella misura in cui, in una societ&agrave; data, &egrave; ideologicamente in preparazione la societ&agrave; che seguir&agrave;.<br /><br />Questo processo vale per la morale sessuale come vale per l&rsquo;ideologia della propriet&agrave; sacrosanta. Esso varia anche a seconda del posto che occupa l&rsquo;individuo nel processo di produzione. Ma, in qual modo l&rsquo;ideologia agisce sull&rsquo;individuo? La sociologia marxista ha dovuto scartare questa questione come non di sua competenza; in compenso la psicoanalisi pu&ograve; rispondere ad essa: la famiglia, tutta imbevuta dell&rsquo;ideologia sociale, e che anzi della societ&agrave; costituisce la basilare cellula ideologica, rappresenta la societ&agrave; stessa agli occhi del bambino finch&eacute; egli non sia entrato nel processo di produzione. Il rapporto edipico comporta non solo atteggiamenti istintivi; il modo in cui il bambino reagisce al complesso di Edipo e lo supera &egrave; infatti condizionato indirettamente tanto dall&rsquo;ideologia sociale che dal posto occupato dai genitori nella produzione, di modo che, i destini del complesso di Edipo, come tutto il resto, dipendano in ultima analisi dalla struttura economica della societ&agrave;. Ma c&rsquo;&egrave; di pi&ugrave;: il fatto stesso che il complesso di Edipo possa apparire, &egrave; imputabile alla particolare struttura della famiglia, determinata dalla societ&agrave;.<br />Dovremmo attendere il prossimo capitolo per giungere al momento di studiare la natura storica, non soltanto nelle forme, ma anche nell&rsquo;esistenza, del complesso edipico.<br />&nbsp;<br />&nbsp;<br /><strong>III. LA DIALETTICA DELLA VITA MENTALE.</strong><br />&nbsp;<br />Passiamo ora ad un nuovo problema: le nozioni materialistiche dell&rsquo;analisi hanno esse rivelato la dialettica dei processi psichici? Prima di rispondere ricordiamo i principi essenziali del metodo dialettico, quale fu elaborato da Marx e Engels ed applicato dai loro discepoli. La dialettica materialistica di Marx apparve come il rovesciamento della dialettica idealistica di Hegel, vero e proprio fondatore del metodo dialettico. Hegel considerava la dialettica dei concetti come il fattore primo dello sviluppo storico e non vedeva nel mondo reale che il riflesso di idee e concetti che si evolvono dialetticamente. Marx rovesci&ograve; in senso materialistico questa concezione del mondo; per usare la sua espressione egli rimise &ldquo;in piedi dalle fondamenta&rdquo; tutto l&rsquo;edificio hegeliano, riconoscendo nel fenomeno materiale il fattore primo a cui sono subordinate le idee. Ma prendendo in prestito da Hegel la concezione dialettica del fenomeno egli spazz&ograve; via ad un tempo e l&rsquo;idealismo metafisico di Hegel e il materialismo meccanicistico del XVIII secolo. I principi essenziali del materialismo dialettico sono i seguenti:<br />&nbsp;<br />1) La dialettica non &egrave; soltanto una forma del pensiero; essa esiste nella materia indipendentemente dal pensiero; detto diversamente, il movimento della materia &egrave; obiettivamente dialettico. Il dialettico materialistico non pone nella materia ci&ograve; che si trova soltanto nella sua testa; ma con l&rsquo;ausilio dei suoi sensi e del suo pensiero - anche esso soggetto alle leggi della dialettica - egli abbraccia direttamente il fenomeno materiale della realt&agrave; obiettiva. E&rsquo; chiaro che questo punto di vista &egrave; esattamente agli antipodi dell&rsquo;idealismo Kantiano[10].<br />&nbsp;<br />2) Lo sviluppo, non soltanto della societ&agrave;, ma anche di tutti gli altri fenomeni, compresi i fenomeni naturali, non deriva, come affermano i metafisici (siano essi materialisti o idealisti) da un &ldquo;principio di sviluppo&rdquo; o da una &ldquo;tendenza allo sviluppo inerente a tutte le cose&rdquo;; questo sviluppo deriva da una contraddizione interiore; da contraddizioni contenute nella materia, da un conflitto fra queste contraddizioni; conflitto che non pu&ograve; essere risolto nel modo di esistenza dato e che quindi le contraddizioni spezzano per crearne un altro, in cui appaiono nuove contraddizioni, e via di seguito.<br />&nbsp;<br />3) Obiettivamente, ci&ograve; che genera lo sviluppo dialettico non &egrave; n&eacute; buono n&eacute; cattivo, ma inevitabile e necessario.<br />Tuttavia ci&ograve; che ha cominciato col favorire lo sviluppo pu&ograve; finire col paralizzarlo.<br />Cos&igrave;, il modo di produzione capitalistico ha dato dapprima un&rsquo;energica spinta allo sviluppo delle forze produttive della tecnica, per diventare in seguito, per il gioco delle contraddizioni immanenti, un impaccio a questo sviluppo. Il modo di produzione socialista libera lo sviluppo da questo impaccio.<br />&nbsp;<br />4) Lo sviluppo dialettico risultante dalle contraddizioni fa s&igrave; che niente sia durevole; tutto ci&ograve; che &egrave;, porta in s&eacute; il germe della propria scomparsa. Come Marx ha dimostrato, una classe che vuol consolidare il proprio dominio non pu&ograve; accettare la concezione dialettica sotto pena di condannare a morte se stessa. Nel suo balzo in avanti, la borghesia ha procreato una classe, il proletariato, le cui condizioni di esistenza implicano la sparizione del capitalismo. Ed &egrave; per questo che soltanto la classe proletaria pu&ograve; riconoscere praticamente e integralmente la dialettica, mentre la borghesia deve necessariamente marcire nell&rsquo;idealismo assoluto.<br />&nbsp;<br />5) Ogni sviluppo &egrave; l&rsquo;espressione e la conseguenza di una doppia negazione; negazione della negazione. Prendiamo, ancora una volta, un esempio dell&rsquo;evoluzione sociale.<br />La produzione di merci fu la negazione del comunismo primitivo, in cui non si producevano che valori d&rsquo;uso. L&rsquo;ordine economico socialista &egrave; la negazione della primitiva negazione; esso nega la produzione di merci e giunge, per via indiretta, ad una tappa superiore, all&rsquo;affermazione di ci&ograve; che fu negato, alla produzione dei valori d&rsquo;uso, al comunismo.<br />&nbsp;<br />6) Le contraddizioni non sono assolute, ma si compenetrano l&rsquo;un l&rsquo;altra; ad un momento determinato, la quantit&agrave; si trasforma in qualit&agrave;. Ogni causa di un dato effetto &egrave; nello stesso tempo effetto di quest&rsquo;ultimo che agisce come causa.<br />Non v&rsquo;&egrave; semplicemente azione reciproca di fenomeni nettamente separati, ma compenetrazione di questi fenomeni, azione e reazione dell&rsquo;uno sull&rsquo;altro. Inoltre, in determinate condizioni, un elemento pu&ograve; trasformarsi nel proprio contrario.<br />&nbsp;<br />7) Lo sviluppo dialettico &egrave; progressivo, ma in certi momenti esso avanza per sbalzi. Raffreddata progressivamente, l&rsquo;acqua diviene ghiaccio a poco a poco; ma, ad un certo punto, la qualit&agrave; acqua si trasforma bruscamente in qualit&agrave; ghiaccio.<br />Questo non significa che il cambiamento sia sorto all&rsquo;improvviso dal niente; esso si &egrave; infatti sviluppata a poco a poco, dialetticamente fino al salto. Ed ecco come la dialettica risolve anche, sena sopprimerla, la contraddizione evoluzione-rivoluzione. La trasformazione dell&rsquo;ordine sociale &egrave; dapprima preparata dall&rsquo;evoluzione (socializzazione del lavoro, proletarizzazione della maggioranza, ecc.), poi realizzata dalla rivoluzione.<br />&nbsp;<br />Proviamo ora, studiando alcuni fenomeni tipici della vita mentale rivelati dall&rsquo;analisi, a mettere in evidenza la loro dialettica, la quale, lo ripetiamo, non avrebbe potuto rivelarsi senza la psicoanalisi.<br />Prendiamo prima di tutto come esempio la formazione dialettica del sintomo nella nevrosi, descritta per la prima volta da Freud. Secondo Freud, il sintomo nevrotico prende origine dal fatto che l&rsquo;io, socialmente sottomesso, si difende dapprima contro un impulso istintivo e poi lo rimuove. Ma la rimozione di un impulso istintivo non costituisce da solo un sintomo; occorre per questo che l&rsquo;istinto rimosso tenti di tornare di nuovo<br />alla ribalta sotto una forma mascherata, divenuta cos&igrave; sintomo. Secondo Freud il sintomo contiene nello stesso tempo sia l&rsquo;impulso contro cui il soggetto si difende e la difesa stessa; il sintomo tiene conto delle due tendenze opposte.<br />In che risiede, dunque, la dialettica del modo di formazione del sintomo? L&rsquo;io dell&rsquo;individuo &egrave; sottoposto alla pressione di un &ldquo;conflitto psichico&rdquo;. La situazione contradditoria, creata da una parte dall&rsquo;impulso istintivo, dall&rsquo;altra dalla realt&agrave; che rifiuta o punisce la soddisfazione, esige una soluzione. L&rsquo;io &egrave; troppo debole per sfidare la realt&agrave;, troppo debole anche per dominare l&rsquo;istinto.<br /><br />Questa debolezza, conseguenza a sua volta di un&rsquo;evoluzione anteriore, di cui la trasformazione del sintomo non rappresenta che una fase, &egrave; dunque il terreno su cui si svolge il conflitto; quest&rsquo;ultimo &egrave; risolto nella seguente maniera: obbedendo alle esigenze sociali, in realt&agrave; per non sparire o per non essere punito, ossia per istinto di conservazione, l&rsquo;io rimuove l&rsquo;istinto in causa. La rimozione &egrave; dunque la conseguenza di una contraddizione insolubile per la coscienza. Poich&eacute; l&rsquo;istinto &egrave; diventato incosciente, il conflitto ha trovato una temporanea soluzione, per la verit&agrave;, patologica. Seconda fase: dopo la rimozione del desiderio, nello stesso negato ed affermato dall&rsquo;io, l&rsquo;io stesso si trova modificato: la sua coscienza si &egrave; impoverita di un elemento (l&rsquo;istinto) e arricchita di un altro (la pacificazione passeggera). Ma, sia esso rimosso o cosciente, l&rsquo;istinto non pu&ograve; rinunziare alla propria soddisfazione; lo pu&ograve; ancor meno in quanto rimosso, dato che non &egrave; pi&ugrave; neppure sottomesso al controllo della coscienza. La rimozione si evolve verso la sua sparizione: essa d&agrave; luogo, infatti, ad una forte accumulazione di energia istintiva che finisce per sfogarsi rompendo la rimozione. Questo nuovo processo &egrave; il risultato della contraddizione fra la rimozione e l&rsquo;accumulazione di energia; proprio come la rimozione stessa era la conseguenza della contraddizione fra il desiderio istintivo e il rifiuto del mondo esteriore (sotto la condizione: debolezza dell&rsquo;io). Non esiste dunque una &ldquo;tendenza&rdquo; alla formazione del sintomo: come abbiamo potuto vedere, lo sviluppo risulta dalle contraddizioni del conflitto psichico. Assieme alla rimozione noi abbiamo la condizione che prelude alla sua rottura: l&rsquo;accumulo di energia derivante dall&rsquo;istinto insoddisfatto. La rottura della rimozione, nella seconda fase, non ci riporta allo stato primitivo? S&igrave; e no. S&igrave;, in quanto l&rsquo;istinto domina di nuovo l&rsquo;io; no, in quanto esso si trova nella coscienza sotto forma modificata, mascherata, sotto forma di sintomo. Quest&rsquo;ultimo contiene l&rsquo;elemento antico: l&rsquo;istinto, e nello stesso tempo il suo contrario, la resistenza dell&rsquo;io. Nella terza fase (sintomo), gli elementi antagonistici iniziali sono dunque riuniti in uno stesso fenomeno. Quest&rsquo;ultimo &egrave; la negazione (rottura) della negazione (della rimozione). Arrestiamoci un momento per illustrare con un esempio concreto l&rsquo;esperienza psicoanalitica.<br />&nbsp;<br />Prendiamo il caso di una donna sposata che ha paura di essere assalita da banditi immaginari a colpi di coltello. Essa non pu&ograve; star sola in una stanza e sospetta che ogni angolo nasconda un feroce criminale. L&rsquo;analisi rivela quanto segue:<br /><br /><strong>Conflitto psichico e rimozione </strong>(prima fase). Prima del suo matrimonio questa donna ha conosciuto un uomo che le faceva delle proposte a cui ella avrebbe volentieri acconsentito se non fosse stata moralmente impedita. Essa ha potuto liquidare questo conflitto consolandosi con la prospettiva del matrimonio. Ma l&rsquo;uomo la lasci&ograve;; essa ne spos&ograve; un altro senza riuscire a dimenticare il primo, la cui immagine non smetteva di tormentarla.<br />Dopo averlo incontrato di nuovo, e lla fu in preda a un grave conflitto fra il suo desiderio e il suo rispetto della fedelt&agrave; coniugale. In queste condizioni il conflitto era insopportabile e insolubile, poich&eacute; il suo desiderio era altrettanto forte che i suoi principi morali. Essa cominci&ograve; ad evitare l&rsquo;uomo (resistenza), poi fin&igrave; per dimenticarlo. In realt&agrave; non si trattava di vero oblio, ma di una rimozione. Ella si credette guarita e non pens&ograve; pi&ugrave; a lui, almeno coscientemente.<br /><br /><strong>Rottura della rimozione</strong> (seconda fase). Qualche tempo dopo essa ebbe una violenta lite con suo marito perch&eacute; flirtava con un&rsquo;altra donna. Come apparve molto pi&ugrave; tardi, essa fece questo ragionamento, durante la lite: &laquo;Se tu ne hai il diritto, io sarei ben stupida a non permettermi la stessa cosa&raquo;; sotto i suoi occhi si era allora designata l&rsquo;immagine del primo uomo amato. Ma l&rsquo;idea era troppo pericolosa; non avrebbe potuto evocare tutto l&rsquo;antico conflitto? E allora quest&rsquo;idea cosciente cesso di occuparla; essa l&rsquo;aveva di nuovo rimossa. Ma nel corso della notte seguente apparve uno stato di angoscia; essa ebbe bruscamente l&rsquo;impressione che uno straniero scivolasse verso il suo letto per violarla. L&rsquo;istinto era tornato alla coscienza sotto una forma mascherata, sotto l&rsquo;aspetto del suo diretto contrario: lo straniero non era pi&ugrave; desiderato, ma temuto. Questo travestimento (terza fase) era la base della formazione del sintomo. Se noi analizziamo ora il sintomo stesso, vediamo nel fatto che un uomo scivoli verso il letto della donna durante la notte, la realizzazione di un desiderio rimosso, quello di commettere l&rsquo;adulterio. (L&rsquo;analisi attenta rivel&ograve; che, senza saperlo, essa aveva realizzato l&rsquo;immagine del suo primo amore: la statura, il colore dei capelli, ecc. erano identici). Ma il sintomo in questione contiene anche la resistenza, il timore dell&rsquo;istinto, che appare come la paura dell&rsquo;uomo. Pi&ugrave; tardi, l&rsquo;elemento &ldquo;essere violata&rdquo; fu sostituito con la paura di &ldquo;essere assassinata&rdquo;, corrispondente per conseguenza ad un nuovo travestimento del contenuto, fino a quel momento troppo trasparente, del sintomo.<br /><br />Questo esempio ci mostra non soltanto la fusione in un solo fenomeno di due contraddizioni inizialmente separate, ma anche la trasformazione del fenomeno nel suo contrario, del desiderio in angoscia. Questa trasformazione dell&rsquo;energia sessuale in angoscia, una delle principali e fondamentali scoperte di Freud, presume che, in determinate condizioni, la stessa energia possa produrre un risultato contrario a quello che essa produrrebbe in altre condizioni.<br />Nel nostro esempio si esprime anche un altro principio di esperienza dialettica. Il nuovo (il sintomo) contiene anche l&rsquo;antico (la libido); tuttavia, l&rsquo;antico non &egrave; pi&ugrave; identico a se stesso; esso &egrave; nello stesso tempo divenuto qualche cosa di interamente nuovo, ossia l&rsquo;angoscia. Ma la contraddizione dialettica tra libido e l&rsquo;angoscia si risolve anche in un altro modo, partendo dalle contraddizioni fra l&rsquo;io e l&rsquo;ambiente. Prima di abbordare questo argomento, citiamo qualche piccolo esempio per illustrare anche meglio la dialettica dello psichismo. Prendiamo il passaggio dalla quantit&agrave; alla qualit&agrave;; la rimozione o il semplice soffocamento di un impulso istintivo &egrave;, fino ad un certo punto, piacevole per l&rsquo;io, poich&eacute; esso sopprime un conflitto, ma, a partire da un grado determinato, il piacere si trasforma in dispiacere. La leggera eccitazione di una zona erogena incapace di dar luogo alla soddisfazione finale, &egrave; piacevole; ma se l&rsquo;eccitazione si prolunga, il piacere si trasforma in dispiacere.<br /><br />La tensione e la distensione sono nozioni e fenomeni dialettici. Niente mette questo in evidenza meglio dell&rsquo;istinto sessuale. La tensione di un&rsquo;eccitazione sessuale accresce il desiderio, ma la soddisfazione, raggiunta proprio nel corso dell&rsquo;eccitazione, diminuisce questa tensione, che &egrave; dunque, nello stesso tempo, distensione. La tensione di uno sforzo prepara la sua distensione.<br />Inversamente, la distensione si produce al massimo della tensione - per esempio nell&rsquo;atto sessuale, o a teatro nelle scene che preludono alla soluzione - pur essendo anche il punto di partenza di una nuova tensione.<br />Il principio dell&rsquo;identit&agrave; dei contrari appare nella nozione della libido narcisistica e della libido dell&rsquo;oggetto. Secondo Freud l&rsquo;amore di s&eacute; e l&rsquo;amore dell&rsquo;oggetto non sono che dei contrari; l&rsquo;amore dell&rsquo;oggetto proviene dalla libido narcisistica e pu&ograve; in ogni momento ritornare al suo punto di partenza; ma nella misura in cui entrambi rappresentano delle tendenze amorose, essi sono identici; molto spesso essi tornano ad una sorgente comune, l&rsquo;apparato sessuale somatico e il &ldquo;narcisismo primitivo&rdquo;. Prendiamo ora le nozioni di &ldquo;conscio&rdquo; e &ldquo;inconscio&rdquo;. Esse sono dei contrari; ma, nelle nevrosi coatte, si dimostra che essi possono essere nello stesso tempo contrari e identici.<br />I malati che ne sono colpiti rimuovono delle rappresentazioni nella maniera seguente: essi si contentano di distogliere da esse la propria attenzione, di spogliarle dei loro ornamenti affettivi; la rappresentazione &ldquo;rimossa&rdquo; &egrave; nello stesso tempo cosciente e tuttavia incosciente, vale a dire che il malato la pu&ograve; produrre, ma ne ignora il significato. Le nozioni dell&rsquo;io e dell&rsquo;es esprimono anche esse dei contrari identici: l&rsquo;io non &egrave; che una frazione particolarmente differenziata dell&rsquo;es; ma in certe speciali condizioni esso ne diviene l&rsquo;avversario, l&rsquo;antagonista funzionale.<br /><br />Il concetto dell&rsquo;identificazione corrisponde non solamente ad un fenomeno dialettico ma anche a un&rsquo;identit&agrave; di contrari. Per Freud l&rsquo;identificazione consiste nel fatto che il soggetto &ldquo;si appropria&rdquo; del suo educatore (o si identifica con esso); questo educatore &egrave; amato e odiato nello stesso tempo e il soggetto fra propri i principi e le qualit&agrave; di quest&rsquo;ultimo. In genere la relazione di oggetto sparisce a questo punto. L&rsquo;identificazione mette fine allo stato di relazione d&rsquo;oggetto; essa &egrave; di conseguenza il suo contrario, la sua negazione; tuttavia essa mantiene questa relazione d&rsquo;oggetto sotto un&rsquo;altra forma e costituisce per conseguenza anche un&rsquo;affermazione.<br />Si trova alla base di questa situazione il conflitto seguente: &laquo;Io amo x, educatore; egli mi vieta molte cose e perci&ograve; io lo odio e vorrei distruggerlo, sopprimerlo; ma io lo amo, ed &egrave; per questo che vorrei anche conservarlo&raquo;. Questa contraddizione, che non potrebbe sussistere quale essa &egrave; a partire dal momento in cui gli impulsi antagonistici raggiungono una certa intensit&agrave;, si pu&ograve; risolvere nel modo seguente: &laquo;Io lo assorbo, io mi identifico con lui, io lo distruggo (vale a dire io distruggo i miei rapporti con lui) nell&rsquo;ambiente, ma lo conservo in me, modificato; io l&rsquo;ho distrutto e nello stesso tempo conservato&raquo;.<br />Nella nozione psicoanalitica d&rsquo;ambivalenza, quella del s&igrave; e del no concomitanti, si trova egualmente una folla di fenomeni dialettici, di cui noi sottolineeremo qui i pi&ugrave; salienti, la trasformazione dell&rsquo;amore in odio e viceversa.<br /><br />Odio pu&ograve; significare in realt&agrave; amore, e viceversa. Queste due tendenze sono identiche nella misura in cui permettono, entrambe, dei rapporti intensi con l&rsquo;altra persona. La trasformazione nel contrario &egrave; una propriet&agrave; che Freud attribuisce agli istinti in genere.<br />Tuttavia, in questa trasformazione, l&rsquo;antico non sparisce: esso rimane integralmente conservato nel suo contrario.<br />Nello stesso modo, i contrari &ldquo;perversioni e nevrosi&rdquo; si risolvono dialetticamente in quanto ogni nevrosi &egrave; una perversione negata e viceversa.<br />La rimozione sessuale secolare ci mostra un bell&rsquo;esempio di sviluppo dialettico.<br />Fra i primitivi esiste un violento antagonismo fra il tab&ugrave; dell&rsquo;incesto riguardante la sorella (e la madre) e la licenza sessuale riguardo alle altre donne. Ma la limitazione sessuale si estende sempre pi&ugrave;, prima ai cugini, poi a tutte le donne dello stesso clan, poi, estendendosi ancora, finisce per trasformarsi qualitativamente, dando luogo ad una nuova attitudine verso la sessualit&agrave; in genere: questo &egrave; ci&ograve; che accade, per esempio, con il patriarcato e in particolare con l&rsquo;istituzione del cristianesimo. A sua volta, la rimozione accentuata della sessualit&agrave; provoca in genere il suo contrario, nel fatto che il tab&ugrave; delle relazioni infantili fra fratelli e sorelle &egrave; effettivamente spezzato. A causa della rimozione sessuale troppo pronunciata, gli adulti non sanno pi&ugrave; nulla della sessualit&agrave; infantile, e i giochi sessuali fra fratelli e sorelle non sono pi&ugrave; considerati sessuali e sono ammessi come cose naturalissime nelle famiglie pi&ugrave; &ldquo;distinte&rdquo;.<br />Il primitivo non ha neppure il diritto di guardare sua sorella; quanto al resto egli &egrave; completamente libero dal punto di vista sessuale; il civilizzato esaurisce la propria sessualit&agrave; infantile sulla sorella; quanto al resto &egrave; ostacolato da severi principi morali.<br /><br />Vediamo ora in quale misura la psicoanalisi abbia rivelato la dialettica della psicologia anche per quanto riguarda lo sviluppo generale dell&rsquo;individuo nella societ&agrave;. In quest&rsquo;ordine di idee noi dovremmo considerare due questioni importanti.<br />Prima di tutto, si pu&ograve; derivare la dialettica dei fenomeni psichici dalla contraddizione primitiva (di nuovo risolvibile) fra l&rsquo;io (l&rsquo;istinto) e l&rsquo;ambiente?<br />Poi, come avviene che la concezione razionale e la concezione irrazionale delle qualit&agrave; individuali si contraddicano l&rsquo;un l&rsquo;altra e passino tuttavia dall&rsquo;una all&rsquo;altra?<br />Abbiamo gi&agrave; esposto nel primo capitolo la concezione della psicoanalisi freudiana secondo la quale, psichicamente, l&rsquo;individuo viene al mondo come un fascio di bisogni e istinti corrispondenti a questi bisogni. Essere sociale, si egli inserisce immediatamente con i suoi bisogni nella societ&agrave;, non soltanto nella societ&agrave; ristretta della famiglia, ma indirettamente, per l&rsquo;intermediario dei bisogni economici dell&rsquo;esistenza familiare, nella societ&agrave; nel senso largo della parola. Riportata alla sua pi&ugrave; semplice espressione, la struttura economica della societ&agrave; - grazie a numerosi legami: classe sociale dei genitori, condizioni economiche della famiglia, ideologia, rapporti tra genitori fra di loro, ecc. - agisce sull&rsquo;istinto dell&rsquo;io del neonato.<br /><br />Se questo modifica il suo ambiente, l&rsquo;ambiente modificato reagisce a sua volta su di lui. L&rsquo;armonia regna se gli istinti sono parzialmente soddisfatti. Ma nella maggior parte dei casi sorge una contraddizione fra i bisogni istintivi e l&rsquo;ordine sociale di cui, come abbiamo detto, la famiglia (pi&ugrave; tardi la scuola) sono le rappresentanti. Questa contraddizione crea un conflitto tra individuo e societ&agrave;, che dar&agrave; origine dialetticamente a certe modificazioni; e, poich&eacute; l&rsquo;individuo &egrave; l&rsquo;avversario pi&ugrave; debole, queste modificazioni sopravvengono nella sua struttura psichica. Simili conflitti, risultanti da contraddizioni che sarebbero insolubili se il bambino fosse dotato di una struttura immutabile, variano ogni giorno, ad ogni ora, e costituiscono dei veri e propri elementi motori. Si parla, &egrave; vero, in psicologia, di una disposizione, di tendenza allo sviluppo, ecc., ma i fatti rivelati finora dallo sviluppo della prima infanzia militano unicamente in favore dello sviluppo dialettico descritto sopra, in favore dello sviluppo per contraddizioni, di tappa in tappa. Si distinguono delle fasi nello sviluppo della libido: si dice che la libido attraversa queste fasi di sviluppo, ma l&rsquo;osservazione dimostra che, senza il rifiuto della soddisfazione dell&rsquo;istinto, nessuna fase potrebbe realmente succedere alla precedente.<br />Cos&igrave; il rifiuto della soddisfazione dell&rsquo;istinto, per il conflitto che genera nel bambino, diviene il motore del suo sviluppo. Mettiamo da un lato la parte di questo sviluppo determinata dall&rsquo;eredit&agrave;, perch&eacute; si pu&ograve; difficilmente rappresentare come tale, per esempio, la disposizione delle zone erogene e dell&rsquo;apparato percettivo. Questa parte costituisce un dominio ancor oscuro delle ricerche biologiche. Il problema della natura della sua dialettica non si affronta qui. Dovremo fare i conti con essa, ma ci contentiamo della formula di Freud, secondo la quale la predisposizione degli istinti ha la stessa importanza dell&rsquo;esperienza nello sviluppo.<br /><br />A fianco delle soddisfazioni dell&rsquo;istinto, le proibizioni rappresentano una parte di primo piano come fattori di sviluppo. La contraddizione fra l&rsquo;istinto dell&rsquo;io e il mondo esterno finisce per divenire una contraddizione interna; proprio sotto l&rsquo;influenza del mondo esteriore comincia a svilupparsi nell&rsquo;apparato psichico un elemento moderatore, il super-io.<br />Ci&ograve; che era dapprima il timore del castigo diviene divieto morale. Il conflitto fra l&rsquo;istinto e il mondo esterno diventa conflitto fra l&rsquo;io e il super-io. Non dimentichiamo, tuttavia, che tutti e due sono di natura materiale, poich&eacute; il primo si nutre della vita organica, il secondo si &egrave; edificato, in ultima analisi, sull&rsquo;io, nell&rsquo;interesse dell&rsquo;istinto di conservazione.<br />L&rsquo;istinto di conservazione (narcisismo) limita l&rsquo;istinto e l&rsquo;aggressivit&agrave;. Cos&igrave; due bisogni fondamentali, che dapprima - nel lattante e pi&ugrave; tardi in numerose situazioni - formano un tutt&rsquo;unico, entrano in opposizione e, di conflitto in conflitto, spronano allo sviluppo; e questo non a caso, ma a causa proprio della costrizione sociale. Se i conflitti interiori ed esteriori determinano in modo generico lo sviluppo, l&rsquo;esistenza riempie delle sue rappresentazioni e dei suoi contenuti attuali sia i fini istintivi che gli obblighi morali. La psicoanalisi pu&ograve; quindi conformare interamente la tesi di Marx, secondo la quale &egrave; precisamente l&rsquo;esistenza sociale che determina la &ldquo;coscienza&rdquo;, vale a dire le rappresentazioni, i fini degli istinti, le ideologie sociali, ecc., e non il contrario.<br />Essa d&agrave; a questa tesi un contenuto concreto per quel che riguarda lo sviluppo infantile. Ci&ograve; non esclude tuttavia che l&rsquo;intensit&agrave; dei bisogni (condizionati somaticamente) e anche alcune differenze qualitative dello sviluppo siano determinate dall&rsquo;apparato sessuale.<br /><br />Non vi &egrave; qui la &ldquo;deviazione idealistica&rdquo; - rimprovero che mi hanno fatto molti marxisti &ndash; ma accordo completo con la tesi di Marx, secondo la quale gli uomini fanno la propria storia, ma soltanto in determinate condizioni sociali. In una lettera, Engels protesta contro questa idea che la produzione economica e la riproduzione della vita reale costituiscono il solo fattore determinante nello sviluppo delle ideologie. Esse costituiscono questo fattore determinante, ma soltanto in ultima istanza[11].<br />Tradotta in sociologia, la tesi principale di Freud, quella dell&rsquo;importanza del complesso di Edipo per lo sviluppo dell&rsquo;individuo, significa molto semplicemente che l&rsquo;esistenza sociale determina questo sviluppo. Le tendenze e gli istinti umani, forme vuote pronte a ricevere dei contenuti sociali, subiscono un&rsquo;elaborazione (sociale) nei rapporti col padre, la madre, i maestri, e soltanto allora assumono la loro forma e il loro contenuto definitivo.<br />La dialettica dello sviluppo psichico non appare soltanto dal fatto che il conflitto &egrave; suscettibile, a seconda del rapporto di forze delle contraddizioni presenti, di dar luogo a risultati opposti, ma anche da quest&rsquo;altro fatto, di esperienza clinica, che i tratti caratteriali possano, in un dato conflitto, trasformarsi nel loro diretto opposto, presente gi&agrave; in germe nella prima soluzione del conflitto. Un bambino crudele pu&ograve; diventare l&rsquo;adulto pi&ugrave; sensibile, bench&eacute; un&rsquo;analisi penetrante possa scoprire l&rsquo;antica crudelt&agrave; nella sua sensibilit&agrave;. Il bambino pi&ugrave; sudicio pu&ograve;, divenuto grande, essere un maniaco della pulizia; il curioso diventer&agrave; il pi&ugrave; scrupoloso dei discreti. La sensualit&agrave; si trasforma facilmente in ascetismo.<br />Pi&ugrave; una propriet&agrave; si manifesta con intensit&agrave; e pi&ugrave; facilmente essa si trasforma nel suo contrario, in determinate circostanze (reazione).<br /><br />Ma con lo sviluppo e la trasformazione, l&rsquo;antico non sparisce del tutto. Mentre una parte della qualit&agrave; si trasforma, per dar luogo alla qualit&agrave; contraria, l&rsquo;altra parte rimane intatta, bench&eacute; subisca con il tempo delle modifiche morfologiche, dovute ai mutamenti di tutta la personalit&agrave;. La nozione freudiana di ripetizione rappresenta una parte importante nella psicologia dello sviluppo mentale e appare come perfettamente dialettica ad un profondo esame. In ci&ograve; che &egrave; stato riprodotto, noi troviamo ci&ograve; che &egrave; vecchio e ci&ograve; che &egrave; completamente nuovo, l&rsquo;antico avvolto in panni nuovi, in una nuova funzione. L&rsquo;abbiamo gi&agrave; visto nel sintomo. Ed accade la stessa cosa nella sublimazione.<br />Prendiamo un bambino che giocava volentieri con gli escrementi, che si divertiva pi&ugrave; tardi ad edificare castelli con della sabbia umida e che, divenuto adulto, finisce per manifestare una seria inclinazione per l&rsquo;architettura; nelle tre fasi si trova la primitiva inclinazione, e tuttavia sotto una forma ed una funzione diversa. Un altro esempio ci &egrave; fornito dalla storia del chirurgo e del ginecologo: il primo sublima il proprio sadismo (tagliare), il secondo il suo piacere infantile visuale e tattile. Il giudicare questi fatti non pu&ograve; essere opera che della critica empirica e, in nessun modo, della critica metodologica.<br />Chi non ha analizzato un chirurgo non ha il diritto di negare quest&rsquo;affermazione.<br />Ma dal punto di vista metodologico, si pu&ograve; formulare una seria obiezione: cio&egrave; che l&rsquo;attivit&agrave; umana dipende dalle condizioni economiche di esistenza. Ora, la psicoanalisi pretende solo che una o l&rsquo;altra forma di sublimazione dipendano dalle condizioni esistenziali soggettive, nel senso di rispecchiare il carattere (sadico, narcisistico, ecc.) degli individui. Per il resto la forma di sublimazione &egrave;, non occorre dirlo, interamente determinata dalle condizioni economiche; difatti &egrave; soprattutto la posizione economica di un individuo che lo porter&agrave; a sublimare il suo sadismo come macellaio, come chirurgo o come poliziotto.<br /><br />Una tale sublimazione pu&ograve; anche diventare possibile per delle ragioni sociali; da cui il malcontento nei riguardi della posizione imposta dalle condizioni sociali. Dal punto di vista metodologico bisogna anche domandarsi come il carattere innegabilmente razionale dell&rsquo;attivit&agrave; si concilii col suo significato irrazionale, che &egrave; pur esso innegabile. E&rsquo; per guadagnarsi la vita, dunque per delle ragioni economiche, razionali, che il pittore dipinge, che l&rsquo;ingegnere costruisce, che il chirurgo opera e che il ginecologo assiste. Il lavoro, inoltre, &egrave; un fattore sociale, quindi perfettamente razionale. Come si pu&ograve; conciliare questo fatto con la spiegazione psicoanalitica secondo la quale l&rsquo;individuo, nel proprio lavoro, sublima un istinto ch&rsquo;egli soddisfa per questa via indiretta?<br />Molti psicoanalisti non apprezzano nel suo giusto valore il carattere razionale dell&rsquo;attivit&agrave; umana. Si trova fra di essi una confusione filosofica che non vuole vedere nei prodotti dell&rsquo;attivit&agrave; umana se non la proiezione e la soddisfazione degli istinti. Un analista ha per&ograve; fatto notare, ironicamente, che un aeroplano era certo un simbolo del pene, ma che nello stesso tempo poteva servire a volare da Berlino a Vienna.<br /><br />Il problema del rapporto fra il razionale e l&rsquo;irrazionale[12] si pone anche in un altro ordine di fatti. I lavori della terra, si tratti di aratura o di semina, per la societ&agrave; come per l&rsquo;individuo, tendono alla produzione di alimenti. Ma questi atti hanno anche il senso simbolico di un incesto con la madre (&ldquo;la terra, madre nutrice&rdquo;)[13]. Il razionale attira il simbolico, si riempie di significato simbolico. Il rapporto fra l&rsquo;attivit&agrave; razionale e il significato irrazionale, simbolico, che essa possiede, appare nel ritmo di due funzioni: penetrazione di uno strumento in una qualsiasi materia, piantagione di un germe e produzione di un frutto, da parte della materia lavorata in questo modo. Cos&igrave; il simbolismo &egrave; giustificato. Il fatto che la madre debba, come la terra, portare i suoi frutti, dopo essere stata lavorata con uno strumento (simbolo del pene), mostra che ci&ograve; che sembrava privo di senso ne possiede e che tutto il simbolismo poggia sul fondo di realt&agrave;. Molte popolazioni primitive erigono dei falli - simboli di fecondit&agrave; - sui campi che hanno seminato, e questo atto magico, obiettivamente inutile, chiarisce un certo aspetto del rapporto fra il razionale e l&rsquo;irrazionale: si tratta qui di un tentativo magico fatto per meglio raggiungere un determinato scopo, mettendo in azione dei mezzi irrazionali. L&rsquo;atto razionale, in questo caso lavoro e semina, non &egrave; per questo trascurato.<br /><br />Il rapporto sessuale che appare irragionevolmente nell&rsquo;agricoltura come un elemento simbolico &egrave;, in se stesso, utile e sensato, serve alla soddisfazione del bisogno sessuale, come l&rsquo;atto di seminare serve all&rsquo;istinto di conservazione. Una volta ancora noi vediamo che non vi sono delle contraddizioni assolute e che la contraddizione fra il razionale e l&rsquo;irrazionale &egrave; risolta cos&igrave; in modo dialettico.<br />Il fatto dialettico che nel razionale si trovi dell&rsquo;irrazionale, e viceversa, dev&rsquo;essere considerato pi&ugrave; da vicino. L&rsquo;esperienza psicoanalitica permette di dare a questo discorso una risposta. Essa insegna che le attivit&agrave; umane socialmente utili possono acquistare un significato simbolico, ma non l&rsquo;acquistano necessariamente. E cos&igrave; accade nel sogno, per esempio, quando sorge l&rsquo;immagine di un coltello o di un albero: esso pu&ograve; essere un simbolo del pene, ma non lo &egrave; necessariamente, poich&eacute; il soggetto pu&ograve; aver pensato ad un coltello o ad un albero reale. E quando il simbolo appare nel sogno, il senso razionale non ne &egrave; affatto escluso: infatti, se si cerca di sapere attraverso l&rsquo;analisi perch&eacute; il pene &egrave; stato rappresentato proprio sotto la forma di un coltello o di un albero, invece che come un bastone o un altro oggetto, si trova, nella maggior parte dei casi, una spiegazione razionale. E&rsquo; cos&igrave; che una ninfomane si masturbava con un coltello che, senza dubbio, rappresentava un pene. Ma la scelta del coltello era stata determinata dal fatto che sua madre le aveva un giorno lanciato un coltello che l&rsquo;aveva ferita. Nella sua masturbazione predominava l&rsquo;idea che con il coltello essa dovesse distruggere il suo organismo. Questo modo di agire, divenuto pi&ugrave; tardi irrazionale, era dapprima del tutto razionale e serviva alla soddisfazione sessuale.<br />Alla luce di questi esempi che potremmo moltiplicare all&rsquo;infinito, si vede che tutti gli atti che appaiono irrazionali, quando li si esamini, hanno avuto, in un determinato momento, un significato razionale. Ogni sintomo, irrazionale in se stesso, possiede un senso quando l&rsquo;analista lo sa mettere in rapporto con la sua origine. Il risultato di questa concezione &egrave; che tutta l&rsquo;azione infantile-istintiva, che corrisponde alla tendenza razionale verso il piacere, diviene azione irrazionale quando ha sub&igrave;to una rimozione o una sorte analoga.<br /><br />L&rsquo;elemento primitivo &egrave; dunque il razionale.<br />Prendiamo ad esempio la costruzione meccanica; vi troviamo degli elementi irrazionali, come la soddisfazione simbolica di un desiderio inconscio[14]. Il che vuol dire che, nella sublimazione, una forza istintiva che aveva gi&agrave; nell&rsquo;infanzia aspirato alla soddisfazione si &egrave; trovata deviata dal suo fine primitivo dall&rsquo;educazione e si &egrave; orientata in un&rsquo;altra direzione. Ma l&rsquo;impulso &egrave; diventato irrazionale nel momento in cui il soggetto ha realmente rinunciato allo scopo primitivo, pur continuando a tendere verso di esso nella sua immaginazione. Se l&rsquo;istinto trova nella sublimazione un obiettivo nuovo, il vecchio impulso divenuto irrazionale si confonde con la nuova azione razionale e appare cos&igrave; come la sua giustificazione irrazionale. E&rsquo; quanto dimostra schematicamente anche l&rsquo;istinto della conoscenza che si soddisfa pi&ugrave; tardi, per esempio, nell&rsquo;attivit&agrave; del medico.<br />Prima fase: l&rsquo;istinto sessuale di conoscenza &egrave; razionalmente orientato verso l&rsquo;osservazione del corpo e degli organi genitali. Scopo razionale: soddisfazione dell&rsquo;istinto di conoscenza.<br />Seconda fase: la soddisfazione diretta &egrave; esclusa. L&rsquo;istinto non &egrave; pi&ugrave; soddisfatto, l&rsquo;impulso diventa irrazionale nelle condizioni sociali esistenti.<br />Terza fase: l&rsquo;istinto trova una nuova forma di attivit&agrave; che presenta un&rsquo;analogia di contenuto con la prima. Il soggetto diventa medico e contempla di nuovo dei corpi e degli organi genitali, come una volta da bambino. Egli fa dunque la stessa cosa e tuttavia qualcosa di diverso; nella misura in cui la sua attivit&agrave; deriva dalla situazione infantile essa &egrave; inutile ed irrazionale; per quanto riguarda la sua attuale funzione sociale, essa &egrave; sensata.<br /><br />Il che significa dunque che la funzione sociale decide del carattere razionale o irrazionale di un&rsquo;attivit&agrave;, nello stesso modo in cui la trasformazione del carattere di un&rsquo;attivit&agrave;, che passa dal razionale all&rsquo;irrazionale e viceversa, dipende dalla posizione sociale dell&rsquo;individuo in quel momento determinato. Lo stesso modo di agire del medico, che pu&ograve; essere privo di senso nel suo gabinetto di consultazione, diviene sensato nella sua vita privata, per esempio, nell&rsquo;atto sessuale: e quel che era sensato nel suo gabinetto perde questo carattere nella&nbsp; stessa situazione privata.<br />Ma queste considerazioni autorizzano ad affermare che la psicoanalisi, grazie al suo metodo - che le permette di scoprire le radici istintive dell&rsquo;attivit&agrave; sociale dell&rsquo;individuo - e grazie alla teoria dialettica degli istinti, &egrave; chiamata ad illuminare nel dettaglio le ripercussioni psichiche dei rapporti sociali di produzione, ossia a spiegare la formazione delle ideologie &ldquo;nella testa umana&rdquo;.<br /><br />Fra questi due estremi: la struttura economica della societ&agrave; e la sovrastruttura ideologica, di cui la concezione materialistica della storia ha definito nel complesso i rapporti causali, la concezione psicoanalitica della psicologia dell&rsquo;uomo sociale inserisce una serie di anelli intermedi.<br />Essa pu&ograve; mostrare che la struttura economica della societ&agrave; non si trasforma direttamente in ideologia &ldquo;nella testa umana&rdquo;; il bisogno di nutrimento, infatti, le cui forme di espressione dipendono dalle condizioni economiche, agisce, modificandole, sulle funzioni dell&rsquo;energia sessuale, molto pi&ugrave; plastica; e questa reazione sociale ai bisogni sessuali, ch&rsquo;essa limita nei loro fini diretti, d&agrave; luogo continuamente, sotto forma di libido sublimata, a nuove forze produttive nel processo del lavoro sociale, in parte direttamente, sotto forma di forza di lavoro, in parte indirettamente, sotto forma di risultati altamente sviluppati della sublimazione sessuale, come la religione, la morale in genere, la morale sessuale in particolare, la scienza, ecc. In questo modo, la psicoanalisi si inserisce razionalmente nella concezione razionalistica della storia, in un punto preciso e determinato: nel punto in cui cominciano a presentarsi i problemi psicologici, quei problemi evocati da Marx nella frase in cui dice che il modo di vita materiale si trasforma in idee nel cervello umano. Il processo della libido nello sviluppo sociale &egrave;, per conseguenza, secondario; esso dipende da questo sviluppo sociale, bench&eacute; intervenga in esso in maniera decisiva, poich&eacute; la libido sublimata diviene forza di lavoro e forza produttiva.<br /><br />Ma, se il processo della libido &egrave; l&rsquo;elemento secondario, bisogna allora chiedersi quale sia il senso storico del complesso di Edipo. Si &egrave; visto che la psicoanalisi concepisce in modo dialettico, anche se inconsapevolmente, tutti i processi mentali; solo il complesso di Edipo sembra essere nella sua teoria un isolotto fisso in mezzo a fenomeni che si muovono.<br />E&rsquo; forse il complesso di Edipo concepito in modo non storico, come qualcosa di immutabile, come un dato fisso della natura umana? O piuttosto non &egrave; la forma familiare base del complesso di Edipo che si mantiene relativamente fissa da secoli?<br />Jones[15] sembra ammettere la prima ipotesi; in una discussione con Malinowski[16] sul complesso di Edipo nelle societ&agrave; matriarcali, egli afferma che questo complesso &egrave; la &laquo;fons et origo&raquo; di tutto. Questa concezione &egrave; senza dubbio idealistica, perch&eacute; presentare i rapporti del bambino con il padre e la madre, rapporti che costituiscono una scoperta contemporanea, come identici in tutte le societ&agrave;, equivale ad ammettere che il modo di esistenza sociale &egrave; invariabile.<br />Supporre che il complesso di Edipo sia eterno, sarebbe credere che la forma della famiglia che gli serve di sostegno sia assoluta ed immutabile, ed equivarrebbe a pensare che l&rsquo;umanit&agrave;, per natura, sia sempre stata tale e quale essa ci appare oggi. Il complesso di Edipo vale per tutte le societ&agrave; patriarcali; ma, secondo le ricerche di Malinowski, le relazioni fra bambini e genitori sono cos&igrave; diverse nelle societ&agrave; matriarcali che non si pu&ograve; quasi parlare del complesso di Edipo in queste societ&agrave;. Secondo quest&rsquo;autore, il complesso di Edipo &egrave; un fatto determinato sociologicamente, la cui forma si modifica con la struttura sociale. In una societ&agrave; socialista il complesso di Edipo deve sparire, purch&eacute; la sua base sociale, la famiglia patriarcale, perda la propria ragion d'essere e sparisca. E l&rsquo;educazione collettiva dei ragazzi &egrave; talmente sfavorevole allo sviluppo delle idee morali quali si mostrano ora nella famiglia, le relazioni dei bambini fra di loro e con gli educatori talmente molteplice e mobile, che la nozione di &ldquo;complesso di Edipo&rdquo; - che significa che si desidera la propria madre e che si vuole uccidere il proprio padre, il rivale - perde di ogni senso. Si tratta di intendersi sulle definizioni e di sapere se si chiamer&agrave; &ldquo;complesso edipico&rdquo; l&rsquo;incesto reale, quale esisteva ai tempi primitivi, o se si riserva a questa espressione il desiderio di incesto rimosso e la rivalit&agrave; con il padre reale. Questo significa soltanto che una delle tesi fondamentali della psicoanalisi vedr&agrave; la propria validit&agrave; restringersi a delle forme sociali determinate.<br />Questo significa anche che il complesso di Edipo &egrave; caratterizzato, almeno nella sua forma attuale, come fatto socialmente e, in un&rsquo;ultima analisi, economicamente condizionato. Date le divergenze degli etnologi &egrave; attualmente ancora impossibile risolvere il problema dell&rsquo;origine della rimozione sessuale.<br />Freud che in Totem e Tab&ugrave;, s&rsquo;appoggia sulla teoria darwiniana dell&rsquo;&ldquo;orda primitiva&rdquo;, fa del complesso di Edipo la causa della rimozione sessuale.<br />Ma l&rsquo;osservazione della societ&agrave; matriarcale non ha mostrato chiaramente nessuna traccia. Secondo le ricerche di Bachofen-Morgan-Engels, &egrave; possibile concepire il complesso edipico e la forma familiare che &egrave; alla sua base come una conseguenza della rimozione sessuale. In ogni modo la psicoanalisi si priverebbe certamente di nuove possibilit&agrave; di investigazione nel campo sociale e pedagogico, se volesse negare la dialettica che ha essa stessa messo in evidenza nella vita mentale.<br />&nbsp;<br />&nbsp;<br /><strong>IV. LA POSIZIONE SOCIOLOGICA DELLA PSICOANALISI.</strong><br />&nbsp;<br />Se prendiamo ora la psicoanalisi come oggetto di considerazione sociologiche, ci troviamo di fronte le seguenti questioni:<br />&nbsp;<br />1) A quali fatti sociologici la psicoanalisi deve la sua nascita? Qual &egrave; il suo significato sociologico?<br />2) Qual &egrave; il suo posto nella societ&agrave; attuale?<br />3) Qual &egrave; il suo compito nel socialismo?<br />&nbsp;<br />Rispondiamo a queste domande.<br />1) Come tutti gli altri fenomeni sociali, la psicoanalisi &egrave; legata ad una data tappa dello sviluppo sociale; anch&rsquo;essa appare ad un determinato stadio dei rapporti di produzione. Come il marxismo, essa &egrave; un prodotto dell&rsquo;era capitalistica, ma non &egrave; direttamente legata, come il marxismo, alla struttura economica della societ&agrave;.<br />Tuttavia, i legami indiretti che li collegano possono essere messi chiaramente in evidenza: la psicoanalisi &egrave; una reazione alla sovrastruttura ideologica, alle condizioni culturali e morali che formano l&rsquo;atmosfera dell'uomo sociale. Si tratta qui delle condizioni sessuali quali derivano dalle ideologie religiose in argomento. La rivoluzione borghese del XIX secolo spazz&ograve; via in gran parte il modo di produzione feudale e oppose le proprie idee liberali alla religione e alle sue leggi morali. Ma la rottura con la morale religiosa si preparava gi&agrave; (in Francia per esempio) dall&rsquo;epoca della rivoluzione francese; la borghesia sembrava portare in s&eacute; il germe di una morale, particolarmente di una morale sessuale, opposta a quella della Chiesa.<br />Ma, una volta consolidato il proprio potere e l&rsquo;economia capitalistica, la borghesia divenne reazionaria, si riconcili&ograve; con la religione, di cui aveva bisogno per mantenere nell&rsquo;oppressione il proletariato apparso alla ribalta, e riprese anche, sotto una forma un po&rsquo; modificata ma in fondo intatta, la morale sessuale della Chiesa.<br /><br />La condanna della sessualit&agrave;, la monogamia, la castit&agrave; preconiugale e, per conseguenza, le distorsioni della sessualit&agrave; maschile ebbero quindi un nuovo significato economico, capitalista questa volta. La borghesia, che aveva rovesciato il feudalesimo, riprese in gran parte le abitudini e i bisogni culturali della feudalit&agrave;; essa dovette egualmente distinguersi dal &ldquo;popolo&rdquo; con le leggi morali adatte, che restringevano anche sempre pi&ugrave; i primitivi bisogni sessuali. Nella classe borghese, per ragioni economiche, la libert&agrave; sessuale &egrave; completamente soffocata fino al matrimonio, e la giovent&ugrave; maschile cerca le soddisfazioni dei sensi fra le donne e le ragazze del proletariato. Cos&igrave;, su di una base capitalistica, &egrave; riapparsa la doppia morale. Questa morale avvilisce la sessualit&agrave; dell&rsquo;uomo e distrugge quella della donna: della donna che, proprio in virt&ugrave; della sua evoluzione, deve restar &ldquo;casta&rdquo; nel matrimonio, vale a dire frigida, poco attraente, addirittura ripugnante; il che ribadisce la doppia morale: l&rsquo;uomo continua a cercare la soddisfazione fra le donne del proletariato, che egli disprezza per sentimento di classe, e nello stesso tempo &egrave; obbligato a salvare le apparenze di una &ldquo;moralit&agrave;&rdquo; irreprensibile; dentro di s&eacute; egli si ribella contro la moglie, ma esteriormente fa mostra di sentimenti esattamente contrari e inculca la sua ideologia al figlio e alla figlia. Ma la rimozione, l&rsquo;avvilimento sessuale durevole, divengono dialetticamente un elemento distruttore dell&rsquo;istituzione coniugale e dell&rsquo;ideologia sessuale.<br /><br />Si comincia con la prima tappa della distruzione della morale borghese: le malattie mentali si moltiplicano. La scienza borghese, imbevuta anch&rsquo;essa di pregiudizi, disprezza la sessualit&agrave; come oggetto di indagine e lascia cadere uno sguardo sdegnoso sugli autori che si impegnano in questi scottanti argomenti con sempre maggiore intensit&agrave;. Delle affezioni mentali dell&rsquo;isteria e del nervosismo generale, in continuo aumento, essa fa puramente e semplicemente il risultato dell&rsquo;eccesso di lavoro. Alla fine del XIX secolo, prende forma una ribellione contro una scienza inchiodata a degli impedimenti morali, ed &egrave; questa la seconda fase, la fase scientifica del declino della morale borghese. Dal seno stesso della classe borghese sorse uno studioso ad affermare che il nervosismo &egrave; la conseguenza della morale sessuale culturale[17] e che le nevrosi in genere sono, per il loro carattere specifico, malattie sessuali, che hanno origine da un&rsquo;eccessiva repressione sessuale. Questo studioso, Freud, viene disprezzato, messo al bando dalla scienza, trattato come un ciarlatano.<br /><br />Ma egli mantiene le sue posizioni e, per decine d&rsquo;anni, resta solo. In quest&rsquo;epoca nasce la psicoanalisi, oggetto di disgusto e di orrore non soltanto per la scienza, ma per tutto il mondo borghese, perch&eacute; essa minaccia le radici della rimozione sessuale che &egrave; uno dei pilastri di numerose ideologie conservatrici (religione, morale, ecc.). Essa fa la sua apparizione nella vita sociale nel momento in cui, nello stesso campo borghese, si rivelano gli indizi di un movimento rivoluzionario contro queste ideologie. La giovent&ugrave; borghese protesta contro la casa paterna e crea il proprio movimento, &ldquo;movimento della giovent&ugrave;&rdquo;, il cui senso nascosto &egrave; la tendenza alla libert&agrave; sessuale. Ma, poich&eacute; non si &egrave; avvicinato al proletariato, questo movimento diviene insignificante e sparisce, dopo aver raggiunto parzialmente i suoi obiettivi. I giornali borghesi liberali avevano attaccato sempre pi&ugrave; violentemente i pregiudizi religiosi. La letteratura borghese cominciava ad adottare dei punti di vista sempre pi&ugrave; larghi sulle questioni morali. Tutti questi fenomeni, che precedettero o accompagnarono l&rsquo;apparizione della psicoanalisi, si attenuarono. Il fatto &egrave; che, quando le cose diventano serie, nessuno osa andare pi&ugrave; fino al nocciolo del problema e trarre le conclusioni che si impongono. L&rsquo;interesse economico prevale e provoca perfino un&rsquo;alleanza fra il liberalismo borghese e la Chiesa.<br />Sociologicamente il marxismo significava che l&rsquo;uomo cominciava a prendere coscienza delle leggi economiche, dello sfruttamento di una maggioranza da parte di una minoranza; e anche la psicoanalisi significava che si cominciava a prendere coscienza della rimozione sessuale sociale. E questo &egrave;, dal punto di vista sociale, il senso fondamentale della psicoanalisi freudiana. Esiste tuttavia una differenza essenziale. Quando una classe sfrutta e l&rsquo;altra &egrave; sfruttata, la rimozione &egrave; un fenomeno comune a tutte e due le classi.<br /><br />Storicamente la rimozione &egrave; anche pi&ugrave; antica dello sfruttamento di una classe da parte di un&rsquo;altra. Ma essa non &egrave; quantitativamente uguale nelle due classi.<br />Agli inizi del capitalismo, non vi sono state, quasi, limitazioni o rimozioni della sessualit&agrave; nel proletariato, a giudicare dal Capitale di Marx e dalla Situazione della classe operaia in Inghilterra, di Engels.<br />La forma sessuale del proletariato era caratterizzata e influenzata soltanto dalla sua lamentevole situazione sociale (si pu&ograve; dire altrettanto ancora oggi, d&rsquo;altronde, del sottoproletariato). Ma nel corso dello sviluppo capitalistico, quando la classe dominante, nella misura in cui i suoi propri interessi lo esigevano, si accinse a prendere dei provvedimenti sociali, cominci&ograve; un imborghesimento continuo del proletariato. La rimozione sessuale oper&ograve; allora la sua rovina nella classe operaia, senza tuttavia assumere le proporzioni considerevoli che aveva raggiunto nella piccola borghesia: sempre pi&ugrave; realista del Re e osservante dell&rsquo;ideale morale del suo modello, la grande borghesia, in modo pi&ugrave; scrupoloso di quanto non lo faccia quest&rsquo;ultima, che, nella sua coscienza interiore, ha gi&agrave; respinto da lungo tempo questa morale.<br />La sorte della psicoanalisi nella societ&agrave; borghese &egrave; dunque legata all&rsquo;atteggiamento della borghesia verso la rimozione e la repressione della sessualit&agrave;.<br />&nbsp;<br />2) Il problema che si impone &egrave; il seguente: la borghesia pu&ograve; sopportare la psicoanalisi senza, a lungo andare, subire dei danni, se le nozioni e le formule psicoanalitiche non si liquefanno e non perdono a poco a poco tutto il loro significato?<br />Lo stesso creatore della psicoanalisi non ha predetto nulla di buono per l&rsquo;avvenire di quest&rsquo;ultima. Egli pensava che il mondo, non potendo sopportarla, avrebbe sminuito in una forma qualsiasi le sue scoperte. E&rsquo; chiaro che egli non alludeva che ad una parte della societ&agrave;, alla classe borghese; il proletariato non sa ancora niente della psicoanalisi; non ha ancora imparato a conoscerla. Se non possiamo ancora sapere quale sar&agrave; il suo atteggiamento verso la psicoanalisi, una quantit&agrave; sufficiente di indizi ci permetteranno per&ograve; di studiare gi&agrave; quello del mondo borghese.<br />Il significato sociale della rimozione sessuale spiega perch&eacute; la psicoanalisi non sia ammessa. Ma che cosa ne fa, il mondo borghese, della psicoanalisi, nella misura in cui esso non la condanna?<br />Ci sono due aspetti da considerare: da una parte la scienza, soprattutto la psicologia e la psichiatria, dall&rsquo;altra parte il pubblico profano. Il dubbio che Freud espresse un giorno in forma ironica, vale per l&rsquo;una e per l&rsquo;altro: se si a ccetta la psicoanalisi, diceva, sar&agrave; per mantenerla e per distruggerla?<br />Quando si incontra la psicoanalisi rimaneggiata da coloro che non la conoscono realmente, non si trova pi&ugrave; l&rsquo;opera di Freud: &laquo;Per la sessualit&agrave;, passi ancora, ma pensate alle esagerazioni [...] E che cosa ne fate dell&rsquo;etica umana? L&rsquo;analisi? Molto giusto, ma[...] la sintesi non &egrave; meno necessaria&raquo;. E quando Freud si mise ad edificare la sua dottrina dell&rsquo;io sulla sua tecnica sessuale, il mondo scientifico tir&ograve; un sospiro di sollievo: finalmente Freud cominciava a mettere un freno alle sue assurdit&agrave;; finalmente il discorso ritornava a quanto vi &egrave; di &ldquo;superiore&rdquo; nell&rsquo;uomo, e in particolare alla morale... E non passo molto tempo prima che non si sentisse parlare d&rsquo;altro che dell&rsquo;ideale dell&rsquo;io, mentre la sessualit&agrave; era &ldquo;naturalmente sottintesa&rdquo;. Si parl&ograve; di una nuova era dell&rsquo;analisi, di un Rinascimento... In una parola, la psicoanalisi divenne socialmente ammissibile.<br /><br />Non meno desolante, e pi&ugrave; ripugnante, &egrave; la situazione del grosso pubblico. Sotto la pressione della morale sessuale borghese, si &egrave; appropriato della psicoanalisi come di una moda che gli permette di soddisfare la sua lubricit&agrave;. Si analizzano mutualmente i propri complessi; in salotto, all&rsquo;ora del th&egrave;, si parla del simbolismo del sogno. Si discute, senza la minima competenza. Si &egrave; per o contro l&rsquo;analisi. E l&rsquo;uno si entusiasma per la grandiosa<br />&rdquo;ipotesi&rdquo;, mentre l&rsquo;altro, non meno ignoro, &egrave; convinto che Freud &egrave; un ciarlatano e la sua teoria una semplice bolla di sapone. Del resto - domanda il &ldquo;critico&rdquo; - cosa vuol dire questa ipertrofia esclusiva della sessualit&agrave; come se non ci fosse niente di pi&ugrave; elevato? E anche lui non sa pi&ugrave; parlar d&rsquo;altro che di sessualit&agrave;.<br />In America si formano delle associazioni e dei clubs di discussioni psicoanalitiche: il momento &egrave; favorevole, bisogna che sia messo a profitto: si consuma la propria sessualit&agrave; insoddisfatta e si guadagnano intanto molti soldi per mezzo di una pratica che osa chiamarsi psicoanalisi.<br />La &ldquo;psicoanalisi&rdquo; &egrave; diventata un buon affare.<br />Abbiamo appena visto come stanno le cose fuori della psicoanalisi. Come stanno nella psicoanalisi? Diserzione su diserzione; i ricercatori non resistono alla pressione della rimozione sessuale. Jung mette sottosopra tutta la teoria psicoanalitica, tuttavia sempre solidamente piantata sui suoi piedi, per farne una religione dove non si fa pi&ugrave; nessuna questione di sessualit&agrave;.<br />E la rimozione sessuale porta Adler alla tesi che la sessualit&agrave; non &egrave; che una manifestazione dell&rsquo;istinto di potenza, e con tale affermazione egli si stacca dalla psicoanalisi.<br /><br />Rank, che era stato uno degli allievi pi&ugrave; dotati di Freud, diluisce il concetto della libido nella psicologia dell&rsquo;io, giunge alla sua teoria del corpo materno e del trauma della nascita, finendo per rinnegare le nozioni fondamentali della psicoanalisi. Senza sosta la rimozione sessuale opera contro la psicoanalisi. Il lavoro di raddolcimento e di attenuazione, tendente al compromesso, eseguito dagli psicoanalisti stessi, mostra quanto questi ultimi siano socialmente ed economicamente asserviti. Dopo la comparsa dell&rsquo;opera di Freud intitolata<br />L&rsquo;io e l&rsquo;es, si parla ancora a malapena della libido, e si cerca di ricondurre all&rsquo;io tutta la teoria delle nevrosi; si proclama che la scoperta del senso di colpa costituisce la prima autentica gloria di Freud e che soltanto ora si arriva al fondo delle cose.<br />La tendenza al compromesso e alla capitolazione davanti alla morale sessuale borghese appare, nel modo pi&ugrave; netto, nella terapeutica delle nevrosi, dove si tratta di applicare praticamente all&rsquo;individuo, nella societ&agrave; capitalistica, una teoria altamente rivoluzionaria.<br />La situazione sociale dello psicoanalista gli impedisce di spiegare francamente che la morale sessuale di oggi, che il matrimonio, la famiglia borghese, l&rsquo;educazione borghese, non possono conciliarsi con la cura psicoanalitica radicale delle nevrosi. Si ha un bel riconoscere che le condizioni familiari sono desolanti, che l&rsquo;ambiente del malato &egrave; di solito il maggior ostacolo alla sua guarigione, si esita - per delle ragioni facili a comprendersi - a trarre da queste constatazioni le conclusioni che esse richiedono. Si giunge anche a snaturare il senso del principio di realt&agrave; e dell&rsquo;adattamento alla realt&agrave;, intendendo con esso la totale sottomissione alle esigenze sociali che hanno generato la nevrosi.<br />L&rsquo;attuale modo, nettamente capitalistico, di sopravvivenza della psicoanalisi la soffoca, dunque, dal di dentro e dal di fuori. Freud ha ragione: la sua scienza declina. Ma noi aggiungiamo: nella societ&agrave; borghese.<br /><br />Se essa non vi si adatta, la psicoanalisi non subir&agrave; danni; ma se essa vi si adatta, l&rsquo;attende la stessa morte del marxismo nelle mani dei socialisti riformisti, ossia la morte per lenta degenerazione, soprattutto a causa dell&rsquo;abbandono della teoria della libido. La scienza ufficiale, n&eacute; prima n&eacute; dopo il suo adattamento, non ne vorr&agrave; mai sentir parlare, perch&eacute; il suo asservimento sociale le impedisce di adottarla. Gli psicoanalisti, che la diffusione della psicoanalisi rende ottimisti, sbagliano grossolanamente: questa diffusione segna proprio l&rsquo;inizio del suo declino.<br />Poich&eacute; la psicoanalisi applicata senza nessuna attenuazione scalza l&rsquo;ideologia borghese e poich&eacute;, inoltre, l&rsquo;economia socialista costituisce la libera base di un spiegarsi dell&rsquo;intelletto e della sessualit&agrave;, la psicoanalisi non pu&ograve; avere avvenire che nel socialismo.<br />&nbsp;<br />3) Abbiamo visto che la psicoanalisi non pu&ograve; trarre da se stessa una concezione del mondo, un sistema filosofico, e, per conseguenza, che essa non pu&ograve; rimpiazzare nessuno dei sistemi filosofici esistenti; ma essa porta con s&eacute; una revisione dei valori; applicata praticamente all&rsquo;individuo, distrugge la religione, l&rsquo;ideologia sessuale borghese e libera la sessualit&agrave;. Ora, queste sono proprio le funzioni ideologiche del marxismo. Anch&rsquo;esso rovescia i vecchi valori con la rivoluzione economica e la sua filosofia materialistica; la psicoanalisi fa, o potrebbe fare, lo stesso nel campo psicologico. Ma, condannata a restare socialmente inefficace nella societ&agrave; borghese, essa non pu&ograve; divenire efficiente che dopo il successo della rivoluzione sociale. Molti analisti credono ch&rsquo;essa possa trasformare il mondo per via d&rsquo;evoluzione e sostituire anche la rivoluzione sociale. E&rsquo; un&rsquo;utopia, fondata sull&rsquo;assoluta ignoranza delle cose economiche e politiche.<br />&nbsp;<br />L&rsquo;importanza sociale futura della psicoanalisi sembra concentrarsi in tre campi di studio:<ol><li>Nell&rsquo;esplorazione della storia dell&rsquo;umanit&agrave; primitiva, come scienza ausiliaria nel quadro del materialismo storico. La storia primitiva, condensata nei miti, nelle abitudini e i costumi delle popolazioni primitive attuali, non &egrave; accessibile dal punto di vista metodologico alla dottrina sociale di Marx. Questo lavoro pu&ograve; divenire fecondo soltanto se gli analisti ricevono una solidissima formazione sociale ed economica e rinunciano alle concezioni individualistiche e idealistiche dello sviluppo storico.</li></ol> &nbsp;<ol><li>Nel campo dell&rsquo;igiene mentale, che non si pu&ograve; sviluppare che sulla base di un&rsquo;economia socialista. In un&rsquo;economia ordinata si pu&ograve; pretendere un&rsquo;economia libidinale ordinata, cosa completamente impossibile in regime borghese, o accessibile, tutt&rsquo;al pi&ugrave;, a qualche individuo isolato. E&rsquo; soltanto nel socialismo che la terapeutica individuale delle nevrosi pu&ograve; trovare un campo d&rsquo;azione degno di lei.</li></ol> &nbsp;<ol><li>Nel campo dell&rsquo;educazione, come base psicologica dell&rsquo;educazione socialista. Data la sua conoscenza dello sviluppo mentale del bambino, la psicoanalisi deve essere considerata come indispensabile. Nella societ&agrave; borghese essa &egrave;, come scienza ausiliaria della pedagogia, condannata alla sterilit&agrave;, se non a qualcosa di peggio. In questa societ&agrave; non si pu&ograve; educare il bambino in altro modo che secondo lo spirito borghese; cambiare un sistema educativo con un altro &egrave; dedicarsi ad una modificazione illusoria, finch&eacute; sussiste l&rsquo;attuale regime; cos&igrave;, prima della rivoluzione, la pedagogia psicoanalitica non pu&ograve; essere applicata che nel senso della societ&agrave; borghese. Ma i pedagoghi che si impegnano per modificare questa societ&agrave; rischiano la stessa sorte di quel prete che, avendo visitato un agente di assicurazioni ateo in punto di morte, lo lasci&ograve; senza averlo convertito, ma non senza aver sottoscritto una polizza di assicurazione. La societ&agrave; &egrave; pi&ugrave; forte delle aspirazioni di qualcuno dei suoi membri isolati.</li></ol><br /><br /><br />&nbsp;<br />[1] Vedi E. Kohn, Lassalle, le chef, Editions Psichana litiques Internationales, 1926.<br />&nbsp;<br /><br />[2] Naturalmente il metodo e la scienza non sono praticamente isolabili l&rsquo;uno dall&rsquo;altra; essi si compenetrano. La distinzione non serve che alla comprensione delle nozioni.<br />&nbsp;<br /><br />[3] K. A. Wittfogel, La scienza nella societ&agrave; borghese [N.d.r.: la grassettatura &egrave; del curatore]<br />&nbsp;<br /><br />[4] &laquo;Il materialismo del secolo scorso era in gran parte meccanicistico perch&eacute; a quell&rsquo;epoca, di tutte le scienze naturali, soltanto la meccanica [...] era giunta a qualche risultato. La chimica non esisteva che nella sua forma primitiva, flogistica. La biologia era ancora in fasce. L&rsquo;organismo vegetale e animale non era stato ancora studiato se non grossolanamente e non veniva spiegato che per mezzo di cause puramente meccaniche. Per i materialisti del XVIII secolo, l&rsquo;uomo era una macchina, proprio come l&rsquo;animale per Descartes.<br />Questa applicazione esclusiva della meccanica a dei fenomeni d&rsquo;ordine chimico e organico, in cui le leggi meccaniche agiscono, s&igrave;, certamente, ma sono poste in secondo piano da leggi di ordine superiore, costituisce una restrizione specifica, ma inevitabile, del materialismo francese classico.&raquo; (F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, Ed. International, Savona, 1969).<br />&nbsp;<br /><br />[5] [N.d.r.: K. Marx, ad Feurbach, n. I, in De l&rsquo;abolition de l&rsquo;&eacute;tat &agrave; la constitution de la soci&eacute;t&eacute; humaine, &OElig;uvres, vol. III, Philosophie, p. 1029, a cura di Maximilien Rubel, Biblioth&egrave;que de la Pl&eacute;iade, Gallimard, Parigi, 1982. La traduzione originariamente riportata nella versione italiana del testo di Reich, qui ripresa, era tratta dall&rsquo;edizione International (Savona, 1969), di cui alla nota precedente; non avendo potuto consultare tale versione in originale, ci si &egrave; limitati a rilevare l&rsquo;improponibile lettura offerta di tale brano di Marx nella citazione trascritta nell&rsquo;articolo da noi riproposto, fra l&rsquo;altro estremamente diversa da quella rintracciabile nella traduzione delle Tesi su Feurbach diffusa in Italia da Editori Riuniti in K. Marx, F. Engels, Opere scelte, p. 187, Roma, 1969. Per cavarci dal dilemma si &egrave; optato per la versione di tale scritto di Marx fornita dall&rsquo;edizione completa delle sue opere offerta in lingua francese da Maximilien Rubel, il quale costituisce un&rsquo;indiscussa garanzia di corretta interpretazione del manoscritto originale del Moro.]<br />&nbsp;<br /><br />[6] [N.d.r.: valgano anche qui le medesime considerazioni di cui alla nota precedente: la traduzione offerta al lettore &egrave; tratta dalla medesima gi&agrave; citata fonte fornitaci da M. Rubel, Ibidem, p. 1030.]<br />&nbsp;<br /><br />[7] Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, in Opere complete, Rinascita, Roma, 1955.<br />&nbsp;<br /><br />[8] Freud, Tre memorie sulla teoria sessuale, in Sigmund Freud, Opere 1886/1905, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 989-1046.<br />&nbsp;<br /><br />[9] Al di l&agrave; del principio del piacere; l'IO e l'ES, in Sigmund Freud, Opere 1905/1921, Newton Compton, Roma, 1992, pp. 1099-1139.<br />&nbsp;<br /><br />[10] Cfr. Lenin, Op.Cit.<br />&nbsp;<br /><br />[11] &laquo;Se ora si stravolge la questione presentando il fattore economico come il solo determinante, si giunge a fare di questa frase una frase astratta, assurda, che non significa nulla&raquo; (F. Engels).<br />&nbsp;<br /><br />[12] &ldquo;Razionale&rdquo; &egrave; preso qui nel senso di opportuno, utile; &ldquo;irrazionale&rdquo; nel senso di inopportuno, inutile.<br />&nbsp;<br /><br />[13] Naturalmente per l&rsquo;individuo che compie questo lavoro, non per la collettivit&agrave;.<br />&nbsp;<br /><br />[14] Ancora una volta per l&rsquo;ingegnere isolato (Queste note sarebbero superflue se tali tesi non fossero spesso fraintese e collegate alla collettivit&agrave;. Ho chiaramente sottolineato nel primo capitolo che l&rsquo;oggetto della psicoanalisi &egrave; l&rsquo;individuo).<br />&nbsp;<br /><br />[15] Jones, Imago, 1928.<br />&nbsp;<br /><br />[16] Malinowsky, Sesso e repressione sessuale tra i selvaggi, Boringhieri, Torino, 1969.<br />&nbsp;<br /><br />[17] S. Freud, La morale sessuale &ldquo;culturale&rdquo; e la nervosit&agrave; moderna, in Sigmund Freud, Op.Cit., Newton Compton, Roma, 1992, pp. 179-192. Cfr. inoltre tu tti i suoi lavori sulla teoria delle Nevrosi.<br /><br /><br />&nbsp;* Il presente testo &egrave; stato tratto dalla traduzione fattane da Elvio Fachinelli nel 1966 e comparsa, in quell&rsquo;anno, su &ldquo;Quaderni Reichiani&rdquo;. Il curatore di questa versione ha per&ograve; giustamente optato per un puntuale raffronto con l&rsquo;edizione in lingua francese, da cui essa &egrave; tradotta, che fu pubblicata per i tipi di Edition Git le C&oelig;ur 28, Rue Geoffroy, Saint Hilaire, Paris V, 1929, col titolo Materialisme dialectique et psichanalise: da ci&ograve; alcune non superflue differenze con la prima versione offerta a suo tempo da Fachinelli, reperibili nello scritto proposto alla nostra rivista da Sergio Ghirardi. Precisiamo infine che un&rsquo;altra edizione italiana di Materialismo dialettico e psicanalisi comparve per i tipi di Underground La Fiaccola di Catania nel febbraio del 1972, ma la traduzione offerta anche in questo caso sarebbe meritevole di ampi riscontri sull&rsquo;originale.<br />(tratto da http://web.tiscali.it/visavis/)</div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La giustizia sociale è più importante per la salute mentale che la terapia e il farmaco, ha dichiarato il portavoce dell’ONU]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-giustizia-sociale-e-piu-importante-per-la-salute-mentale-che-la-terapia-e-il-farmaco-ha-dichiarato-il-portavoce-dellonu]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-giustizia-sociale-e-piu-importante-per-la-salute-mentale-che-la-terapia-e-il-farmaco-ha-dichiarato-il-portavoce-dellonu#comments]]></comments><pubDate>Tue, 24 Dec 2019 08:28:40 GMT</pubDate><category><![CDATA[Uncategorized]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-giustizia-sociale-e-piu-importante-per-la-salute-mentale-che-la-terapia-e-il-farmaco-ha-dichiarato-il-portavoce-dellonu</guid><description><![CDATA[di Maria Fernanda AlonsoIl Dr. Dainius P&#363;ras, principale portavoce dell&rsquo;ONU sulla salute, ha sostenuto che le misure per combattere la disuguaglianza e la discriminazione sarebbero pi&ugrave; efficaci nella lotta contro le malattie mentali dell&rsquo;enfasi posta sui farmaci e sulla terapia negli ultimi 30 anni. L&rsquo;austerit&agrave;, la diseguaglianza e l&rsquo;insicurezza lavorativa non solo sono dannose per la salute mentale, ma la suscitano (&laquo;United Nations Official Docum [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<div class="paragraph"><font size="3">di <strong>Maria Fernanda Alonso</strong><br /><br />Il Dr. Dainius P&#363;ras, principale portavoce dell&rsquo;ONU sulla salute, ha sostenuto che le misure per combattere la disuguaglianza e la discriminazione sarebbero pi&ugrave; efficaci nella lotta contro le malattie mentali dell&rsquo;enfasi posta sui farmaci e sulla terapia negli ultimi 30 anni. L&rsquo;austerit&agrave;, la diseguaglianza e l&rsquo;insicurezza lavorativa non solo sono dannose per la salute mentale, ma la suscitano (&laquo;United Nations Official Document&raquo;, s. f.).<br /><br />Dalla crisi finanziaria del 2008, le politiche che hanno accentuato la divisione, la diseguaglianza e l&rsquo;isolamento sociale sono state dannose per l&rsquo;equilibrio mentale. &ldquo;Le misure di austerit&agrave; non hanno contribuito positivamente alla buona salute mentale&rdquo;, ha detto P&#363;ras. &ldquo;Le persone si sentono insicure, si sentono ansiose, non godono di un benessere emozionale a causa di questa situazione di insicurezza&rdquo;.<br /><br />&ldquo;Il modo migliore per investire sulla salute mentale delle persone &egrave; creare un ambiente favorevole in tutti i contesti, nella famiglia, nel luogo di lavoro. Poi, certamente, c&rsquo;&egrave; bisogno di servizi [terapeutici], ma non devono essere basati su un modello biomedico eccessivo&rdquo;. Aggiunge che questa sarebbe il miglior &ldquo;vaccino&rdquo; contro le malattie mentali, e segnala che sarebbe molto meglio dell&rsquo;eccessivo uso di farmaci psicotropi che si registra attualmente.</font><br /></div>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <div class="paragraph"><font size="3">Hanno cercato duramente di curare malattie mentali come se fossero malattie fisiche, attraverso la &ldquo;buona medicina&rdquo;, senza pensare ai fattori sociali che causano o contribuiscono a creare alcuni disturbi mentali. Negli ultimi 20 anni, la prescrizione di farmaci psicotropi per trattare le malattie mentali, particolarmente gli antidepressivi, &egrave; esplosa in tutto il mondo.<br />P&#363;ras dichiara che questa &egrave; una risposta inadeguata, e che la salute mentale della popolazione generale miglioerer&agrave; quando i governi prenderanno sul serio questioni come la diseguaglianza, la povert&agrave; e la discriminazione.<br /><br />Le ultime cifre dell&rsquo;Organizzazine Mondiale della Sanit&agrave; (OMS) suggeriscono che 970 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di qualche tipo di angoscia mentale, e la prevalenza di condiuzioni come la depressione e l&rsquo;ansia sono aumentate di oltre il 40 % negli ultimi 30 anni.<br />Nella misura in cui l&rsquo;accettazione della malattia mentale &egrave; cresciuta, il numero di persone che cercano le cure &egrave; cresciuto in maniera esponenziale, travolgendo i servizi in molti paesi. Il fenomeno ha diviso gli esperti in coloro che vedono la malattia mentale come un cattivo funzionamento prevalentemente biologico e neurologico, trattabile con farmaci e terapia, e coloro che credono che sia molto pi&ugrave; psicosociale, il risultato di politiche di governo, di atomizzazione, di povert&agrave;, di disuguaglianza e di insicurezza.<br /><br />&ldquo;La diseguaglianza &egrave; un ostacolo chiave per la salute mentale a livello mondiale&rdquo;, dice il rapporto di P&#363;ras. &ldquo;Molti fattori di rischio per una cattiva salute mentale sono strettamente associati alle disuguaglianze nelle condizioni di vita quotidiana. Molti fattori di rischio sono anche correlati con l&rsquo;impatto corrosivo del vedere la vita come qualcosa di ingiusto&rdquo;.<br />Per migliorare la salute mentale, P&#363;ras esige, tra le altre cose, di ridurre la disuguaglianza e l&rsquo;esclusione sociale, migliori programmi per la prima infanzia e per la scuola, interventi rapidi per appoggiare coloro che soffrono esperienze infantili avverse, una miglior sindacalizzazione della forza lavoro e un miglior benessere sociale.<br /><br />Si riferisce criticamente anche &ldquo;all&rsquo;enorme influenza delle compagnie farmaceutiche nella diffusione di informazioni distorte sui problemi di salute mentale&rdquo;, e afferma che gli Stati dovrebbero contrastare questo fatto. I governi potrebbero fare molto per prevenire le malattie mentali, dice, invece di enfatizzare le cure biomediche.<br />&nbsp;<br /><strong>Riferimento</strong>:<br />Documento Ufficiale delle Nazioni Unite (s. f.). Recuperato il 6 agosto 2019 da<br /><a href="https://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/HRC/41/34" target="_blank">https://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/HRC/41/34</a><br /><br /><strong>Fonte</strong>: <a href="https://www.theguardian.com/society/2019/jun/24/austerity-and-inequality-fuelling-mental-illness-says-top-un-envoy?CMP=share_btn_fb&amp;fbclid=IwAR34G64fF6spBOOQzpOOtfcD_p-_X2ouo4GliFqqoDqsLOsf9C2FYxOngus" target="_blank">The Guardian</a></font><br />&nbsp;<br /><font size="3">Il titolo originale dell'articolo &egrave; "<strong>La justicia social es m&aacute;s importante para la salud mental que la terapia y la medicaci&oacute;n, declar&oacute; el vocero de la ONU</strong>" ed &egrave; stato pubblicato il 06/08/2019 sul sito <a href="http://www.psyciencia.com" target="_blank">www.psyciencia.com</a></font><br /></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Psiche e rivoluzione]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/psiche-e-rivoluzione]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/psiche-e-rivoluzione#comments]]></comments><pubDate>Sun, 10 Mar 2019 18:33:49 GMT</pubDate><category><![CDATA[Eduardo Colombo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/psiche-e-rivoluzione</guid><description><![CDATA[ Intervista a Eduardo Colombodi Claudio Albertani e Rafael MirandaA colloquio con uno dei pensatori anarchici pi&ugrave; stimolanti degli ultimi decenni, argentino residente da 40 anni a Parigi, psichiatra, militante anarchico.Claudio Albertani &ndash; Gi&agrave; prima di lasciare l'Argentina eri un militante libertario e, al tempo stesso, psicoanalista. Potresti parlarci un po' del tuo percorso?Eduardo Colombo &ndash; Il mio impegno politico inizi&ograve; molto presto, gi&agrave; alla scuola se [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<span class='imgPusher' style='float:right;height:0px'></span><span style='display: table;width:auto;position:relative;float:right;max-width:100%;;clear:right;margin-top:0px;*margin-top:0px'><a><img src="http://www.lorenzosartini.com/uploads/1/2/8/3/12833450/published/eduardo-colombo.jpg?1552243579" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 10px; margin-left: 30px; margin-right: 0px; border-width:0; max-width:100%" alt="Foto" class="galleryImageBorder wsite-image" /></a><span style="display: table-caption; caption-side: bottom; font-size: 90%; margin-top: -10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;" class="wsite-caption"></span></span> <div class="paragraph" style="display:block;"><font size="3">Intervista a <em><strong>Eduardo Colombo</strong></em><br />di <em><strong>Claudio Albertani </strong></em>e <em><strong>Rafael Miranda</strong></em><br /><br />A colloquio con uno dei pensatori anarchici pi&ugrave; stimolanti degli ultimi decenni, argentino residente da 40 anni a Parigi, psichiatra, militante anarchico.<br /><br /><strong>Claudio Albertani &ndash;</strong> <em><strong>Gi&agrave; prima di lasciare l'Argentina eri un militante libertario e, al tempo stesso, psicoanalista. Potresti parlarci un po' del tuo percorso?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Il mio impegno politico inizi&ograve; molto presto, gi&agrave; alla scuola secondaria. La passione libertaria si acutizz&ograve; per le condizioni in cui vivevamo allora sotto la dittatura. Aderire all'anarchismo fu quasi naturale, perch&eacute; era un'idea molto viva nella storia operaia dell'Argentina. Quando entrai nella facolt&agrave; di Medicina, lo studio universitario e la militanza non erano in contraddizione, fino a quando nel corso di lunghi scioperi fui incarcerato. Uscito di prigione, scoprii che mi avevano fatto scomparire come studente di medicina &ndash; insieme a molti altri, mi avevano cancellato del tutto illegalmente dai registri della facolt&agrave; &ndash; e dovetti aspettare un po' di tempo, una tappa non esente dalle solite persecuzioni poliziesche. Quando alla fine riuscii a laurearmi, mi orientai verso la psichiatria, ma mi interessai anche di sociologia e psicologia. Seguivo le lezioni di Enrique Butelman, (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">1</a>) lavoravo come libero professionista e all'interno dell'ospedale pubblico.<br />Alcuni anni dopo fui nominato docente di Psicologia sociale nella Universit&agrave; nazionale di La Plata e poco dopo nella Universit&agrave; di Buenos Aires. Nel 1966, quando Juan Carlos Ongan&iacute;a fece il golpe militare, la polizia entr&ograve; in tutte le facolt&agrave; picchiando studenti e professori e io abbandonai definitivamente l'universit&agrave;, saltando da una finestra della facolt&agrave; di Filosofia. Poich&eacute;, da molti anni, ero anche redattore di &ldquo;La Protesta &rdquo;, il periodico anarchico di Buenos Aires, la situazione divenne difficile, perch&eacute; non potevo lavorare n&eacute; all'universit&agrave; n&eacute; all'ospedale. D'altro canto, avevo gi&agrave; cominciato la mia formazione psicoanalitica, che terminai dopo essere giunto in Francia. In Argentina, i parametri della pratica psicoanalitica erano fissati dalla Asociaci&oacute;n psicoanal&iacute;tica internacional, il che significava, quattro sedute di cinquanta minuti alla settimana, e implicava la disponibilit&agrave; di molto tempo e di molte risorse economiche, perch&eacute;, bench&eacute; fossi medico e psichiatra, disponevo di pochi mezzi per pagare un'analisi: l'universit&agrave; non pagava regolarmente e il lavoro quotidiano nell'ospedale, finch&eacute; esistette, era a titolo gratuito.<br />Alla fine, la situazione generale in cui ci trovavamo, unita al panorama politico colmo di nubi tempestose, fecero s&igrave; che la mia compagna Helo&iacute;sa e io decidessimo di emigrare. Arrivammo a Parigi nel 1970, con due figli di cinque e sei anni.</font><br /></div> <hr style="width:100%;clear:both;visibility:hidden;"></hr>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <div class="paragraph"><strong>Claudio Albertani</strong> &ndash; <em><strong>Com'&egrave; stato il cambiamento?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Per niente facile. Tutti gli esuli sanno che per ottenere il permesso di soggiorno &egrave; necessario dimostrare di avere un lavoro e per ottenere un lavoro occorre avere il permesso di soggiorno... Tuttavia, a poco a poco, la situazione si normalizz&ograve; e iniziammo a lavorare. Helo&iacute;sa ricominci&ograve; a studiare psicologia, ma i miei studi di medicina non furono considerati validi. Come psicoanalista, invece, non ebbi problemi e questo ci permise di stabilirci qui a Parigi. Dal punto di vista teorico, &egrave; importante sottolineare che i miei studi di psicologia sociale mi orientarono agevolmente verso un tipo di pensiero che si articolava con grande facilit&agrave; con i lavori di Castoriadis in Francia. Ricordo che a quell'epoca pubblicammo una rivista anarchica chiamata &ldquo;La Lanterne Noire &rdquo;. In uno dei primi numeri &ndash; pi&ugrave; o meno nel 1974 &ndash; scrissi un articolo sull'integrazione immaginaria del proletariato, nel quale cito varie volte Paul Cardan (uno degli pseudonimi usato da Castoriadis in &ldquo;Socialisme ou Barbarie &rdquo;), prima che venisse pubblicato <em>L'istituzione immaginaria della societ&agrave;</em>. Occorre precisare che Castoriadis aveva gi&agrave; trattato gli elementi fondamentali dell'immaginario e del simbolico, concetti che corrispondevano al mio modo di pensare.<br /><br /><u><strong>Forte carica emotiva</strong></u><br /><br /><strong>Rafael Miranda</strong> &ndash; <em><strong>A questo proposito mi piacerebbe che ci dicessi a quale scuola psicoanalitica appartieni.</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Per me la pratica psicoanalitica &egrave; legata alla problematica sociale. Quando iniziai, la formazione psicoanalitica a Buenos Aires era fondamentalmente limitata a Freud e a Melanie Klein. In Argentina, Lacan non esisteva ancora. Ma, gi&agrave; da allora, mi orientai verso la concezione di una psicoanalisi maggiormente integrata nella teoria sociale, ipotesi su cui ho lavorato insieme a Enrique Pichon-Rivi&egrave;re. (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">2</a>) Basandoci sul suo insegnamento, abbiamo cominciato a praticare la psicoterapia familiare in un servizio di psichiatria di un ospedale pubblico.<br />A quel tempo, si stava sviluppando la scuola di Palo Alto. (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">3</a>) I nostri pazienti erano in cura presso il servizio di psichiatria dell'ospedale; noi praticavamo la psicoterapia a orientamento psicoanalitico direttamente nelle case dei malati, con tutta la famiglia riunita, molte volte la settimane o, a seconda della situazione, ogni quindici giorni. Le sedute duravano un paio d'ore ed erano molto stimolanti dal punto di vista intellettuale, ma difficili dal punto di vista emotivo. Come sosteneva Pichon, &egrave; diverso andare a casa del paziente o restare sul <em>proprio terreno di gioco</em>. Per esempio, ricordo una signora anziana che controllava tutta la famiglia e non voleva partecipare. Non la vedevamo, ma un giorno ci rendemmo conto che ascoltava tutto da dietro la porta. A un certo punto, non le piacque quello che stavamo dicendo e allora intervenne bruscamente per dire la <em>sua</em> verit&agrave;. La carica emotiva di queste sedute era molto forte, ma tutta quell'esperienza faceva parte della formazione.<br /><br /><strong>Rafael Miranda &ndash;</strong> <em><strong>Oltre a Palo Alto, quali erano i tuoi punti di riferimento teorici?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; La nostra base era freudiana. Non fui mai interessato alle posizioni junghiane, adleriane o alla psicologia del S&eacute;. Mi orientai verso una visione della psicoanalisi basata sul rapporto di oggetto e non sul livello energetico, libidinale o pulsionale. Sono molto critico riguardo la teoria pulsionale freudiana, su cui ho scritto.<br />Certo, nel momento in cui partivamo da Buenos Aires &ndash; verso il 1968 o 1969 &ndash; le idee di Lacan avevano cominciato a diffondersi. Io mi trovavo in analisi didattica presso la Associazione psicoanalitica argentina con Willy Baranger, (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">4</a>) il quale, in una certa misura, mi orient&ograve; verso Lacan, pur non essendo lui stesso lacaniano. Ricordo che organizzammo un seminario nel mio studio con Oscar Masotta per studiare Lacan. Al principio mi entusiasmai, ma poi me ne allontanai, e oggi ho una posizione molto critica nei confronti di Lacan e dei lacaniani. In realt&agrave;, la mia percezione della psicoanalisi &egrave; andata trasformandosi e non potrei dire di appartenere a una scuola o a un'altra. Con il tempo, il mio orientamento riguardo alle differenti scuole &egrave; andato incentrandosi su quella che potrei definire la mia scuola. Mantengo certe strutture teoriche della psicoanalisi che considero fondamentali o centrali, ma ne tralascio altre, che mi sembrano errate.<br /><br /><strong>Claudio Albertani &ndash;</strong> <em><strong>Che legami pensi vi siano tra psicoanalisi e ideali libertari?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Bisogna prendere in considerazione due elementi importanti. Uno &egrave; la cura psicoanalitica, la psicoanalisi come terapia, l'analisi, i pazienti, la forma, la disposizione dell'analisi, il divano, la sedia dietro al paziente. Io mantengo queste strutture perch&eacute; sono convinto che siano utili dal punto di vista terapeutico, per ragioni concettuali complicate da spiegare in un linguaggio profano.<br />L'altro &egrave; che certe teorizzazioni della psicoanalisi suscitarono il mio interesse dal punto di vista della filosofia politica. Nella psicoanalisi trovo un abbozzo della teoria del potere che mi sembra importante e che Freud risolve introducendo nel soggetto la totalit&agrave; del conflitto. Dal mio punto di vista, questo conflitto &egrave; fondamentalmente sociale. Il modo in cui si costituisce e si costruisce la personalit&agrave; &ndash; il conflitto edipico, la famiglia nucleare, il padre, la madre, il figlio, gli affetti che si sviluppano &ndash; non &egrave; estraneo alla struttura globale storico-sociale nella quale questa famiglia estesa o nucleare si sviluppa. Per Freud, la struttura edipica &egrave; clanica e non familiare. Il divieto dell'incesto, da un punto di vista teorico, &egrave; analogo al patto sociale: la societ&agrave; si costruisce a partire da questa proibizione passando dallo stato di natura allo stato sociale.<br /><br /><u><em><strong>L'incontro con Castoriadis</strong></em></u><br /><br /><strong>Claudio Albertani &ndash;</strong> <em><strong>Allora Edipo &egrave; una struttura metastorica?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; La teoria psicoanalitica postula che la proibizione dell'incesto costruisca la relazione istituzionale della societ&agrave;. Non dico che sia cos&igrave; nella realt&agrave; storica. Per&ograve;, chi istituisce la proibizione dell'incesto? Abitualmente si sostiene che &egrave; il padre, nella teoria freudiana i fratelli si accordano tra loro per uccidere il padre. Dopo averlo ucciso, si trovano nella stessa situazione di prima: i fratelli dispongono di tutte le donne, ma sono in guerra gli uni contro gli altri per possedere quel bene; allora, per poter strutturare la societ&agrave;, devono stabilire la legge che vieta agli uomini del gruppo l'accesso a una categoria di donne. La legge, con la proibizione, e sulla base della colpa retrospettiva per l'omicidio commesso, fa s&igrave; che si torni al padre spodestato affinch&eacute; sia il garante simbolico della legge. In questo modo la posizione freudiana &egrave; clanica e sociale, non familiare.<br />Nella terapia compaiono le relazioni sociali di base, le relazioni fondamentali, che costruirono il soggetto, e tuttavia il mondo sociale resta fuori, separato dalla cura. Stando cos&igrave; le cose &ndash; e questo &egrave; il mio punto di vista &ndash; le condizioni sociali fanno s&igrave; che il trattamento abbia limiti strutturali imposti da quelle stesse condizioni, il che, naturalmente, riduce il grado di autonomia che il soggetto pu&ograve; aspettarsi dalla cura psicoanalitica.<br />Per esempio, nella societ&agrave; liberale una psicoanalisi esige il pagamento delle sedute. Ma, che fare quando lo psicoanalista ha una posizione critica di fronte alla struttura capitalista in cui viviamo? Nella cura individuale &egrave; impossibile; qualcuno deve pagare perch&eacute; nella societ&agrave; attuale bisogna vivere in qualche modo. Se uno non guadagna, il paziente viene analizzato, per una semplice ragione: perch&eacute; uno gli fa il favore di curarlo? Si entra in un tipo di dipendenza che fa s&igrave; che l'analisi non funzioni. D'altro canto, se la psicoanalisi si svolge in una istituzione, si &egrave; in presenza di una terza istanza che controlla la cura. Allora la condizione di fondo dell'analisi, vale a dire quella relazione a due nella quale il terzo appare come una struttura della relazione stessa, va perduta.<br />Dal mio punto di vista, la relazione analitica non esiste nel vuoto, ma &egrave; determinata dalle condizioni imposte da un tipo di societ&agrave;. Restare al di fuori della vita attiva, fuggire dalla societ&agrave;, non &egrave; una soluzione per nessuno. I limiti della terapia sono dettati in grande misura dalla societ&agrave;, e soltanto la teoria, che aiuta la comprensione, consente una evoluzione pi&ugrave; lunga e profonda dell'idea e dell'azione, se riusciamo a integrarla con un altro tipo di approccio della problematica sociale.<br /><br /><strong>Rafael Miranda &ndash; </strong><em><strong>Quali sono le ripercussioni del tuo impegno politico sulla tua pratica di psicoanalista?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Penso che l'effetto pi&ugrave; importante si sia verificato a proposito del mio modo di pensare e concettualizzare i problemi. D'altro canto, il paziente che cerca di risolvere conflitti personali o problemi emotivi, non sta l&igrave; per essere indottrinato. Nella cura psicoanalitica si verificano effetti emotivi profondi. Esiste quella che si chiama regressione, e il paziente non gestisce i suoi sentimenti in modo totalmente libero. La regressione facilita l'attualizzazione della nevrosi infantile, secondo la definizione degli analisti, ed &egrave; in questo momento che la posizione dell'analista si trasforma in una posizione di sciamano, in una figura dominante, che, per cos&igrave; dire, pu&ograve; manipolare il paziente. La neutralit&agrave; dell'analista in questo tipo di situazioni &egrave; necessaria e fondamentale. L'ho sempre pensato e con i pazienti non ho mai messo sul tappeto le mie idee politiche. Evidentemente, sono cose complesse, perch&eacute; la neutralit&agrave; non &egrave; mai assoluta o totale; la gente capisce, o crede di capire, spesso senza esserne consapevole, ci&ograve; che uno non dice. Inoltre, Internet ha ampliato l'informazione in modo tale che, nel mio caso, per esempio, la militanza politica appare in primo piano. E oggi non c'&egrave; paziente che non vada a consultare Google...<br /><br /><strong>Rafael Miranda &ndash;</strong> <em><strong>Parliamo un po' di pi&ugrave; del tuo rapporto con Castoriadis. Entrambi provenite dalla critica sociale e in qualche momento entrambi avete adottato una pratica clinica.</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Come vi dicevo, in Argentina non conoscevo Castoriadis. Quando giunsi a Parigi, entrai a far parte della Organizzazione psicoanalitica di lingua francese, chiamata Quarto Gruppo, in cui, per ragioni differenti, era presente anche Cornelius Castoriadis. (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">5</a>) Voglio precisare che, nonostante quello che molti pensano, Castoriadis non fu n&eacute; il fondatore n&eacute; un membro del Quarto Gruppo, per&ograve; frequentava le riunioni ed essendo allora sposato con Piera Aulagnier &ndash; lei s&igrave;, fondatrice del gruppo &ndash;, il nostro rapporto si costru&igrave; cos&igrave;. Conobbi Castoriadis tramite la psicoanalisi e Piera.<br />Mi interessavano in particolare il suo approccio riguardo l'immaginario e la struttura simbolica della societ&agrave;, concetti che io stesso avevo utilizzato nell'articolo che vi ho citato. A differenza di Lacan, Castoriadis non separa il simbolico dall'immaginario, tema che considero centrale. Occorre anche tener conto della mia formazione nel campo della psicologia sociale. In psicologia sociale &egrave; impossibile trascurare il contributo di Herbert Mead, che teorizza quello che in un certo periodo fu chiamato il behaviorismo sociale, ma che non ha niente a che vedere con il behaviorismo se non nel nome. (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">6</a>) Mead considera l'<em>atto sociale</em> il fondamento della relazione simbolica, della relazione a tre termini, che &egrave; uno degli aspetti fondamentali nella comprensione della problematica sociale. E ritiene che l'immaginario non possa esistere senza il simbolico, perch&eacute; l'immaginario ha bisogno della forma del simbolico che gli conferisce senso, che gli conferisce la significazione e che permette l'introduzione del <em>nomos</em>, della convenzione della regola, della norma. Il simbolico in s&eacute; non funzione senza l'immaginario. La mia formazione mi orientava direttamente verso questo modo di porre il problema. Quando conobbi Castoriadis la questione politica ebbe evidentemente il suo peso. Su questo piano, ed &egrave; uno degli elementi fondamentali, Castoriadis difese sempre l'idea di rivoluzione. Sempre. Era una cosa importante, bench&eacute; egli avesse un'idea nefasta dell'anarchismo. Nefasta in due sensi: pensava male dell'anarchismo e credo che non lo conoscesse bene. In realt&agrave;, mi sembra, che non volesse neppure conoscerlo, perch&eacute; era troppo immerso nella sua concezione.<br />Qualche volta ne abbiamo parlato, per esempio in occasione del colloquio di Cerisy, (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">7</a>) ma senza approfondire il tema. Non so se tu, Rafael, eri presente. Ci si chiese, nei corridoi: Che differenza c'&egrave; tra la &ldquo;autonomia &rdquo; castoriadiana e l'anarchia? Castoriadis faceva una critica pi&ugrave; generale, dicendo: &ldquo;Be', l'anarchismo critica tutte le norme e senza norme non esiste societ&agrave; &rdquo;. Sono assolutamente d'accordo: senza norme non esiste societ&agrave;. Ma l'anarchismo non critica <em>tutte</em> le norme. Critica il modo in cui la norma si radica nella societ&agrave;, non accetta la posizione della &eacute;lite che si autoattribuisce la capacit&agrave; di emanare la legge, e combatte l'universalit&agrave; di una legge di maggioranza. L'anarchismo non postula per niente una non istituzionalizzazione della societ&agrave;, anzi, teorizza una auto-istituzione cosciente e riflessiva del collettivo umano.<br /><br /><br /><u><strong>Ma oggi l'anarchismo non viene ascoltato</strong></u><br /><br /><strong>Claudio Albertani &ndash;</strong> <em><strong>Quali altri divergenze ci furono?</strong></em><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Quando ci conoscemmo, Castoriadis aveva gi&agrave; abbandonato la militanza politica, ma continuava ad avere una posizione <em>politica</em>. Lo invitai parecchie volte a Milano per una chiacchierata con i compagni anarchici italiani e per un colloquio pubblico sull'immaginario sociale. Gli anarchici giudicavano positivamente le basi della sua filosofia politica: il progetto di autonomia, il cambiamento rivoluzionario della societ&agrave;. Tuttavia, le discussioni si mantenevano su un livello teorico socio-politico senza entrare ulteriormente nella polemica sull'anarchismo, o sulle differenze che sorgerebbero riguardo, per esempio, la legge di maggioranza nella democrazia diretta. In questo modo erano maggiori i punti di convergenza che di divergenza.<br />Ebbene, a partire da quanto ho indicato e dal punto di vista del pensiero critico, non ci sono importanti differenze tra me e Castoriadis. Le differenze maggiori sono piuttosto a livello filosofico o metapsicologico. Per esempio, non condivisi mai le sue teorie sul concetto di monade psichica, sulla sua eterogeneit&agrave; radicale, monade che deve subire la frattura o la rottura della socializzazione. (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">8</a>) Questo tipo di teorie non mi convinse mai. &Egrave; a partire dalla socializzazione del soggetto nel quale credo che le convergenze sono maggiori. Vale a dire, nella parte socio-istituzionale.<br /><br /><strong>Rafael Miranda</strong> &ndash;<em><strong> Possiamo parlare di una clinica impegnata nel progetto sociale in Castoriadis? Egli teorizza che scopo della psicoanalisi &egrave; l'autonomia del soggetto. Condividi questa posizione, secondo la quale il fine della psicoanalisi &egrave; l'autonomia del soggetto?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Non so fino a che punto lo stesso Castoriadis sarebbe d'accordo con questa formulazione se non la si completa. &Egrave; chiaro che il fine della psicoanalisi &egrave; l'autonomia del soggetto. Al tempo stesso, come abbiamo detto all'inizio, sappiamo che il grado di autonomia cui pu&ograve; aspirare un soggetto &egrave; limitato dalla struttura di una societ&agrave; eteronoma. Vale a dire che l'autonomia del soggetto &egrave; direttamente connessa all'autonomia della societ&agrave;. Il rapporto &egrave; vicendevole. La societ&agrave; e il soggetto si costruiscono vicendevolmente. Un soggetto umano non &egrave; un elemento inerte; fin dalla nascita l'individuo si inserisce in un sistema di relazioni interpersonali, ne fa parte, le modifica e si costruisce come soggetto, tendendo sempre verso l'ampliamento della propria autonomia.<br />Ma questa autonomia ha limiti esterni in una societ&agrave;, come abbiamo visto riguardo alla cura. Tali limiti non sono superabili individualmente. &Egrave;, questa, una delle ragioni per le quali difendo la posizione rivoluzionaria. Sono convinto che la societ&agrave; non si cambia mediante modifiche parziali, poich&eacute; essa funziona come una totalit&agrave;, e quindi sociologicamente dobbiamo disporre di un approccio olistico. Castoriadis definisce questo aspetto attraverso le <em>rappresentazioni immaginarie centrali,</em> che attraggono come in un campo di forze altre significazioni. Questo campo di significazione &egrave; opaco, occulto.<br />Ci sono altri elementi altrettanto importanti. Per esempio, ci&ograve; che Foucault chiama l'<em>episteme</em> &ndash; la struttura di base a partire dalla quale pensiamo &ndash; implica una serie di elementi di significazione, di teorie, concetti e pratiche, forme di pensare il mondo, che si fanno visibili quando le cerchiamo, ma non sono evidenti di per s&eacute;. Colui che pensa, pensa contro qualcosa. Se si pensa che sia necessario modificare la realt&agrave; sociale, la negazione logica di ci&ograve; che &egrave; permette l'insorgere di ci&ograve; che <em>non &egrave; ancora</em>, di ci&ograve; che diviene. &Egrave; da qui che si sviluppa il pensiero. Nella struttura del soggetto, l'identit&agrave; che il soggetto va acquisendo nel corso della vita, nel divenire della sua auto-costruzione costante, &egrave; l'<em>alter</em>, l'altro, l'altro collettivo, l'istituzione sociale, che apporta la materia di un simile processo.<br />Le rappresentazioni, le idee, non sono inerti, vivono delle emozioni e delle passioni del soggetto, per questo il pensiero critico deve attaccare l'<em>episteme</em> della sua epoca, che funziona come una <em>soglia di enunciazione</em>, per cos&igrave; dire, o meglio come supporto o base a partire dal quale un discorso &egrave; udibile, comunicabile, capace di circolare collettivamente.<br /><br /><strong>Claudio Albertani &ndash;</strong> <em><strong>In questo senso, come articoli l'impostazione di Castoriadis con l'anarchismo?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; L'anarchismo, nell'epoca in cui viviamo, si trova sulla soglia della visibilit&agrave;, lo si vede, ma non raggiunge il livello basilare di enunciazione: non viene ascoltato. Le sue idee centrali, antiautoritarie, sono estranee alla societ&agrave; gerarchica e il discorso anarchico non viene percepito correttamente perch&eacute;, come accade con il trattamento psicoanalitico, tale discorso si scontra con i limiti strutturali del sistema, ma ora la lotta sociale esige la distruzione di questi ostacoli. Attualmente se voglio far passare le mie idee, devo ricorrere ai mezzi di comunicazione di massa. Bisogna arrendersi alle esigenze del mercato. Occorre essere in primo piano; bisogna farsi intervistare (come sto facendo io adesso) per uscire dall'anonimato. Non &egrave; importante l'anonimato delle persone, ma &egrave; importante quello delle idee.<br />Le idee eterogenee rispetto al sistema gerarchico incontrano grandi difficolt&agrave; nel farsi ascoltare, perch&eacute;, come dice il proverbio, non c'&egrave; peggior sordo di chi non vuol sentire. Nuove invenzioni hanno invaso le tecniche di comunicazione, in particolare Internet. In questo cambio la diffusione dell'anarchismo &egrave; enorme. &Egrave; incredibile vedere la quantit&agrave; di portali e pubblicazioni che popolano la rete, se li si paragona con l'occultamento e la deformazione patiti dal movimento anarchico nella seconda met&agrave; del secolo scorso. Ma permangono limitati a chi va a cercarli; non passano al livello pubblicitario. Se scrivo un libro, chi lo legger&agrave;? Quelli che sanno che questo libro esiste e quelli che sanno che questo libro esiste sono quelli che per una ragione o per l'altra sono legati al movimento anarchico. In caso contrario, non ne conoscono l'esistenza, perch&eacute; non essendo presente sul piano pubblicitario commerciale, questo tipo di libri non &egrave; visibile. Il tema centrale, ancora una volta, &egrave; come il soggetto pu&ograve; accedere all'autonomia quando &egrave; costretto a corrispondere a determinate condizioni che la societ&agrave; gli impone. La possibilit&agrave; di pensare l'autonomia, o di essere autonomo, o anche di avere un progetto di autonomia, dipende dalla elaborazione individuale e collettiva di idee e pratiche che permettono di far proprio il nuovo, l'antigerarchico, le relazioni non autoritarie. Tutto ci&ograve; porta in direzione dell'autonomia. Nell'idea bakuniniana di libert&agrave; era gi&agrave; presente tale problematica.<br />Nell'ultimo libro pubblicato qui a Parigi da Castoriadis su Tucidide c'&egrave; una pagina in cui si definisce la libert&agrave; in senso bakuniniano; bench&eacute; il vincolo ideologico non sia esplicitato, &egrave; la relazione tra gli esseri umani ci&ograve; che fa emergere il valore di libert&agrave;. (<a href="http://www.arivista.org/?nr=373&amp;pag=134.htm#note">9</a>) &Egrave; assurdo considerare la libert&agrave; come fa il principio liberale, che afferma che &ldquo;la mia libert&agrave; finisce dove comincia la libert&agrave; dell'altro &rdquo;. &Egrave; vero l'opposto: la libert&agrave; si d&agrave; nella relazione tra i soggetti. &Egrave; qui che si creano le possibilit&agrave; di essere liberi e di pensare liberamente. Bakunin lo dice con grande chiarezza: ci sono tre momenti della libert&agrave;. Il primo momento &egrave; puramente positivo: &egrave; la societ&agrave; umana il luogo in cui appare l'idea, il valore della libert&agrave;. Ma il secondo momento della libert&agrave; &egrave; la ribellione contro ci&ograve; che opprime. &Egrave; il momento negativo: la ribellione contro lo Stato, contro il fantasma del divino o contro gli elementi che direttamente ci opprimono in qualsiasi situazione. Ma dietro a questo esiste un'altra ribellione, pi&ugrave; profonda, che &egrave; la necessit&agrave; di ribellarsi contro se stessi, vale a dire contro la societ&agrave; che si trova interiorizzata in noi.<br /><br /><u><strong>Un'idea deve essere in movimento</strong></u><br /><br /><strong>Claudio Albertani &ndash; </strong><em><strong>In Bakunin c'&egrave; gi&agrave; questo tipo di analisi psicologica?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Bakunin dice: &ldquo;Nell'angolo pi&ugrave; oscuro del cervello del pi&ugrave; leale figlio del popolo dorme un poliziotto &rdquo;. Perch&eacute;? Non perch&eacute; la gente sia buona o cattiva. Tutti noi siamo socializzati in un tipo di societ&agrave; autoritaria ed &egrave; impossibile staccarsi totalmente da questa societ&agrave; quando ci si vive. Il secondo momento della ribellione, vale a dire il terzo della libert&agrave;, consiste nel ribellarsi contro se stessi, riuscire a pensare indipendentemente dai limiti nei quali ci siamo formati. Questo ha a che vedere con la critica della tradizione, la critica del <em>nomos,</em> la critica della norma, della legge. Per un anarchico, anche nella societ&agrave; pi&ugrave; anarchica che si possa immaginare, esister&agrave; sempre l'idea che un'altra societ&agrave; migliore sar&agrave; possibile. La <em>societ&agrave; ideale</em> &egrave; un impossibile, &egrave; immaginare una fine della storia, per&ograve; l'<em>ideale di un'altra societ&agrave;</em> &egrave; ci&ograve; per cui bisogna battersi. Ibsen diceva che, nella lotta per la libert&agrave;, chi si ferma proclamando che l'ha raggiunta, dimostrer&agrave; proprio che l'ha perduta.<br /><br /><strong>Rafael Miranda &ndash; </strong><em><strong>&Egrave; possibile una clinica impegnata in un progetto sociale?</strong></em><br /><br /><strong>Eduardo Colombo</strong> &ndash; Poco fa, ho tentato di evidenziare le contraddizioni della cura. La psicoanalisi pu&ograve; aiutare a svelare la realt&agrave;, mostrare molti aspetti che stanno a indicare l'autonomia, la liberazione sociale, ma con i limiti di cui abbiamo parlato. Forse Castoriadis non lo direbbe cos&igrave;. Il concetto castoriadiano di autonomia &egrave; che non esiste autonomia del soggetto se non esiste autonomia della societ&agrave;, per questo torniamo all'aspetto rivoluzionario. Perch&eacute; il peggio che possa capitare con un'idea &egrave; che si ponga come una verit&agrave;. Un'idea deve essere in movimento: senza passioni, la societ&agrave; non cambia.<br /><br /><em><strong>Claudio Albertani</strong></em> e <em><strong>Rafael Miranda</strong></em><br /><br /><br /><strong>Questa intervista &egrave; stata registrata a Parigi nell'aprile del 2011, nell'ambito delle attivit&agrave; preparatorie dell'Incontro internazionale annuale della C&aacute;tedra Interinsitucional Cornelius Castoriadis (<a href="http://vimeo.com/channels/formacionenalteridad#25056626" target="_blank">http://vimeo.com/channels/formacionenalteridad#25056626</a>) che si &egrave; svolto nella Casa de la Primera Imprenta de Am&eacute;rice, Citt&agrave; del Messico, il 5, 6 e 7 ottobre 2011.</strong><br /><br /><strong>Il testo &egrave; stato rivisto e migliorato dallo stesso Colombo nel febbraio 2012.</strong><br /><br /><strong>Traduzione dal castigliano di Luisa Cortese.</strong><br /><br /><br />Note<ol><li>Enrique Butelman (1917-1990), &egrave; stato docente di Storia della Psicologia, Psicologia sociale e Psicologia contemporanea nella Universit&agrave; di Buenos Aires. &Egrave; stato cofondatore e direttore della casa editrice Paidos.</li><li>Enrique Pichon-Rivi&egrave;re (1907-1977). Medico psichiatra svizzero naturalizzato argentino, fu tra coloro che introdussero la psicoanalisi in Argentina.</li><li>La scuola di Palo Alto &egrave; basata sul lavoro di Gregory Bateson, sistematizzato e ampliato da Paul Watzlawick, a partire dai paradigmi imperniati sulla nozione di informazione e sui concetti derivanti dalla cibernetica.</li><li>Willy Baranger (1922-1994). Psicoanalista di origine francese, emigr&ograve; in Argentina dopo aver effettuato studi filosofici. Pubblic&ograve; varie opere di ispirazione kleiniana e si interess&ograve; in particolare all'opera di Jacques Lacan.</li><li>Si tratta del Quatri&egrave;me Groupe, organisation psychanalytique de langue fran&ccedil;aise.</li><li>George H. Mead (1863-1931). Psicologo sociale statunitense, teorico del primo behaviorismo, chiamato anche interazionismo simbolico, nell'ambito della scienza della comunicazione.</li><li>Si tratta del Colloquio di Cerisy sulla vita e l'opera di Castoriadis (1990). Cfr. <a href="http://vimeo.com/27681198" target="_blank">http://vimeo.com/27681198</a>.</li><li>Secondo Castoriadis, la monade &egrave; lo stato originario della psiche, anteriore all'introduzione della separazione che precede il processo di socializzazione. Lo schema che prevale nella monade &egrave; l'onnipotenza; rappresentare &egrave; realizzare immediatamente, e non ci sono distinzioni tra il s&eacute; e il tutto. Quando tale stato viene spezzato violentemente, la psiche trasferisce questo schema nell'altro che tutto pu&ograve; e che si trasforma nella fonte esclusiva del senso. In primo luogo la madre, il partito, la chiesa, la tecnica, la ragione, il mercato ecc. Il modo in cui lo stato monadico della psiche perdura nel corso della vita del soggetto si manifesta mediante la tendenza perenne alla negazione della alterit&agrave; e il ricorso alla ripetizione contenuta in ogni identit&agrave; rivendicata.</li><li>Cornelius Castoriadis, <em>Ce qui fait la Gr&egrave;ce</em>, t. 3: <em>Thucydide, la force et le droit</em>, &ldquo;La couleur des id&eacute;es &rdquo;, Seuil, Paris 2011.</li></ol><br />(Articolo ripreso da <strong>A-rivista anarchica </strong>anno 42 n. 373, estate 2012, <a href="http://www.arivista.org" target="_blank">www.arivista.org</a>)</div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA["La scuola dei capri espiatori": intervento all'Assemblea sulla Ricerca con la Concezione Operativa di Gruppo svoltosi a Madrid dal 26 al 29/04/2018]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-scuola-dei-capri-espiatori-intervento-allassemblea-sulla-ricerca-con-la-concezione-operativa-di-gruppo-svoltosi-a-madrid-dal-26-al-29042018]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-scuola-dei-capri-espiatori-intervento-allassemblea-sulla-ricerca-con-la-concezione-operativa-di-gruppo-svoltosi-a-madrid-dal-26-al-29042018#comments]]></comments><pubDate>Mon, 18 Jun 2018 20:31:20 GMT</pubDate><category><![CDATA[Capri espiatori]]></category><category><![CDATA[Scuola]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/la-scuola-dei-capri-espiatori-intervento-allassemblea-sulla-ricerca-con-la-concezione-operativa-di-gruppo-svoltosi-a-madrid-dal-26-al-29042018</guid><description><![CDATA[Questo &egrave; l'intervento che ho proposto all'Assemblea sulla Ricerca con la Concezione Operativa di Gruppo che si &egrave; svolta a Madrid dal 26 al 29 aprile 2018. Il titolo del lavoro che ho presentato &egrave; "La scuola dei capri espiatori, e lo si pu&ograve; vedere a partire dal minuto 54:40.        [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<div class="paragraph"><font size="3">Questo &egrave; l'intervento che ho proposto all'Assemblea sulla Ricerca con la Concezione Operativa di Gruppo che si &egrave; svolta a Madrid dal 26 al 29 aprile 2018. Il titolo del lavoro che ho presentato &egrave; "La scuola dei capri espiatori, e lo si pu&ograve; vedere a partire dal minuto 54:40.</font><br /><br /></div>  <div class="wsite-youtube" style="margin-bottom:10px;margin-top:10px;"><div class="wsite-youtube-wrapper wsite-youtube-size-auto wsite-youtube-align-center"> <div class="wsite-youtube-container">  <iframe src="//www.youtube.com/embed/Wft8KXYHook?wmode=opaque" frameborder="0" allowfullscreen></iframe> </div> </div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Genitori (e alunni) violenti con gli insegnanti: perché accade e come intervenire]]></title><link><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/genitori-e-alunni-violenti-con-gli-insegnanti-perche-accade-e-come-intervenire]]></link><comments><![CDATA[http://www.lorenzosartini.com/spunti/genitori-e-alunni-violenti-con-gli-insegnanti-perche-accade-e-come-intervenire#comments]]></comments><pubDate>Sun, 06 May 2018 20:04:12 GMT</pubDate><category><![CDATA[Scuola]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.lorenzosartini.com/spunti/genitori-e-alunni-violenti-con-gli-insegnanti-perche-accade-e-come-intervenire</guid><description><![CDATA[di Gabriella LanzaCon l&rsquo;aiuto di due psicologi abbiamo cercato di capire perch&eacute; sempre pi&ugrave; genitori ricorrono alla violenza contro gli insegnanti per difendere le ragioni dei propri figli e come bisogna intervenire quando ad essere aggressivi sono gli alunni stessiC'era un tempo in cui ai genitori non importava se i figli avessero ottimi motivi per essere arrabbiati con il professore di matematica o se la professoressa di italiano li rimproverasse ingiustamente. La loro rispo [...] ]]></description><content:encoded><![CDATA[<div class="paragraph"><font size="3">d<span>i <strong>Gabriella Lanza</strong></span><br /><br />Con l&rsquo;aiuto di due psicologi abbiamo cercato di capire perch&eacute; sempre pi&ugrave; genitori ricorrono alla violenza contro gli insegnanti per difendere le ragioni dei propri figli e come bisogna intervenire quando ad essere aggressivi sono gli alunni stessi<br />C'era un tempo in cui ai genitori non importava se i figli avessero ottimi motivi per essere arrabbiati con il professore di matematica o se la professoressa di italiano li rimproverasse ingiustamente. La loro risposta non cambiava: <strong>l&rsquo;insegnante ha sempre ragione. </strong>Oggi, invece, <strong>l&rsquo;alleanza educativa tra famiglia e scuola</strong> sembra vacillare. E le reazioni di mamma e pap&agrave; davanti alla nota della maestra sono ben diverse. Il pi&ugrave; delle volte si limitano a protestare con l&rsquo;insegnante o con il preside, ma nei casi pi&ugrave; gravi possono perfino<strong> alzare le mani contro il docente</strong>.&nbsp;<br /><br /><br /><a href="http://www.corriere.it/cronache/18_gennaio_12/prof-picchiato-scuola-genitori-qui-c-totale-assenza-civilta-95796e84-f75e-11e7-8658-d0b955e4d0a9.shtml" target="_blank">&Egrave; successo a gennaio in un liceo di Avola</a>, dove i genitori di un ragazzo hanno spaccato la costola all&rsquo;insegnante di educazione fisica, colpevole di aver invitato l&rsquo;alunno a chiudere la finestra prima di scendere in palestra. In questo triste e vergognoso elenco, uno degli ultimi casi in ordine di tempo &egrave;&nbsp;l'<a href="http://palermo.repubblica.it/cronaca/2018/04/06/news/palermo_il_prof_rimprovera_la_figlia_e_il_padre_lo_picchia_prognosi_di_una_settimana-193133374/" target="_blank">aggressione contro un professore ipovedente</a> di un istituto di Palermo: il padre di una ragazza l'ha colpito con un pugno in volto, causandogli una emorragia cerebrale.&nbsp; &nbsp;<br />Per quali motivi si arriva alla <strong>violenza fisica contro gli insegnanti </strong>e come deve comportarsi il resto della classe in questi casi? Lo abbiamo chiesto a <a href="http://www.lorenzosartini.com/psicologo-e-psicoterapeuta.html" target="_blank">Lorenzo Sartini</a>, psicologo e psicoterapeuta.&nbsp;<br /><br /><br /><strong><span>Riconoscere il ruolo educativo dell&rsquo;insegnante&nbsp;</span></strong><br /><br />Una delle radici di questo problema &egrave; di natura "sociale". Per i docenti &egrave; sempre pi&ugrave; difficile farsi rispettare in classe e a volte i primi a non riconoscere la loro figura professionale sono i genitori: &laquo;Una volta l&rsquo;insegnante aveva<strong>&nbsp;un ruolo educativo definito e importante</strong>. Oggi &egrave; considerata una persona che non &egrave; riuscita a fare quello che voleva, viene pagata poco e ha un riconoscimento sociale precario. A questo si aggiunge&nbsp;<strong>il rifiuto dei ragazzi nell&rsquo;interiorizzare l&rsquo;autorit&agrave;</strong>&nbsp;che viene sistematicamente messa in discussione, prima a casa e poi in classe&raquo;. </font><br /></div>  <div>  <!--BLOG_SUMMARY_END--></div>  <div class="paragraph"><font size="3"><strong><span>L'incapacit&agrave; nel gestire le emozioni</span></strong><br /><br />Quando si &egrave; spettatori di questo disastro educativo, bisogna agire subito e tempestivamente: &laquo;La prima cosa da fare in questi casi &egrave; <strong>proteggere il docente che ha subito violenza</strong>: i colleghi e gli altri genitori devono fargli sentire che non &egrave; solo&raquo;, spiega Sartini. &laquo;La scuola deve convocare i genitori che lo hanno aggredito e eventualmente denunciarli, ma lasciare comunque aperta <strong>la via del dialogo</strong>. Il genitore &egrave; la figura educativa primaria e dovrebbe dare il buon esempio al figlio. Se prende a priori le difese del ragazzo senza cercare di capire cosa sia successo in classe, vuol dire che <strong>non sa gestire le proprie emozion</strong>i. Si sente ferito dal punto di vista narcisistico e d&agrave; sfogo in maniera impulsiva alla propria frustrazione. In questi casi bisogna indirizzare il genitore da qualche professionista che possa aiutarlo: dietro la violenza si nasconde sempre un malessere pi&ugrave; profondo&raquo;.&nbsp;&nbsp;<br /><br /><br /><strong><span>Accettare gli errori e i fallimenti dei figli</span></strong><br /><br />Un punto fondamentale da trasmettere ai genitori, una sorta di "medicina preventiva" a questi episodi, &egrave; il fatto che anche i loro figli possono sbagliare, ma dobbiamo ricordare che ogni errore pu&ograve; trasformarsi in una <strong>opportunit&agrave; di crescita</strong>. &laquo;Oggi il genitore non accetta l&rsquo;idea che suo figlio non raggiunga il successo. Se un insegnante mette in luce le difficolt&agrave; dell&rsquo;alunno, <strong>mamma e pap&agrave; spesso entrano in panico</strong>. Sono troppo impegnati a fare in modo che i propri figli non vengano colti mai in fallo. Un esempio sono i <a href="https://www.nostrofiglio.it/bambino/bambino-6-14-anni/compiti-a-casa-come-aiutare-tuo-figlio-a-trovare-la-concentrazione" target="_blank">compiti a casa</a>: i genitori il pi&ugrave; delle volte cercano di sopperire alle loro mancanze, ma in questo modo si impedisce ai figli di affrontare una difficolt&agrave;. L&rsquo;insegnante &egrave; l&igrave; per correggere e <strong>l&rsquo;errore deve essere visto come una occasione per progredire</strong>: &egrave; anche attraverso il fallimento, piccolo o grande che sia, che si apprende e si impara a mettersi in discussione. Nella nostra societ&agrave; invece <strong>&egrave; vietato sbagliare</strong> e non si sa pi&ugrave; tollerare la frustrazione di un errore&raquo;.&nbsp;<br /><br /><br /><strong><span>Quando ad essere violenti sono gli alunni</span></strong><br /><br />Non solo genitori violenti. Ad aggredire i docenti a volte sono gli stessi studenti. <a href="http://torino.corriere.it/scuola/18_marzo_28/prof-legata-sedia-cattedra-suoi-alunni-video-postato-rete-af1cfe32-326e-11e8-8bf7-fbce7b26d38f.shtml" target="_blank">L&rsquo;ultimo caso di cronaca &egrave; avvenuto ad Alessandria</a>, dove una professoressa disabile &egrave; stata legata e picchiata da alcuni alunni della sua classe.&nbsp;<br /><br />Per lo psicologo <a href="http://www.psicologia1.uniroma1.it/static/didattica/IdDocente_242.shtml" target="_blank">Emilio Masina</a>, psicanalista della Associazione Italiana Psicanalisi, psicoterapeuta dell&rsquo;infanzia, dell&rsquo;adolescenza e della coppia, bisogna <strong>ristabilire una relazione tra insegnanti e alunni</strong>: &laquo;I casi di cronaca non sono tutti uguali, non possiamo generalizzare. C&rsquo;&egrave; per&ograve; un contesto che va analizzato. Nelle scuole tra docenti e studenti <strong>manca una relazione di motivazione </strong>che faccia da supporto all&rsquo;apprendimento e quindi al risultato scolastico. I consigli di classe o di istituto erano stati pensati per creare un canale comunicativo tra docenti, genitori e alunni e riflettere insieme su come stava andando il gruppo classe: oggi sono diventate delle situazioni burocratiche in cui si parla solo di voti e rendimento. Continuiamo a caricare sul singolo ragazzo, sui genitori o sull&rsquo;insegnante dei <strong>problemi che devono essere condivisi</strong>. Scuola e famiglia devono essere allenate nell&rsquo;educazione di giovani&raquo;.<br /><br /><br /><strong><span>I segnali da cogliere in tempo e il lavoro preventivo</span></strong><br /><br />&laquo;Il problema non &egrave; solo capire se un ragazzo sta male e se reagisce con violenza, ma &egrave; <strong>lavorare preventivamente</strong> per creare un contesto che possa aiutare l&rsquo;alunno a trovare una risposta alle sue domande e indirizzarlo verso interlocutori competenti&raquo;, continua Masina. &laquo;I segnali che mostra un ragazzo in difficolt&agrave; sono visibili a tutti: <strong>si isola, non studia, fa tardi la sera davanti al pc o al telefono</strong>. I genitori purtroppo non riescono a dire dei no e gli insegnanti pretendono che i ragazzi passino da una famiglia che li coccola ad una scuola estremamente esigente. Questo potrebbe portarli verso <strong>episodi depressivi o oppure ad avere atteggiamenti violenti</strong>, come pu&ograve; essere anche <a href="https://www.nostrofiglio.it/news/secondo-gli-italiani-il-bullismo-e-in-crescita-colpa-dei-social-network" target="_blank">il comportamento da bullo</a> contro i pi&ugrave; deboli o contro l&rsquo;insegnante&raquo;.&nbsp;<br /><br /></font><br />(da: <a href="https://www.nostrofiglio.it/bambino/bambino-3-6-anni/psicologia-3-6-anni/genitori-e-alunni-violenti-con-gli-insegnanti-perche-accade-e-come-intervenire" target="_blank">www.nostrofiglio.it</a>, 20 Aprile 2018)<br /></div>]]></content:encoded></item></channel></rss>